Santiago Posteguillo

L'IRA DI TRAIANO. Parte 2.

Titolo originale: Circo Mximo. (seconda parte)
Traduzione di: Adele Ricciotti - Grandi & Associati.
2017 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LE LACRIME DELLA DACIA.
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Sarmizegetusa.
25 luglio del 106 d.C., hora quarta

Non ci fu tempo per trasferire tutto il cibo e l'acqua alla cittadella di Sarmizegetusa. I Romani approfittarono della ritirata dalle mura della zona sud della citt per oltrepassarle grazie al gigantesco agger di pietra, dal quale issarono grandi passerelle di legno che permisero loro l'accesso diretto alle mura rimaste senza difese, nel settore appena abbandonato dai Daci.

In breve, tutta la zona della citt fuori dalla cittadella si riemp di legionari che, passando casa per casa, uccisero e massacrarono gli incauti che non avevano avuto la scaltrezza di seguire i propri guerrieri e la principessa nel ripiegamento nella zona fortificata pi interna.

Dochia ritorn nella stessa torre che appena pochi giorni prima era stata la sua prigione, per utilizzarla ora come ultimo bastione difensivo.

Traiano era nervoso. Quel dace gravemente ferito trovato sulla strada su cui era fuggito Decebalo aveva ripetuto mille volte la parola aurum. E ci faceva pensare all'imperatore che forse il re della Dacia aveva preso con s tutto l'oro. Avevano portato il ferito a Critone, il medico greco, e il dace non aveva ancora ripreso coscienza, quindi non era stato possibile verificare nulla. Traiano voleva quell'oro. Voleva anche la vendetta, certo, da quel popolo che aveva condotto il suo leale amico Longino alla morte, e, soprattutto, voleva la testa di Decebalo. Ci nonostante l'imperatore non aveva dimenticato l'aspetto pratico di tutta quella carneficina: ottenere l'oro dei Daci. L'enorme tesoro di cui sempre Decebalo si era vantato avrebbe messo fine ai problemi finanziari dell'Impero per molti anni. Traiano sapeva che, se si fosse impossessato di quella ricchezza, avrebbe potuto proteggere militarmente tutte le frontiere di Roma, edificare nuovi ponti, edifici, strade e monumenti, e finanziare le pi impressionanti corse di quadrighe e lotte di gladiatori che si fossero mai organizzate.

E se Decebalo fosse fuggito con quell'oro e fosse riuscito a recuperare l'appoggio dei Rossolani e dei Sarmati? Per questo Traiano aveva dato ordine a tutti i tribuni e centurioni di setacciare ogni strada di Sarmizegetusa, ogni palazzo, santuario, ogni casa, per cercare l'oro della Dacia. Ne aveva bisogno. Lo voleva. Era il minimo che potesse offrire a Longino: oro sufficiente per creare una nuova provincia e per esibirne la ricchezza in un'altra marcia trionfale a Roma, quale mai si era vista prima. Longino non poteva essere morto per meno.

Traiano camminava protetto da Aulo e dalla guardia pretoriana sulla strada lastricata del centro di Sarmizegetusa, mentre i legionari dell'esercito romano a nord del Danubio distruggevano tutto al loro passaggio in cerca del tesoro che il loro imperatore desiderava.

Non avete ancora trovato nulla? domand il Cesare a Celso, che tornava dalle posizioni di prima linea nell'avanzata delle truppe all'interno della citt in direzione della cittadella.

Nulla, augusto.

Le mura della cittadella furono un ostacolo minimo per l'attacco di Roma. La via lastricata facilit l'accesso alle pesanti macchine d'assedio, inclusa la nuova torre, e con quella tutto fu pi rapido. Inoltre, la resistenza fu debole, non per mancanza di coraggio n per mancanza di forti mura, ma per la scarsit di guerrieri nel difenderle. I Daci erano morti a centinaia dall'ultimo e disperato attacco di Diegis. I restanti erano ormai cadaveri di fronte alle mura orientali o stavano fuggendo con il loro re verso le montagne del Nord.

La guardia pretoriana apr il cammino all'imperatore e, in breve, raggiunsero la grande torre della cittadella. Sapevano che l si nascondevano gli ultimi difensori e forse le poche autorit daciche che avevano deciso di restare nella citt anzich fuggire con Decebalo.

Hanno gi sfondato la porta, augusto, disse Aulo ma conviene che il Cesare attenda un poco fino a che i legionari della VII non si saranno assicurati che non ci siano guerrieri vivi all'interno.

Traiano annu.

Tettio Giuliano, seguito da due centurie delle cohortes pi esperte della sua legione, super rapidamente l'imperatore e si addentr nella torre. Si udirono grida e rumori di combattimento, ma tutto avvenne molto velocemente. Dopo poco, un centurione inviato da Tettio Giuliano torn per aggiornarli.

Tutto  sicuro, Cesare disse l'ufficiale. Resta solo una porta di bronzo in cima alla torre che d accesso all'ultima stanza, ma il legatus conta di sfondarla presto.

Andiamo, allora disse Traiano. Voleva vedere la citt che avevano appena conquistato dall'alto di quella torre, ma Aulo si intromise.

Forse  meglio aspettare che il legatus scopra chi si trova dietro quella porta, Cesare.

Traiano neg con la testa e scost deciso Aulo dal suo cammino, ma non in malo modo. Va bene che vigili sulla mia sicurezza, ma non posso rimanere perennemente nascosto dietro alla guardia pretoriana.

Aulo annu e segu l'imperatore nella sua rapida salita per la scala della grande torre di pietra. Incontrarono molti cadaveri di guerrieri dacichi trafitti da gladii e pila dei legionari, e sangue ovunque: sulle pareti, sul suolo, sulla scala... Trovarono anche dei legionari feriti o morti.

Bisogna riconoscere il coraggio di questa gente disse Traiano mentre continuava a salire la scala circondato da Aulo e da un nutrito gruppo di pretoriani. Quelli che non sono fuggiti hanno lottato fino alla fine.

Arrivarono quindi all'ultimo piano, su cui si apriva una grande stanza. L stava Tettio con una quarantina di uomini che colpivano l'ultima porta con un ariete di legno rinforzato di ferro sulla punta.

Presto la butteremo gi, augusto disse Tettio quando vide l'imperatore avvicinarsi.

Traiano not che il legatus aveva del sangue sull'uniforme e su braccia e gambe. Lo scontro  stato sanguinoso, a quanto vedo disse.

Gi, hanno combattuto duramente ammise Tettio Giuliano, che, ogni volta di pi, apprezzava il coraggio dei Daci. Lo scontro  stato rapido perch erano esausti. Diversamente, tutto sarebbe stato pi difficile. I miei legionari sono i pi esperti e inoltre erano riposati. Ci nonostante abbiamo perso alcuni uomini coraggiosi di questa coorte, Cesare.

Hai comandato bene i tuoi legionari, legatus disse l'imperatore, lasciando Tettio Giuliano soddisfatto.

All'improvviso, si ud un rumore metallico fortissimo e acuto. La porta di bronzo si era staccata dai cardini nel muro della torre ed era caduta all'interno della stanza a cui dava accesso.

Tutti mantennero il silenzio.

Non si udiva nulla.

Traiano aggrott la fronte speranzoso. Forse il tesoro della Dacia si trovava l? Cos'altro avrebbero potuto difendere con tanto impegno?

A un gesto di Tettio, una decina di legionari entrarono.

Subito uno di loro usc.

C' una donna.

Allora Marco Ulpio Traiano si mosse. Aulo, che continuava a non fidarsi della situazione, lo segu da vicino insieme a una dozzina di pretoriani. I legionari si spostarono di lato. Solo Tettio Giuliano entr con la guardia imperiale.

All'interno, Traiano si trov davanti una stanza austera, con un sarcofago al centro e una donna seduta sopra di esso. Dietro la longilinea figura femminile, ad appena pochi passi dal sarcofago, si apriva un grande balcone da cui entrava l'aria fresca della Dacia, perch la donna, o chiss chi, aveva spalancato le ante della finestra.

L'imperatore e i pretoriani erano a una decina di passi dalla donna ma, di fronte alla calma del Cesare, tutti rimasero indietro senza muoversi.

Indossi la toga purpurea disse allora la donna con voce aggraziata e in un latino chiaro. Perci devi essere l'imperatore di Roma.

 cos rispose Traiano, e prima che potesse chiedere chi fosse lei, la donna si alz lentamente e riprese a parlare, ma senza allontanarsi dal sarcofago di pietra.

Io sono Dochia, sorella del re Decebalo, principessa della Dacia e, sicuramente, una dei pochi Daci ancora vivi in questa citt, anche se lo rester per poco.

Marco Ulpio Traiano deglut. Nemmeno lui fu capace di rimanere impassibile di fronte alla sconvolgente bellezza di Dochia. Forse non poteva guardarla con gli stessi occhi di Aulo, di Tettio e del resto dei pretoriani, ma qualsiasi uomo o donna avrebbe riconosciuto la bellezza di quella principessa, in qualunque circostanza e, dopo la sconfitta totale del suo popolo, l'apparente serenit della giovane sembrava amplificare ancora di pi il suo splendore.

 stata una guerra cruenta disse Traiano, senza muoversi dal proprio posto.

Quale guerra non lo ? domand lei, ma non attese una risposta e continu a parlare. La follia di mio fratello e l'ira di Traiano hanno condotto alla distruzione del mio popolo. Le guerre sono sempre cos: follia e ferocia liberate da qualsiasi freno; ma ormai tutto questo non importa pi. Abbass lo sguardo un istante verso il sarcofago e poi torn a fissare l'imperatore con i suoi affascinanti occhi azzurri. Prima di morire volevo che il Cesare sapesse che qui, in questo sarcofago, c' il suo amico legatus Gneo Pompeo Longino. L'unico romano che sono riuscita ad apprezzare. E credo che anche lui, in un qualche modo, avesse iniziato ad apprezzare ci che di buono esiste nella Dacia.

Traiano si sent doppiamente commosso: innanzitutto per aver saputo che il corpo di Longino era ancora recuperabile e che, per ci che poteva intendere, non era stato dato in pasto agli avvoltoi o bruciato in un rogo anonimo, come aveva sempre immaginato; in secondo luogo, perch aveva percepito l'emozione nella voce della principessa nel menzionare Longino. Nessuno aveva pi osato pronunciare il nome dell'amico dal giorno della sua morte, perch, allora, l'ira che aveva condotto l'imperatore a quella seconda guerra contro i Daci sarebbe tornata ad accendersi. Tuttavia, udire il nome di Longino dalle dolci labbra di quella donna era stato come un balsamo per lui.

Il suo corpo  l? chiese Traiano cercando conferma di ci che, cos inaspettato, gli appariva ancora inverosimile.

 qui, s, per Zalmoxis ribad Dochia. Non tutti a Sarmizegetusa disprezzavano la presenza di Longino nella nostra citt. Chiesi a mio fratello di permettermi di seppellirlo in un luogo discreto, e lui me lo concesse perch, allora, tentava di mantenermi dalla sua parte, perch ancora cercava il mio appoggio in questa folle guerra. Non ho voluto attirare la sua gelosia e la sua invidia, quindi il sarcofago  semplice, ma l'amico dell'imperatore di Roma giace qui, senza che nessuno l'abbia disturbato nel suo riposo eterno. E devo dire che Longino fu, agli occhi di molti, un uomo molto valoroso.

Traiano dovette sforzarsi per trattenere l'emozione che quelle parole gli suscitavano, e si rese conto, infine, di trovarsi di fronte all'unica persona al mondo che aveva apprezzato Longino quanto lui. Forse di pi. Forse no. Forse in un altro modo, con altri sentimenti o, chiss, esattamente con gli stessi.

Improvvisamente, la donna inizi a camminare intorno al sarcofago mentre riprendeva a parlare. Ora che so che il corpo di Longino  nelle mani giuste, credo sia arrivato il momento della mia fine. Continu a camminare fino a trovarsi all'altro lato del sarcofago e si diresse verso la finestra aperta.

Un momento! Per Giove, aspetta! disse Traiano, ma la giovane continuava ad avanzare verso il balcone. Fermati almeno un istante! Ma dato che quelle parole sembravano inutili, Marco Ulpio Traiano, per la prima volta da quando aveva il comando di tutte le legioni di Roma, pronunci un'espressione quasi dimenticata nel vocabolario di un Cesare: Ti prego!.

Dochia si ferm. E si volt.

I pretoriani avevano iniziato a circondare il Cesare da dietro e cercavano di avvicinarsi al sarcofago, ma la voce del loro imperatore li trattenne.

Fermi tutti!

Che cosa vuoi da me? domand Dochia gi molto vicina al balcone della torre.

L'imperatore si azzard ad avanzare di un paio di passi ma non oltre, per evitare che la principessa si avvicinasse di pi al balcone.

Non hai motivo di morire. La Dacia sar ora una provincia romana, ma tu potrai restare qui, come uno dei suoi governanti. Qualcosa mi dice che non sei come tuo fratello. Il semplice fatto che tu non sia fuggita lo dimostra. Non hai motivo di morire.

Vuoi forse esibirmi nel tuo trionfo per le strade di Roma, ricoperta di catene, per poi riportarmi qui come una regina marionetta, sottoposta alle decisioni di Roma?  questo ci che mi offri? Perch se  questo, non posso accettarlo. L'unica cosa che ho in comune con mio fratello  che ritengo che nessun nobile dacico debba lasciarsi incatenare per essere esibito come un trofeo durante un trionfo dell'imperatore di Roma.

No, nessuno ti porter incatenata a Roma. La mia offerta  sincera. Intuisco che hai nutrito un affetto sincero per Longino, o qualcosa di simile; in caso contrario, non ti saresti presa tanto disturbo per il suo cadavere. Non potrei mai danneggiare un'amica di Longino. La mia offerta  sincera.

Dochia sorrise lievemente, ma con pi tristezza che allegria. Longino doveva essere, senza dubbio alcuno, un grande amico del Cesare, dal momento che l'imperatore si mostra tanto generoso quando l'unica cosa che gli consegno  il suo cadavere, ma l'offerta arriva tardi, come tutto in questa guerra maledetta. La Dacia  stata distrutta, mio fratello  fuggito, anche se sicuramente sar catturato e giustiziato. Lui non  ancora consapevole della potenza dell'ira di Traiano; ha sottovalutato i nemici della Dacia in varie occasioni e questo ha significato la nostra fine. I miei amici sono morti, o questo credo... Improvvisamente chiuse gli occhi; quando li riapr guard il Cesare con un rinnovato interesse. C' solo un uomo di cui desidero sapere qualcosa.

Traiano fece un altro piccolo passo avanti. Voleva sinceramente mostrare riconoscenza alla principessa e trattenerla prima che si gettasse dal balcone da cui continuava a entrare l'aria di quella mattina insanguinata dell'ultima estate della Dacia.

Chiedi ci che vuoi.

Diegis, uno dei miei nobili... Che ne  stato di lui? L'imperatore lo conosce perch  stato un messaggero in varie occasioni, davanti allo stesso Cesare a Roma e qui non molti giorni fa.

Traiano ricordava quell'uomo: un guerriero orgoglioso e deciso, ma anche cauto e intelligente; certamente un uomo valoroso, che si era offerto come messaggero in circostanze complicate. All'improvviso, la superbia di quel nobile dacico, che nel recente passato lo aveva irritato, gli apparve giustificata, sapendo ora che il guerriero serviva una donna tanto bella come Dochia.

Ricordo quell'uomo, ma non sono sicuro di sapere che ne sia stato di lui... Traiano si guard intorno in cerca d'informazioni.

Tettio Giuliano fece un passo avanti. Questo nobile dacico ... morto conferm il legatus non senza tristezza, ma aggiunse qualcosa nel tentativo di rendere meno terribile quell'informazione. Diegis ha lottato con incredibile coraggio fino alla fine. Un uomo degno del suo popolo, Cesare.

Traiano annu un paio di volte e si gir subito verso Dochia. La donna guardava a terra.

Diegis poteva morire solo in questo modo. Zalmoxis sar con lui ora, e questo conferma che  giunto il momento del mio ultimo viaggio. E inizi a camminare di nuovo verso il balcone.

Fermatela! ordin Traiano.

I pretoriani le corsero incontro, ma fu tutto inutile, perch la giovane era agile e veloce, e in un attimo fu in piedi sulla cima della balaustra in pietra del balcone della torre pi alta di Sarmizegetusa Regia, citt ormai assediata e rasa al suolo.

Dochia guard in basso per un istante: il fuoco, il fumo e le grida salivano attraverso le pareti lisce della torre. Tutto intorno a lei era sofferenza e distruzione. Il mondo che aveva conosciuto, quello in cui era stata felice, e anche quello in cui era stata infelice ma che era pur sempre il suo mondo, aveva cessato di esistere. Il dolore che si prova per la perdita di una persona amata  fatale, ma la sofferenza che si prova quando il proprio mondo scompare definitivamente  devastante, incontestabile. Nel primo caso, il passare del tempo pu, almeno in parte, risanare le ferite, ma quando non esiste pi nulla di ci che si  stati, di ci a cui si  appartenuti, di ci che si continua a essere, l'esistenza non ha pi alcun senso. Dochia fece un passo avanti, nel vuoto. Il suo corpo vacill una frazione infinitesimale di tempo eterno, come se Zalmoxis stesse ancora pensando se fosse opportuno o meno permettere alla principessa pi coraggiosa della Dacia di andare verso la propria fine assoluta; ma, nel momento chiave, il dio supremo di quella regione del mondo si persuase.

Dochia vol nel vuoto con le braccia aperte, come fosse un uccello le cui ali, esauste, resistono ad affrontare il volo, e cadde velocemente, tagliando un'aria che, nonostante tutto, le riemp i polmoni di serenit, perch era l'aria dei giganteschi boschi della Dacia, l'aria dei suoi fiumi e dei suoi monti, l'aria del suo vento e delle sue tormente, delle sue estati torride e delle sue valli infinite.

Dochia chiuse gli occhi e ricord le parole coraggiose di Diegis nel suo addio, e lo sguardo di totale perdono di Longino nella sua agonia finale. Si strinse a quei ricordi con entrambe le mani, che chiuse in pugni stretti afferrando cos gli unici due esempi di lealt umana che aveva conosciuto in tutta la vita. Due ricordi sufficientemente intensi da cui lasciarsi avvolgere in quella discesa interminabile dall'ultima torre dell'ultimo bastione dell'ultimo giorno di un regno indomito.

Il suo corpo si schiant a terra annullando di colpo la sua mente e lasciando in essa solo un bianco vuoto. Zalmoxis, inginocchiato ai piedi della torre, la raccolse con la forza possente delle sue braccia e, con la potenza propria del dio supremo, risal lento e implacabile verso il cielo pi alto del mondo, portando nel suo grembo il corpo della principessa.

All'interno, l'imperatore rimase in piedi vicino al sarcofago. Uno dei pretoriani si volt verso il Cesare e conferm ci che era evidente.

 morta, augusto.

Traiano annu mentre stringeva le labbra.

Lasciatemi solo, disse voglio stare da solo con Longino. Dopo poco si sedette.

Prima i pretoriani, poi Tettio Giuliano, uscirono dalla stanza, invece Aulo si avvicin all'imperatore.

Ci troviamo all'interno di una torre nemica nel centro di una citt nemica, Cesare disse. Credo che sia mio dovere rimanere accanto al Cesare.

Traiano ebbe la tentazione di gridare ad Aulo perch lo lasciasse solo per una buona volta, ma ricord il coraggio di quel tribuno nel lottare con lui, quando, a causa della propria stupidit, si era trovato in pericolo di morte, in quell'assurda battuta di caccia nella Mesia Superiore. Perci si trattenne.

Hai ragione ammise con un sospiro. Allontanati un poco, per. E indic l'entrata davanti alla porta di bronzo abbattuta.

Aulo obbed e si posizion a una prudente distanza da Traiano.

L'imperatore rimase seduto guardando a terra. La sua schiena era appoggiata alla pietra del sarcofago di Longino. Sospir profondamente. La sua ira si stava dissolvendo come il vento che spinge le nubi fino a disperderle nel cielo.

Ordina a tutti di cessare il massacro disse, come se dalla sua bocca stesse emanando dolore allo stato puro. C' gi stata abbastanza morte. Che i legionari si fermino.  sufficiente.

Aulo annu un paio di volte. Esit, perch non voleva lasciare il Cesare da solo, ma doveva trasmettere quell'ordine. Non era sicuro che abbandonare l'imperatore, anche solo per un istante, fosse una buona idea, ma doveva trasmettere quell'istruzione.

Usc velocemente dalla porta e si rivolse a Tettio Giuliano, che aspettava vicino ai legionari della VII Claudia. L'imperatore ha ordinato che si fermino i massacri. Dice che  sufficiente.

Il legatus si port il pugno al petto e and verso la scala per discenderla rapidamente seguito dai suoi uomini.

Aulo entr di nuovo nella sala del sarcofago e assistette a ci che mai avrebbe immaginato di vedere, e che non avrebbe mai rivelato a nessuno: Marco Ulpio Traiano, seduto accanto all'enorme contenitore di pietra in cui riposava il corpo del legatus Longino, piangeva tra singhiozzi silenziosi ma strazianti, come mai Aulo aveva visto in vita sua.

Il tribuno pretoriano distolse lo sguardo dall'imperatore in segno di rispetto, dirigendolo ai vari angoli della stanza per assicurarsi che non ci fosse alcun nemico nascosto in quel luogo che si stava riempiendo di tanto dolore.

Tettio Giuliano avanzava tra le case della cittadella dentro cui gli abitanti di Sarmizegetusa cercavano di nascondersi dalle armi e dall'odio dei legionari che agivano senza controllo per tutta la citt.

Fermate il massacro! grid a tutti i suoi ufficiali. Fermatevi, per ordine imperiale!

Solo alcuni dei legionari cessarono di trafiggere con i loro gladii uomini, donne e bambini, perch l'ansia della vendetta li aveva talmente incendiati, dopo due campagne militari durissime in Dacia, dopo aver perso i propri compagni in combattimento, dopo aver patito terribili miserie in quel lungo scontro, che non riuscivano pi a sentire n ragioni n ordini. Il legatus sapeva per esperienza che in guerra era sempre difficile cessare di uccidere quando si era cominciato a farlo.

Tettio vide in quel momento un gruppo di legionari che avevano appena sfondato a calci una porta di legno ed entravano in una delle case vicine. Seguito dai suoi uomini di maggior fiducia, irruppe all'interno della casa subito dopo il gruppo di guerrieri che sembravano non aver udito o non voler ascoltare gli ordini. Entrambe le cose erano inammissibili per Tettio Giuliano: un legionario sordo non serviva per il combattimento e uno che si fingeva sordo per eludere un ordine meritava solo disprezzo e castigo.

I legionari che avevano fatto irruzione nella casa avevano appena ucciso un anziano e stavano spogliando due giovani donne a cui avevano strappato dei bambini piccoli che si erano rannicchiati in un angolo terrorizzati.

Che succede qui? domand il legatus gridando.

Questo vecchio ha cercato di ucciderci! url con sdegno uno dei legionari, il pi arrogante: un uomo giovane, scuro, con i capelli ricci che sbucavano da sotto l'elmo.

Tettio Giuliano vide un piccolo coltello da tavola nella mano del vecchio dacico morto. Lottavano fino alla fine per proteggere le loro donne e i loro bambini. Ricord allora le parole di Diegis e anche la promessa. Assest quindi un impietoso calcio nel basso ventre del legionario riccioluto. Questi si pieg subito, stordito dal dolore. Subito dopo, Tettio Giuliano inizi a tirare pugni agli altri due legionari che accompagnavano quel ribelle e che, colti di sorpresa, nemmeno si mossero per proteggersi. I tre, caduti a terra, ora gemevano.

Tettio sput e url: Ho detto che si fermi il massacro! Per Giove! Quante volte devo ripetere un ordine?. Poi si rivolse ai suoi uomini: Portate via questa feccia! Sono in arresto!. E notando la loro espressione dubbiosa, cap che per loro non era sbagliato uccidere donne e bambini dacichi, e pens che forse si stava mostrando troppo debole o, peggio ancora, sentimentale. Allora, invece di ripetere subito l'ordine imperiale, aggiunse: Roma ha bisogno di schiavi, imbecilli. Se li ammazzate impoverirete il bottino di questa vittoria, e inoltre state contravvenendo a un ordine dell'imperatore. Volete affrontare l'ira di Traiano? I Daci ci hanno provato e avete visto che fine hanno fatto.

Pi rapidi di una stella cadente in cielo, i legionari della VII trascinarono fuori dalla casa gli altri tre. Tettio guard le donne, le prese per mano e le port vicino ai bambini che, come avessero una molla in corpo, si aggrapparono subito alle proprie madri.

Ricambi quegli sguardi di riconoscenza infinita da parte delle donne daciche con il silenzio. Usc e pass il resto del pomeriggio impedendo uccisioni simili. Aveva promesso a quel guerriero dacico moribondo, ucciso vicino all'agger, che avrebbe fatto tutto ci che era in suo potere per salvare le donne e i bambini, e lui era un uomo di parola. Anche con un nemico. Spesso Tettio Giuliano aveva pensato che l'unica cosa che restava a un legionario di Roma era la propria parola.

49

IL POTERE DI UNA VESTALE

Ai piedi del Campidoglio, Roma
25 luglio del 106 d.C., hora quarta

Menenia ud le grida della folla e cap che era appena accaduto qualcosa di terribile. La vestale si volt verso il lictor e gli altri servitori che per suo ordine erano rimasti a una certa distanza da lei, e subito quelli compresero ci che voleva. Uno di loro part velocemente per verificare ci che era successo e dopo poco ritorn con l'informazione, che trasmise a bassa voce al lictor.

I pretoriani hanno ucciso una donna che bloccava il loro cammino, mia signora disse il lictor parlando velocemente. La gente dice che era una donna di nome Helva che amava l'auriga; l'hanno uccisa perch tentava di fermarli. Mia signora, dobbiamo andarcene da qui. Questa  una follia. I pretoriani non si fermano davanti a niente.

Si fermeranno davanti a una vestale disse lei con la sicurezza di chi sa che dopo la notte viene il giorno, nascondendo la piet che provava per la morte della giovane Helva.

Il lictor scosse la testa e abbass lo sguardo mentre si allontanava di nuovo dopo aver ricevuto l'ordine di lasciarla sola in mezzo alla strada.

I pretoriani che aprivano il passaggio alle centurie che tenevano in custodia il condannato girarono l'angolo del Vicus Iugarius. Menenia li guard e strinse le labbra. I pretoriani, appostati su entrambi i lati della strada, stavano tentando di contenere la folla di gente che si stava radunando in numero via via maggiore per poter assistere all'esecuzione; e la guardavano come si guarda colui che ha perso la ragione, ma non le dissero nulla.

Erano certi che ci avrebbero pensato gli uomini delle centurie sotto il comando diretto del prefetto del pretorio a farla spostare da l... oppure no? C'erano pretoriani germani e britanni, e di altre regioni dell'Impero, ma anche uomini nati a Roma, e latini che da sempre rispettavano le vestali come qualcosa di assolutamente sacro. I pretoriani stranieri, che avevano conosciuto il potere delle maghe e fattucchiere nei propri luoghi d'origine, identificavano le vestali di Roma come le pi importanti maghe dell'Impero che aveva sottomesso i loro stessi territori. Cos che, fosse per un motivo o per un altro, per rispetto o per timore, nessun pretoriano prendeva alla leggera la presenza di una vestale. E tutti sapevano perfettamente che era un sacrilegio toccarle, quindi molti di loro si stavano domandando: Come far il prefetto del pretorio a spostare qualcuno che non pu essere toccato?.

Tiberio Claudio Liviano, con disperazione, constat che le centurie in prima linea si erano fermate di nuovo impedendo al resto dei soldati di continuare la marcia verso la Rupe Tarpea. Una volta ancora giunse un tribuno per informarlo di ci che stava accadendo.

C'... l'ufficiale sapeva che ci che stava per dire non sarebbe piaciuto al suo superiore, ma lo sguardo assassino di Liviano non gli lasci il tempo di ritardare oltre il rapporto. Si tratta di un'altra donna...

Allora fatela spostare e se necessario uccidetela, lei o altre cento, uccidetele tutte! Per Ercole! Quando mai si sono viste quattro centurie di Roma trattenute da una donna, e che in ogni istante mi si chieda come reagire? Chi ho sotto il mio comando? Bambini spaventati o la guardia dell'imperatore?

Liviano capiva che i suoi uomini provavano disagio a uccidere delle donne, ma allo stesso tempo non poteva tollerare che non fossero capaci di far rispettare la legge. Se il tribunale era stato corrotto o meno, se quel processo era stato giusto o meno, non era affar suo. Se ne sarebbero occupati i senatori o lo stesso Cesare, di fare giustizia. A lui spettava esclusivamente l'esecuzione delle leggi. Se avessero ceduto di fronte alle lacrime di una donna, o di mille che piangessero per la vita dell'auriga, di un infamis in fin dei conti, quali leggi sarebbero rimaste a sostenere Roma? Inoltre era abbastanza comune che un auriga vittorioso suscitasse certe passioni tra le donne di Roma, ma quello in questione era condannato a morte, e niente e nessuno...

Questa volta si tratta di una vestale, vir eminentissimus aggiunse il tribuno interrompendo la catena di pensieri che stava ribollendo nella mente del suo superiore.

Tiberio Claudio Liviano smise subito di pensare.

Era come se, improvvisamente, la sua testa si fosse svuotata.

Si rese conto, in quello stesso istante, che la gente aveva cessato di gridare.

Era per la presenza della vestale.

Solo lei poteva far tacere le grida di rabbia, odio o disprezzo che si erano lanciati gli uni contro gli altri fino a pochi momenti prima.

C' una vestale si dicevano sussurrando i cittadini che circondavano i pretoriani di Liviano, in modo che il prefetto del pretorio, con le grida ormai ridotte al silenzio, riusc a udire perfino quei mormorii. La gente non osava pi lanciare insulti.

Liviano si pass il dorso della mano sulle labbra secche. Una vestale? chiese.

 la vestale Menenia, vir eminentissimus.

Liviano deglut. Si trattava della vestale prediletta dell'imperatore. Quella giornata si era definitivamente complicata. Sospir. Inspir profondamente e inizi a camminare. Pass a fianco del condannato, l'auriga che, terrorizzato, tentava di sollevare il pi possibile la testa per vedere ci che stava accadendo. Il prefetto del pretorio continu ad avanzare, lasciando indietro tutti i suoi uomini fino a raggiungere la prima linea delle unit pretoriane. Proprio l, in mezzo alla strada, vestita della sua tunica bianca e di un sottile velo anch'esso bianco, stava la sacerdotessa di Vesta, immobile.

Dobbiamo passare disse Liviano con tono gentile, conciliante. Sapeva che tutti, i suoi uomini, la plebe, i senatori che si erano avvicinati a quel luogo, i giudici, i sacerdoti, i liberti e gli schiavi, lo stavano ascoltando attenti. L'esecuzione aveva radunato gente di ogni condizione sociale. E l'ultima cosa che voleva Liviano era provocare, con un atto sconveniente davanti alla sacerdotessa di Vesta, altri tumulti a Roma. E meno ancora con quella vestale protetta da Traiano.

Naturalmente rispose Menenia con una fredda serenit. Calcolata o sincera? Difficile saperlo. Ma, vir eminentissimus, tutti a Roma devono cedere il passo a una vestale, continu la giovane quindi sono i tuoi uomini che devono farsi da parte, non credi? Sono uscita a fare una passeggiata per la citt e finora nessuno ha osato farmi aspettare tanto tempo prima di farsi da parte.

Liviano, per il sollievo, espir tutta l'aria che, senza rendersene conto, aveva trattenuto in petto fino a quell'istante. La sacerdotessa voleva solo che la lasciassero passare. Bene, era alquanto assurdo che si fosse diretta l, tanto vicino al luogo in cui stava per celebrarsi una esecuzione pubblica, ma probabilmente tutto ci che cercava era la notoriet che avrebbe ottenuto costringendo i pretoriani a farsi rapidamente da parte per cederle il passo, in accordo con la legge. Se questo era tutto, Liviano non ci vedeva alcun problema.

Questa  infatti una legge di Roma rispose con sicurezza e, alzando il tono di voce e guardando tutti coloro che si erano raccolti l, continu a parlare perch potessero udirlo bene. E il mio compito  esattamente quello di far rispettare le leggi di Roma! Per Giove e per il Cesare! Si volt verso i suoi uomini. Fatevi da parte, maledetti! Fatevi da parte di fronte a una vestale di Roma!

E i pretoriani delle centurie che avevano in custodia Celer aprirono velocemente un passaggio attraverso il quale Menenia cominci a incamminarsi.

Io stesso scorter la sacerdotessa mentre passa tra i miei uomini disse Liviano nel tentativo di ingraziarsi un poco la plebe mostrando il dovuto rispetto a una sacerdotessa di Vesta.

Anche il lictor e i servitori della sacerdotessa seguirono il prefetto del pretorio senza essere infastiditi. Secondo la tradizione, le doveva essere aperto il cammino, in particolare dal lictor, ma Menenia quella mattina, pur lottando dalla parte della legge e pi ancora della giustizia che non sempre coincidono, non si stava comportando secondo la tradizione. Per lei, in quella giornata, ci che era importante era l'essenza delle cose, non la loro apparenza. Tuttavia il lictor, che temeva che qualcuno riferisse poi che non aveva adempiuto al proprio compito, acceler il passo fino a posizionarsi proprio davanti alla vestale, aprendole lui stesso la strada attraverso i pretoriani armati.

Raggiunsero dunque l'auriga, il quale, in piedi, incatenato, si trovava sotto custodia in mezzo alla strada. L Menenia si ferm e guard Celer negli occhi.

50

UN PASTO INDIGESTO

Ludus Magnus, Roma
25 luglio del 106 d.C., hora quinta

Marzio approfitt della fine dell'addestramento giornaliero per rivolgersi a Trigesimo mentre questi era seduto a mangiare una zuppa d'orzo. Nonostante quello fosse un giorno particolare, per i tumulti in citt causati dalla controversa esecuzione capitale di un famoso auriga, l'allenatore dei gladiatori aveva deciso di non cambiare nulla nelle abitudini quotidiane del Ludus Magnus.

Il lanista voleva per lo meno dare l'esempio e, dato che quel giorno si era allenato anche lui, aveva deciso di dividere il pasto con i suoi gladiatori. Non lo faceva per piacere ma per assicurarsi che si nutrissero correttamente. Un gladiatore debole non serviva a nulla. Ai lottatori dell'arena si dovevano offrire pasti adeguati, oppure consegnarli direttamente alle fiere. Qualsiasi opzione intermedia era una perdita di tempo e di denaro. Tuttavia un pasto energetico non doveva necessariamente essere saporito.

Che guardi, tu? domand Trigesimo con disprezzo a Marzio, che gli si era avvicinato. Hai gi finito l'addestramento. Torna alla tua cella se non vuoi che ti rovini la schiena con altre frustate. Sai gi che non esito mai in certe cose. Gli schiavi chiuderanno presto le celle e ti ricordo che quello, l'interno della tua cella,  il tuo posto.

Marzio ignor la minaccia e and direttamente al punto.

Le mie vittorie ti hanno fatto guadagnare molto denaro, quindi perch ora mi fai combattere contro i pi forti? Ogni volta che ammazzo uno di quei lottatori guadagni denaro. Per corri il rischio che alla fine mi uccidano e ci ti coster molto di pi di quanto ti hanno pagato per me. Perch qualcuno ti ha pagato perch io muoia, non  vero?

Trigesimo lasci cadere in terra la ciotola di zuppa d'orzo. La verit era che dava s energia ma era davvero insipida. Abituato com'era ai buoni banchetti e ai condimenti nella sua nuova casa, quella pasta densa risultava quasi disgustosa. Riflett. Quel che diceva il gladiatore, anche se lo irritava, poteva essere vero, tuttavia non voleva inimicarsi il potente senatore che voleva la morte di Marzio per ottenere il suo fegato per il nipote o per chiunque fosse.

Vattene nella tua cella prima che ordini che ti frustino rispose quindi senza alzarsi.

Posso almeno sapere chi mi vuole morto?

Trigesimo non era uomo da svelare misteri, ma se con una parola poteva riuscire a far tornare Senex nella sua cella, perch non dirla?

Un senatore. Vuole il tuo fegato per suo figlio, o suo nipote, o qualcun altro. Non so. Sei gi morto. Tard un istante ad aggiungere qualcosa, che, curiosamente, era vera. Mi dispiace. Ho sempre apprezzato coloro che combattono bene nell'arena, ma non posso farci nulla. L'affare  gi concluso.

L'affare l'ha concluso Carpoforo replic Marzio serio. Quel bestiarius comanda sulle fiere e sui cadaveri con cui le nutre, ma mai prima d'ora aveva comandato sui gladiatori vivi. Io credevo che nell'Anfiteatro Flavio quello che comandava sui gladiatori fosse il lanista, ma vedo che non  pi cos. Sar interessante scoprire cosa ti ordiner di fare la prossima volta. Non ti illudere, allenatore, il problema non  con me, ma con il bestiarius. E questo problema sar sempre pi grande e tu sempre pi piccolo.

Marzio si volt e lasci Trigesimo con uno spiacevole senso di nausea, ma prima di andarsene il gladiatore si ferm un istante e aggiunse alcune parole enigmatiche.

Se dovessi decidere di risolvere il problema con Carpoforo, conta su di me. Nessuno si arrischierebbe, ma io s. Non hai idea delle cose che ho osato fare nella mia vita.

Trigesimo, con la mano destra sullo stomaco, rimase a guardare quel vecchio lottatore che si allontanava in direzione della sua cella. Il lanista riprese a sgranocchiare un po' dell'orzo che non era riuscito a triturare bene tra i denti e, allo stesso tempo, ruminava i suoi pensieri.

51

LA LEGGE DI NUMA

Roma
25 luglio del 106 d.C., hora quinta

Celer guardava Menenia con tenerezza, con passione, con paura.

Non lo fare, non intervenire disse a bassa voce, quasi supplicandola, ma lei distolse lo sguardo da lui e alz gli occhi al cielo. Era pieno di nubi. Si avvicinava un temporale.

Perch giustiziate quest'uomo? domand la sacerdotessa voltandosi verso Liviano.

Il prefetto del pretorio non aveva voglia di cominciare un processo al processo tenutosi nei tribunali, e cerc un modo per evitare un dibattito di quel genere, per di pi in mezzo alle strade di Roma gremite di sostenitori e oppositori della sentenza.

Il mio compito, sacerdotessa di Vesta, non  giudicare ma vigilare che le leggi di Roma siano rispettate mentre l'imperatore si trova al Nord. Quest'uomo  stato condannato dai tribunali della citt, nella basilica Giulia.

 un processo che molti contestano rispose Menenia. Comprendendo per che il prefetto del pretorio non voleva discutere della questione e percependo inoltre la tensione del militare, offr a Liviano quella che pens essere una via d'uscita ragionevole. Come tu dici, non  un nostro problema contestare le sentenze dei tribunali, ma lo  vigilare affinch si rispettino le leggi di Roma. Noto con piacere e pace d'animo che il prefetto del pretorio Tiberio Claudio Liviano  un uomo rispettoso della legge.

 cos ammise l'interpellato, ma piegando lievemente la testa, come quando un guerriero intuisce un'imboscata.

Ti ordino, allora, replic Menenia con fermezza di liberare quest'uomo all'istante, perch Roma ha un altro destino per lui e non  quello di morire sulla Rupe Tarpea; questo te lo ordino in accordo con l'antica legge di Numa. E alz la voce perch tutti potessero udirla bene: i pretoriani, il loro capo e le centinaia, migliaia di persone che affollavano il Vicus Iugarius e le strade adiacenti. Menenia, davanti alla perplessit del prefetto del pretorio, si spieg. Una legge che stabilisce che se una vestale incrocia sul suo cammino un condannato a morte che  condotto all'esecuzione, ha il potere di liberare il condannato se lo ritiene opportuno per il bene di Roma, e questo  esattamente ci che sto facendo: sono una vestale, esiste la legge, e ritengo che liberare questo auriga renda pi onore alla giustizia della citt che il rimanere impassibile a guardare mentre lo gettano dalla Rupe Tarpea. Ora, Tiberio Claudio Liviano, in nome dell'impegno preso con l'imperatore, ti consiglio di rispettare la vecchia legge di Numa, una legge senza dubbio antica ma che non  mai stata abolita. Vedendo ancora troppa sorpresa, una punta d'incredulit ed enormi dubbi sul volto di Liviano, la giovane vestale si guard intorno. Qui vedo senatori e qualche sacerdote tra coloro che ci circondano. Che verifichino loro stessi se questa legge esiste ancora o meno, e se ci che chiedo  in accordo con essa.

La gente taceva. Diversi senatori si guardavano tra loro. Plinio, che aveva lasciato la propria casa mosso non solo dalla curiosit di essere testimone di ci che accadeva, ma anche perch aveva ricevuto una lettera con la richiesta da parte di una persona di enorme importanza che lo pregava di recarsi l quella mattina, si fece avanti con l'intenzione di dire qualcosa. Tuttavia, prima che il vecchio avvocato e senatore potesse parlare, un altro personaggio emerse dalla folla chiedendo ai pretoriani di lasciarlo passare per avvicinarsi alla vestale e al prefetto del pretorio.

Liviano riconobbe all'istante il vecchio Salinator, che non molto tempo prima era stato rex sacrorum di Roma, e annu guardando i suoi soldati perch questi si facessero da parte e lasciassero passare il sacerdote.

L'anziano non esit a oltrepassare la linea di pretoriani e si ferm vicino alla vestale, mantenendo una certa distanza, come chi rifugge un cane pericoloso del quale teme i morsi. Parl alzando la voce potentemente, nonostante la sua et.

Tutti qui mi conoscono: per anni sono stato il rex sacrorum della citt e se c' qualcosa che conosco bene sono le antiche leggi di Roma.  vero ci che dice la sacerdotessa: una vestale pu liberare un condannato a morte se incrocia il suo cammino mentre lui  diretto alla pena capitale, ma, e questo  molto importante... e qui Salinator fiss i suoi occhi su Menenia con lo sguardo del lupo affamato ...la vestale dovrebbe aver incrociato per caso il condannato e non averlo pianificato cercando, durante la sua passeggiata per Roma, il punto in cui incrociare la comitiva che conduce il condannato verso la morte. Io credo, anzi sono sicuro, che la vestale che desidera liberare il condannato abbia pianificato il percorso della sua passeggiata di oggi per la citt con l'unico scopo di incrociare questo auriga che, secondo i nostri tribunali, deve morire. E se la sacerdotessa ha fatto questo, allora  colpevole di sacrilegio e pu essere anch'essa giudicata e condannata.

Tiberio Claudio Liviano comprese che quella mattina a Roma stava avvenendo uno scontro tra forze potenti che lui non poteva controllare, e ci lo rese alquanto nervoso, ma Salinator continu a parlare.

Avete visto tutti che la vestale si  fermata aspettando i pretoriani. Ha pianificato tutto. La sua richiesta, secondo la legge che lei stessa invoca, non  valida...

La vestale, che io sappia, lo interruppe Plinio facendosi avanti e attraversando la linea dei pretoriani grazie, ancora una volta, al permesso di Liviano la vestale, come dicevo,  stata costretta a fermarsi perch la guardia pretoriana, stranamente, non la faceva passare. Se qui qualcuno ha commesso un reato,  piuttosto la guardia pretoriana. Ma poich Plinio non voleva lasciare nei guai il prefetto del pretorio, velocemente cambi discorso. Tuttavia  stato altrettanto evidente che Liviano, appena ha saputo chi c'era per la strada, davanti ai pretoriani che custodivano il condannato, ha dato ordine personale, io l'ho visto, tutti lo abbiamo visto, di lasciare passare la vestale che passeggiava per la citt, e lui stesso l'ha scortata attraverso il passaggio che gli hanno aperto i pretoriani della guardia dell'imperatore. E s, questa legge esiste e la vestale ha tutto il diritto, per via del suo sacro sacerdozio, d'invocarla se lo ritiene rilevante; che io sappia nessuno, insisto, assolutamente nessuno, pu provare che la sacerdotessa abbia pianificato l'incontro con i pretoriani. Infatti, mi risulta che il percorso che ha seguito il prefetto del pretorio, dal suo accampamento fuori dalla citt fino al colle capitolino, non sia quello abituale. Credo che il prefetto del pretorio, uomo prudente, abbia cercato proprio oggi un percorso diverso dal solito per evitare le sommosse nelle strade, e sono convinto che... si volt verso Liviano lentamente ...s, sono sicuro che Liviano non abbia informato nessuno e tanto meno le vestali di quale fosse il percorso che intendeva seguire oggi per giungere alla Rupe Tarpea. O forse mi sbaglio e il prefetto del pretorio aveva informato del percorso la sacerdotessa di Vesta?

No, certo che no rispose Liviano, che non capiva perch improvvisamente fosse divenuto lui l'interrogato.

E sia, allora. Plinio riprese il suo discorso usando l'intensit vibrante della sua voce. Credo che questo incontro tra la vestale e il condannato a morte provenga solo dal caso, o forse da un disegno degli dei, forse della stessa dea Vesta, e niente affatto da qualcosa di artificiale o premeditato. Il condannato deve essere liberato. La legge di Numa deve essere rispettata.

A Salinator tremavano le labbra. Guard il cielo. Aveva un'ultima possibilit. C'erano sempre pi nuvole scure e qualche sprazzo di azzurro e, improvvisamente, una pioggia fine inizi a cadere sopra Roma.

Allora disse l'ex rex sacrorum se tutto  frutto del caso o della decisione degli dei, che la vestale giuri che l'incontro con il condannato in questa strada non  stato premeditato.

Una vestale di Roma non pu mai giurare lo contraddisse Plinio, che comprendeva bene ora perch quella mattina avesse ricevuto la missiva che lo pregava di assistere all'esecuzione di Celer. Tuttavia, mai si sarebbe aspettato di essere coinvolto in un dibattito con un vecchio e ostinato rex sacrorum mosso dal rancore e da un odio la cui origine non riusciva a intendere. Plinio non era sicuro di riuscire da solo a frenare la rabbia dell'anziano sacerdote il quale, senz'ombra di dubbio, ne sapeva pi di lui riguardo ad antiche leggi su vestali e pontefici. No, Plinio sapeva di essere su un terreno pericoloso e percepiva la sconfitta in agguato.

Non pu mai giurare? ripet Salinator in tono ironico. Ecco provato che il senatore sapr forse qualcosa di leggi moderne ma ben poco di leggi antiche. Una vestale infatti non deve mai giurare eccetto nel caso in cui sia lei stessa a sollecitare la liberazione di un condannato a morte, secondo la vecchia legge di Numa. In quel preciso momento una vestale, se le  richiesto, deve giurare che l'incontro con il condannato  stato fortuito; quindi spero che qui, ora, la vestale giuri, a voce alta e distinta, che solo gli dei hanno provocato questo incontro tra lei e l'auriga che  stato condannato.

Si fece un silenzio assoluto, sotto la fine pioggia che cadeva, mentre Salinator si avvicinava, passo dopo passo, molto lentamente, a Menenia e le ripeteva una volta dopo l'altra un'unica parola, con tono sempre pi alto, sempre pi aggressivo.

Giura. GIURA! GIURA!

La vestale rimase l, immobile, senza spostarsi di un millimetro dalla propria posizione, come se la stessa dea Vesta l'avesse inchiodata alla terra. Celer la guardava e scuoteva la testa. Non dire nulla, non dire nulla pensava, ma l'auriga ormai non osava nemmeno parlare, sicuro com'era che se le avesse detto qualcosa il maledetto Salinator lo avrebbe usato come argomento contro Menenia; continuava a pregare tra s e s che lei non parlasse, che non dicesse nulla, che mantenesse il silenzio sotto la dolce cortina della pioggia. Era un bel giorno per morire, in mezzo al fresco della pioggia estiva. Per lui era gi morta Helva. Non voleva che morisse nessun altro e tanto meno Menenia. Lei no. No.

Ma la vestale apr le labbra.

La giovane sacerdotessa ci aveva pensato bene. Le era apparso definitivamente chiaro, come una rivelazione sulla complessit dell'esistenza, che mentire era l'unica soluzione per ottenere giustizia.

Lo giuro. Giuro su Vesta che questo incontro  stato fortuito. Lo fece sapendo che non lo era, sapendo che ora tutto dipendeva dagli dei.

Menenia chiuse gli occhi.

Un raggio di sole comparve improvvisamente dalle nuvole e l'arcobaleno apparve su Roma.

Perfetto! pens Salinator con un grido muto che scoppiava dall'interno del suo animo vendicativo.

Lo vedete? Lo avete visto tutti? disse, indicando l'arco multicolore che si espandeva nel cielo. Questo vuol solo dire che la dea Iris ci trasmette un messaggio divino esclam abilmente. Era preparato per interpretare qualsiasi tipo di fenomeno del cielo nella chiave che pi gli interessava.

Plinio lo guardava in silenzio, senza sapere bene come rispondere. Quello non era un processo tra avvocati, anche se di processo si trattava, un processo rapido e improvvisato contro Menenia: era un processo tra sacerdoti, e lui, in quel campo, non era preparato; lo sapeva, cos come lo sapeva Salinator. Il vecchio senatore non era sicuro che demolire con la ragione la magia che molti associavano all'arcobaleno fosse una buona idea: aveva senso raccontare alla plebe che gi al tempo di Cicerone, e ancora da prima, si sosteneva che l'apparizione dell'arcobaleno dipendesse dalle nuvole, che trasformavano la luce del sole in molteplici colori? Lui stesso si era servito della superstizione del popolo riguardo all'eclissi di luna per salvare Menenia in passato. Salinator, semplicemente, lo stava ripagando con la stessa moneta.

All'improvviso si ud chiaro, possente e lontano dalle preoccupazioni degli uomini, il pi forte dei tuoni. Una tormenta si avvicinava dal cielo. L'odio si apriva il cammino sulla Terra.

Questo  il segnale degli dei! Questo! urlava Salinator. La vestale mente! Mente! Ed era sul punto di aggiungere qualcosa di terribile quando Plinio lanci la sua ultima, disperata difesa.

Anch'io sono augur e posso interpretare le meraviglie del cielo e leggere in esse il destino del mondo. Il tuono  venuto dalla mia sinistra, e a sinistra rimane anche l'auguraculum, sulla cima del Campidoglio. E questo  un buon auspicio. Questo tuono, se prova qualcosa, indica solo che gli dei stanno dimostrando che la vestale non mente.

Ma Salinator non era disposto ad arrendersi. Vedeva la gente confusa, sapeva che molti di loro erano usciti dalle proprie case, quella mattina, per vedere il sangue, e quando c' sete di sangue e di confusione, si pu ottenere tutto. Si udirono pi tuoni e questi provenivano da ogni parte. Stava per tornare a parlare, ma un'altra persona si fece avanti dalla folla e, dalle spalle dei pretoriani, esclam forte:  sufficiente cos, Salinator!.

Tutti si voltarono verso il nuovo personaggio che osava intervenire nel dibattito tra un sacerdote e un augur, e videro un uomo anziano con gli occhi bendati, accompagnato da una donna anche lei di una certa et e con il viso coperto da un velo che impediva di capirne l'identit.

 sufficiente, Salinator! Ti ricordo, ricordo a tutti i presenti, che non sei niente e nessuno nel Collegio dei pontefici! N le tue parole n le tue interpretazioni sui raggi del sole, sui tuoni o sui giuramenti, n su nessun altro evento naturale o inspiegabile possono essere tenute in considerazione! Non sei pi n il rex sacrorum n un sacerdote! E io, il flamen Dialis, il sacerdote supremo di Giove, ti intimo di tacere e ti avverto che se non lo farai ordiner il tuo arresto e la tua uccisione! Per tutti gli dei! Sono stato costretto a uscire questa mattina di pioggia per impedire tali assurdit e insensatezze! Per Castore e Polluce! Chi ha qui l'autorit effettiva perch le leggi di Roma siano rispettate?

Liviano si rallegr che, finalmente, qualcuno si ricordasse di lui. Io, il prefetto del pretorio.

Bene. Allora esercita le tue funzioni e che siano rispettate le leggi di Roma: la vestale ha invocato una vecchia legge che  ancora in vigore, non importa quanto vecchia sia; le  stato chiesto un giuramento, anche se da parte della persona sbagliata, e lei ha giurato che l'incontro con il condannato  stato fortuito. Mi dicono, perch io non posso vederlo, che la dea Iris  apparsa. E sia. Gli dei hanno fatto rimbombare i tuoni, ma il primo  venuto da sinistra, esattamente com' stato specificato dall'augur Plinio, di cui riconosco l'inconfondibile voce. E questo  di buon augurio. Quindi  gi stato detto tutto. Tiberio Claudio Liviano, libera questo condannato e andiamocene a casa prima che la pioggia cominci a cadere forte e finisca per affogarci tutti in questa confusione e, peggio ancora... Si volt verso il punto da cui aveva udito per l'ultima volta la voce di Salinator, che restava l in piedi, perplesso, zitto e sconfitto. S, andiamocene prima di soffocare tutti nella menzogna.

Poi si volt, come se non ci fosse bisogno di aggiungere altro.

Per favore, riportami a casa disse il flamen Dialis a bassa voce alla donna coperta dal velo che gli faceva da guida.

Plinio, che si era avvicinato per salutare il flamen Dialis, si ferm e osserv la donna che guidava il sacerdote mentre sollevava un istante il velo con la mano sinistra. Il senatore Gaio Plinio Cecilio Secondo rimase pietrificato nel riconoscere il viso di Domizia Longina, l'ex imperatrice, moglie di Domiziano, la stessa donna che gli aveva scritto perch si trovasse l quella mattina e aiutasse, per quel che poteva, Menenia. Plinio la salut chinando leggermente la testa e lei, con un evidente apprezzamento per i suoi sforzi nell'aiutare Menenia, pieg a sua volta il capo per poi coprirsi subito.

Perch si nasconde? si domand il vecchio senatore. Il flamen Dialis doveva bendarsi gli occhi per un divieto religioso, perch non poteva vedere n armi n catene, e quel giorno Roma ne era piena; ma perch l'imperatrice nascondeva il viso? Niente e nessuno le proibiva di spostarsi per Roma in libert. Infatti, solo in pochi l'avrebbero riconosciuta o...

Di colpo, come una mazzata, Plinio comprese perch l'anziana sposa di Domiziano si nascondeva. Molto lentamente, mentre Domizia si allontanava, il senatore si volt verso la vestale Menenia. La somiglianza era indiscutibile. Ma solo lui, che da anni nutriva quel dubbio, pareva essersene reso conto. Plinio rest in silenzio e ripose nel pi profondo meandro della propria mente quella rivelazione.

Intanto Liviano, riconoscente per l'intervento del sacerdote supremo di Giove, un'autorit che finalmente aveva chiarito le cose, impart gli ordini che gli parvero pi opportuni.

Liberate il condannato! disse con voce implacabile, e i suoi uomini iniziarono a darsi da fare per togliere le catene il prima possibile. Sapevano che il loro capo era un uomo impaziente e che quella mattina aveva gi tollerato molto pi di ci che poteva.

Celer, perplesso, ancora incredulo, constat che i suoi polsi insanguinati erano liberi dalle catene e si volt verso Menenia. Si rese conto che lei non lo stava guardando, invece seguiva attenta il flamen Dialis, che si allontanava attraverso un varco che la folla, rispettosa del vecchio sacerdote, aveva aperto per lui.

S, Menenia guardava in direzione del flamen Dialis ma i suoi occhi non scrutavano il mantello che ricopriva il sacerdote, bens la figura magra che s'intravedeva sotto la tunica della donna che lo guidava in silenzio e che, accanto al flamen, si allontanava da quel luogo muta e silenziosa, esattamente come era stata per anni, all'apparenza senza fare nulla ma invece facendo tutto. Perch quella donna l'aveva aiutata? Prima rivelandole la legge di Numa e poi conducendo l il senatore Plinio e lo stesso flamen Dialis? E, continuando a farsi domande, perch anche l'imperatore era sempre stato dalla sua parte? Infine, Menenia si fece la domanda chiave sulla propria vita: chi era lei veramente? Perch la proteggevano persone cos importanti?

Non se ne rese conto, ma Celer cercava di avvicinarsi; per, proprio quando l'auriga stava per raggiungere la giovane vestale, fu circondato dagli aurigatores della corporazione dei Rossi, che lo presero in braccio e lo sollevarono sopra la folla gridando in coro il suo nome, come se avesse ottenuto una nuova vittoria nel Circo Massimo. Com'era prevedibile, ci provoc la reazione opposta nei sostenitori degli Azzurri, giunti per presenziare alla sua morte, che ora bruciavano per la delusione di vederlo liberato da una legge che non conoscevano. La situazione divenne cos tesa che rischi di scoppiare un'autentica battaglia campale tra i sostenitori di una corporazione e quelli dell'avversaria. Ma Tiberio Claudio Liviano reag rapidamente.

Tutti calmi, per Giove! Tutti calmi oppure ordiner alla guardia che vi abbatta uno per uno! E per gli dei se questo non  ci che pi desidero al mondo!

La plebe si trattenne mentre i tribuni pretoriani dispiegavano rapidi la guardia imperiale tra i vari simpatizzanti di una parte e dell'altra.

Il prefetto del pretorio continu a parlare: Voi!. E indic alcuni dei suoi ufficiali. Scortate la vestale nel suo ritorno all'Atrium Vestae! E che nessuno osi toccarla! Risponderete a me e con la vostra vita, della sua sicurezza! Voialtri, sguainate le spade! Si rivolse di nuovo alla plebe: Volete il sangue? Bene, siete sul punto di vedere molto sangue se non tornate subito nelle vostre case! Volete ucciderci? Volete che questo auriga e i vostri si uccidano tra loro? Bene, mi pare un'ottima cosa! Magari vi ammazzaste tutti, ma non nelle strade di Roma! Se volete che questo auriga lotti a morte contro i vostri, io non ho nessun problema, ma sar nel Circo Massimo e non nelle strade di Roma! Non mentre io sono prefetto del pretorio!.

E Liviano guard Celer rabbioso, ma, allo stesso tempo, come se reclamasse un minimo, anche solo un minimo, di collaborazione prima di dover lanciare i suoi uomini verso una gigantesca carneficina nel centro di Roma.

L'auriga dei Rossi sembr capire ci che il prefetto del pretorio voleva e, oltre a dovergli in parte la vita, sapeva anche che ci che diceva era sensato. Celer, quindi, cerc rapidamente qualcuno tra i suoi nemici della corporazione degli Azzurri e non tard a trovare Acleo circondato dai propri aurigatores.

Miserabile, ci vedremo nel Circo Massimo! url.

Acleo annu e con il pi grande disprezzo accett la sfida ripetendo le ultime tre parole del suo mortale avversario.

Nel Circo Massimo!

Era una dichiarazione di guerra.

Sulla dea Iris e il suo arco multicolore:

Cum dea se paribus per caelum sustulit alis

ingentemque fuga secuit sub nubibus arcum.

Quando la dea [Iris] si lev nel cielo ad ali tese

e fuggendo sotto le nubi tracci un immenso arco.

VIRGILIO, Eneide, V, 657-658.1

Sulla vera natura dell'arcobaleno:

Cur autem Arqui species non in deorum numero reponatur? Est enim pulcher, et ob eam speciem, quia causam habeat admirabilem, Thaumante dicitur esse nata. Cuius si divina natura est, quid facies nubibus? Arcus enim ipse e nubibus efficitur quodam modo coloratis.

Perch allora non porre fra gli di anche la figura dell'arcobaleno? Bello  il suo aspetto e appunto per questo, quasi a significare ch'esso  provocato da una causa che desta stupore,  detto figlio di Taumante. Ora, se l'arcobaleno  un dio, che farai con le nubi?  un fatto che l'arcobaleno  costituito dalle nubi assumenti determinati colori [...]

CICERONE, De Natura Deorum, III, XX, 512

Sulla legge di Numa:

??? ?????? t??? p??? ???at?? a?t??t?? s??t???s??, ??? ??a??e?ta?, de? d? ?p??sa? t?? pa?????? ????s??? ?a? t??a?a? ?a? ??? ??ep?t?de? ?e?????a? t?? ?p??t?s??.

[...] e se [le vestali] s'imbattono per caso in qualcuno che viene condotto a morte, costui non viene ucciso. Per la vestale deve giurare che l'incontro non  avvenuto apposta, ma  stato involontario e fortuito.

PLUTARCO, La vita di Numa, in Vite parallele, 10, 6.3

1. Publio Virgilio Marone, Eneide, III (libri V-VI), a cura di E. Paratore, trad. di L. Canali, Mondadori, Milano 1989, pp. 50-51.

2. Marco Tullio Cicerone, Sulla natura degli dei, a cura di U. Pizzani, Mondadori, Milano, 1997, pp. 320-321.

3. Plutarco, Le vite di Licurgo e di Numa, X, in Vite parallele, a cura di M. Manfredini e L. Piccirilli, Mondadori, Milano, 1998, pp. 148-149.

52

LE LABBRA E LA LINGUA E LE GENGIVE

Montes Sarmatici1, nord-est della Dacia
Agosto del 106 d.C.

Cavalleria dacica di Decebalo

Fuggivano da settimane. Si erano rifugiati nelle fortezze del Nord, prima a Piatra Craivii e poi ad Harghita, ma i pochi viveri e il fatto che alcune delle mura non fossero state ricostruite dopo la prima guerra contro Traiano avevano obbligato Decebalo a continuare il suo viaggio. Aveva abbandonato l'oro vicino a Sarmizegetusa, ma poich era certo che fosse custodito in un luogo sicuro che Traiano non sarebbe mai riuscito a scovare, ci gli avrebbe permesso di giocarsi quella carta e prometterne una parte ai Sarmati e agli altri popoli che lo avessero aiutato a resistere nella lotta. Quella guerra si poteva ancora vincere. Ancora.

E, tuttavia, erano sempre meno. I Romani sembravano essere ovunque, e c'erano stati vari scontri in cui avevano perso molti uomini. Gli restavano appena cento guerrieri leali in quella fuga, ma nutriva la speranza di riunire un grande esercito pi a nord, insieme agli altri Daci fedeli e ai Bastarni, Rossolani e Sarmati che diffidavano dei Romani che erano tornati ad attraversare il Danubio.

I cavalli erano esausti, ma non potevano fermarsi. I loro inseguitori erano vicini. Decebalo non aveva ancora perso l'istinto del cacciatore, ma in quel momento lui non era il cacciatore bens la preda, e tutta la cavalleria delle legioni di Roma gli stava alle calcagna. Poteva sentirli. Erano l.

Prima linea della cavalleria romana

Tiberio Claudio Massimo aveva ricevuto l'ordine di superare le montagne e lanciarsi all'inseguimento del re dacico verso l'estremo Nord di quella valle. Non era un incarico semplice, perch per raggiungere il nemico avevano dovuto cavalcare tutta la notte in quel territorio selvaggio e a loro sconosciuto. Avevano con s due guide daciche che erano passate dalla parte romana con la speranza di salvarsi dopo la distruzione del regno. Tiberio dubitava della loro lealt, ma in ogni caso avevano aggirato i monti senza che nessuno avesse teso loro un'imboscata, e all'alba erano ricomparsi dall'altra parte della valle. Tiberio ordin che i cavalieri si fermassero e riposassero un poco. Il combattimento era imminente, ma se gli uomini fossero riusciti a riposare, anche solo per poco, ci avrebbe dato loro nuova forza ed energia. Erano ottanta cavalieri. Tiberio stava bevendo l'acqua che gli aveva appena portato uno degli uomini che trasportava un grande otre per saziare la sete delle turmae.

Aaah disse mentre restituiva il recipiente vuoto al soldato che glielo aveva offerto.

La luce dell'alba si allung sulle cime degli alberi e lungo il sentiero che serpeggiava tra essi.

Sono l disse uno dei cavalieri e indic il centro della valle.

Cavalleria di Decebalo

Ci tagliano la strada, mio signore disse Vezinas.

Decebalo, incredulo, scrut l'orizzonte dall'alto del suo cavallo. Non poteva essere, era impossibile, ma erano l. Non sono troppi. Ce la faremo contro di loro replic con spavalderia.

 possibile, ammise Vezinas ma il combattimento ci rallenter e il resto della loro cavalleria ci raggiunger.

Lo so gi, imbecille! esclam il re, furioso, perch vedeva i suoi piani andare in fumo uno dopo l'altro. Cosa suggerisci?

Vezinas lo sapeva ma non si arrischiava a dirlo. La parola resa non sembrava una possibilit che Decebalo potesse contemplare, anche se per lui era l'unica sensata.

Il re si guard intorno e trov subito chi cercava: Mario Prisco, aggrappato al dorso di un cavallo dacico, con i polsi legati da corde sulla schiena e un'espressione speranzosa.

Di che ti rallegri tu? gli chiese ferocemente mentre fermava la marcia del suo cavallo e scendeva a terra.

Il resto dei guerrieri fece lo stesso, eccetto Vezinas, che stava cominciando a valutare la possibilit di correre al galoppo verso i monti e abbandonare il re della Dacia alla sua sorte. Nel frattempo, mentre decideva il da farsi, finse di restare in groppa al cavallo per vigilare i movimenti della pattuglia nemica che, molto lentamente, iniziava ad avvicinarsi, nonostante fossero ancora lontani. Anche se numericamente si pareggiavano, quella pattuglia non sembrava poter reggere lo scontro.

Decebalo giunse vicino al cavallo di Prisco e si ferm a lato del prigioniero romano, rimasto in groppa all'animale.

So cosa pensi, per Zalmoxis gli disse guardandolo con disprezzo. Ti rallegri perch credi che presto i Romani ci cattureranno e che questo significhi la tua liberazione, ma non esiste nulla di pi lontano dalla realt. E senza esitare un istante, lo afferr per un braccio e lo scaravent gi violentemente, cos che il romano cadde da cavallo sbattendo le ossa sul sentiero polveroso. Si sent un crac, qualcosa di duro che si rompeva.

Aaah! grid Prisco. Sapeva di essersi rotto qualcosa, forse un braccio, non ne era sicuro, e il dolore era infernale, ma doveva resistere. La liberazione, infatti, era vicina, anche se doveva pensare a come contenere l'ira del re dacico ancora per un poco, solo per un poco... Si mise in ginocchio con grande sforzo. Faticava a respirare. Il braccio gli bruciava da dentro. All'improvviso, sent l'alito di Decebalo.

Stiamo per entrare in battaglia, forse la nostra ultima battaglia, o forse no, questo non lo so, ma prima ti uccideremo disse il re con irremovibile determinazione, e sguain la sua sica ricurva.

No, mio re, no...! inizi a gridare Mario Prisco. Io posso intercedere davanti all'imperatore di Roma! Parlava rapidamente, a tutta velocit, perch i suoi occhi vedevano la daga mortale di Decebalo avvicinarsi e aveva solo una piccola frazione di tempo per fermarlo; ci era riuscito in passato, quando era fallito il piano per assassinare Traiano, ci era riuscito dopo il sequestro di Longino e ci sarebbe riuscito di nuovo. Prisco, nonostante la situazione disperata, aveva ancora la speranza di coloro che si sono salvati decine di volte dal loro meritato destino e sono abituati a eludere l'ira di quelli a cui hanno fatto pi danno. E continuano a provarci. Posso parlare a Traiano! Diremo che il piano per assassinarlo  stato un'idea di Bacilis, di quell'imbecille che giace morto vicino alle mura di Sarmizegetusa! E io stesso dir che fu sempre Bacilis... No, questo non sarebbe credibile, abbiamo bisogno di qualcuno, un altro dace... E guard il versante del monte verso cui Vezinas, da solo, si allontanava al galoppo approfittando del fatto che tutti erano in attesa di assistere a ci che il re avrebbe fatto al prigioniero romano. S, accuser Vezinas di essere stato lui a decidere di sequestrare Longino e infine di averlo ucciso in un attacco d'ira o di rabbia o di odio! E siccome il suo sguardo era diretto verso i monti, Decebalo si volt, accorgendosi che Vezinas fuggiva verso il bosco. Un altro traditore. Si sarebbe occupato anche di lui, ma ora doveva finirla con quel romano che continuava a parlare e parlare senza sosta. Vezinas si prender la colpa di tutto e io dir pi volte a Traiano che il re della Dacia ha trattato sempre con rispetto e dignit Longino, il suo amico! Questo render magnanimo il Cesare, ma ora il re della Dacia ha bisogno di me, ha bisogno di me! Solo io posso intercedere davanti a Traiano! Sono uno di loro, uno dei loro senatori! L'imperatore mi ascolter e Decebalo avr salva la vita, pu anche essere che riesca a persuaderlo a lasciarlo andare al Nord o restare a Sarmizegetusa! Con me vivo tutto  possibile e il re lo sa, lo sa! Se mi uccidi, resterai senza nulla con cui poter negoziare!

Decebalo ferm la daga. Ci che diceva il romano poteva avere un senso. S, forse aveva ragione. Forse quella era l'unica possibilit di restare vivo.

Prisco vide che le sue parole avevano sortito l'effetto desiderato. Il dolore al braccio rotto continuava a tormentarlo, ma la felicit di essere riuscito a ingannare ancora una volta il destino era tanto grande che agiva come un balsamo.

Decebalo continu a riflettere in silenzio. Riusciva a sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli romani avvicinarsi. Presto sarebbero entrati in combattimento contro la pattuglia nemica che gli stava tagliando il cammino. S, forse, nonostante tutto, il prigioniero romano aveva ragione.

O forse no.

All'improvviso, Prisco sent una fitta e un secondo dopo un dolore atroce al basso ventre. Il suo sguardo era rivolto alle turmae dei cavalieri delle legioni che si avvicinavano al galoppo, ma sentendo quel nuovo e inaspettato dolore abbass gli occhi e vide la sica del re dacico affondare nel suo corpo fino all'impugnatura che gli penetrava nell'intestino. E quando il re estrasse l'arma lacerandogli tutto il basso ventre il dolore fu perfino maggiore.

Aaah! grid Prisco mentre cadeva e si piegava al suolo cercando in questo modo, ma inutilmente, di bloccare la ferita da cui gli stavano uscendo, come pezzi di carne fresca, gli intestini, che si sforzava di trattenere dentro il corpo.

No, senatore romano. Non ti credo pi gli sussurr all'orecchio Decebalo. Tutti abbiamo una fine e forse la mia  molto vicina, ma questa  stata la tua. Di gran lunga migliore di quella che avresti meritato: morto per mano del re Decebalo. Questa s  una ferita mortale ma lenta, per il tuo ultimo viaggio; lo vedrai. E guard i suoi uomini. Prendetelo a calci prima di montare, ma non uccidetelo, e poi slegatelo: quanto pi cercher di tenere dentro le viscere pi soffrir! Tutti lo fanno! Lanciamoci all'attacco! Ci apriremo la strada come abbiamo sempre fatto! Per Zalmoxis, per la Dacia!

E tir un calcio al moribondo Prisco prima di rimontare a cavallo. Una dozzina dei suoi uomini pi leali lo imit, e Mario Prisco fu preso a calci brutalmente, ma con attenzione a non ucciderlo. Subito dopo, uno di loro tagli le corde che tenevano Prisco ammanettato e tutti se ne tornarono ai propri cavalli. Anche a loro parve giusto che quel romano soffrisse il pi possibile. Non lo avevano mai potuto sopportare.

Il vecchio senatore, accovacciato a terra, vide la polvere che sollevavano i cavalieri dacichi nel loro galoppo in direzione del nemico.

Pens a Traiano, mentre, istintivamente, si portava le mani al basso ventre e percepiva i suoi intestini insanguinati spargersi a terra.

Maledisse l'imperatore di Roma con rabbia. Poi maledisse Decebalo.

Non poteva credere di stare per morire.

Incredulo davanti a quel capovolgimento del destino si rese conto che, a un tratto, non poteva avvertire altro che dolore, ovunque. Non lo avevano nemmeno finito perch soffrisse di pi. Torn a maledire Decebalo e abbozz un amaro sorriso. L'ira di Traiano avrebbe raggiunto anche il re della Dacia. Improvvisamente fu preso dalle convulsioni e cominci a sputare sangue e bile dalla bocca. Prov disgusto per se stesso. Perch non moriva una volta per tutte invece di avvertire le proprie viscere nelle mani? Continuava a spingerle dentro, ma gli mancavano le forze e, alla fine, smise di provarci: vide allora che gran parte dell'interno del suo corpo si rovesciava sulla polvere del sentiero impregnandola di rosso e disseminandola di piccoli pezzi.

Fu allora che vide gli avvoltoi volare su di lui in una lenta discesa. Erano giorni che quegli uccelli planavano sopra di loro, come se prevedessero che presto avrebbero trovato un buon pasto. Agonizzante, Prisco osserv gli spregevoli volatili scendere lentamente fino a posarsi a pochi passi da lui.

No, questo no pens disperato, ma Decebalo lo aveva avvertito: quella ferita causava una morte lenta. Cos, l'ex senatore di Roma fu testimone di come un avvoltoio si avvicinava piano ai suoi intestini sparsi sulla terra della Dacia, fino a che il nefasto animale cominci a piluccare con avidit. Prisco tentava di agitare le braccia per allontanare la bestia alata dalle sue viscere, ma non aveva l'energia per muovere nemmeno un muscolo. Pens allora di chiudere gli occhi ma, non capendone il motivo, non riusc a fare nemmeno quello. Cos, senza volerlo, guard l'avvoltoio che iniziava a divorargli le viscere mentre altri uccelli scendevano per unirsi a quel banchetto, accerchiando il suo corpo. Sent i becchi non solo sul ventre sparpagliato al suolo, ma anche su gambe e mani. E anche se la sua mente era ormai gi oltre il dolore, il macabro spettacolo della sua stessa morte, lenta e data da quegli uccelli impietosi, gli procur il peggiore degli orrori immaginabili. Nemmeno lui avrebbe potuto concepire qualcosa di tanto contorto.

Improvvisamente smise di vedere, ma non perch avesse chiuso gli occhi, bens perch uno degli avvoltoi glieli aveva appena staccati. Le parti bianche erano le pi succulente. E ancora, tra gli ultimi rantoli, sent mentre gli strappavano via le labbra e la lingua e le gengive...

1. La catena dei Carpazi.

53

UN MESSAGGERO DI DIO O DEL DIAVOLO?

Antiochia, Siria
Agosto del 106 d.C.

Ignazio ricevette Marcione all'interno della sua casa: un piccolo edificio di mattoni il cui corridoio centrale rappresentava il fulcro intorno al quale si svolgevano le principali attivit del focolare.

Passa e siediti disse all'anziano cristiano mostrando degli sgabelli di legno vicini alla tavola su cui si trovavano un poco di latte e di formaggio in segno di ospitalit.

Il ricco commerciante della Frigia accett e mentre si sedeva distese le braccia per evitare che i pregiati drappeggi che indossava si sgualcissero in malo modo. Quell'esibizione di potenza non piacque per nulla a Ignazio. Si aspettava di dover affrontare una pecora in qualche modo smarrita, o forse anche un servitore del diavolo, poich Marcione professava credenze gnostiche proprie dei filosofi e dei doceti, ma il fatto che si presentasse pure vestito con panni stupendi e colori esuberanti aument la sua sfiducia.

Ti sono molto grato per aver accettato di ricevermi e ti chiedo scusa per il ritardo con cui sono giunto ad Antiochia disse Marcione con una voce dolce e un tono pacato che non sfuggirono a Ignazio. Ma il diavolo si camuffa sempre in forme gradevoli.

So che le strade non sono facilmente percorribili, e che i Romani controllano tutti i nostri movimenti rispose Ignazio.

S, i governatori di queste province sanno che ho dato molto denaro a diverse comunit cristiane dell'Asia e non si fidano di me continu Marcione. Inoltre, la guerra che l'imperatore combatte sul Danubio rende tutti gli ufficiali delle legioni pi sospettosi del solito. Ho dovuto corromperne alcuni per poter arrivare fin qui senza problemi.

Marcione pronunci quelle ultime parole con l'intenzione di dimostrare al suo interlocutore che aveva la capacit di piegare la volont degli oppressori romani, ma l'effetto prodotto fu piuttosto una maggiore diffidenza di Ignazio nei suoi confronti: non ci si poteva fidare di chi trattava con gli ufficiali delle legioni. Mai. Ma ormai era l, disposto a parlare.

Ti ho ricevuto perch mi risulta che il tuo aiuto a varie comunit dell'Asia sia stato molto generoso e che molti cristiani ne abbiano ancora bisogno, ma so anche che abbracci idee eretiche molto vicine a quelle degli anticristo.

Dei doceti, intendi dire?

Degli anticristo insistette Ignazio.

Cal un lungo silenzio. Marcione rifletteva su come affrontare la conversazione in modo da poter trarre qualcosa di utile da quel viaggio, ma si era reso conto della profonda ostilit di Ignazio. Doveva trovare dei punti in comune con quel vecchio o non sarebbe valso a nulla.

Leggo il Vangelo di Luca e ho un'enorme ammirazione e un gran rispetto per le lettere di Paolo di Tarso.

Ci  un bene e ti onora, accett Ignazio con tono magnanimo ma ci sono molti altri testi che meritano la nostra attenzione: senza andare troppo indietro nel tempo, le parole di Giovanni su Ges, le sue lettere, i suoi scritti sono molto preziosi.

Marcione voleva contenersi, ma doveva anche spiegarsi o non sarebbero mai andati oltre. Tanti scritti diversi, tante versioni sulla vita di Ges e i suoi insegnamenti, argoment con decisione creano confusione in molti cristiani. Forse per questo stanno sorgendo cos tante interpretazioni su Cristo e Dio...

Tante eresie, tante versioni del diavolo! esclam Ignazio interrompendolo e sbattendo con forza la mano sul tavolo.

Cal di nuovo il silenzio.

Che succeder quando tutti i testimoni della vita di Ges saranno morti? domand Marcione poco dopo. Con la morte di Giovanni credo non resti pi nessuno degli apostoli. Forse tu sei l'unico che  stato con Ges e che  ancora tra noi e, tuttavia, la fine del mondo non  ancora arrivata.

Gli anticristo camminano tra noi.  il segnale. La fine  vicina si oppose Ignazio.

 possibile, ma non conosciamo i disegni del Signore n il suo modo di misurare il tempo: devi ammettere che forse ci che per lui pu essere imminente, per noi e il nostro modo di vivere pu rappresentare anni. E se i testimoni di Cristo scompaiono, coloro che lo videro e lo ascoltarono, chi trasmetter le sue parole agli altri? Tutti i suoi insegnamenti cadranno nell'oblio. E tutto ci che  accaduto non sar valso a nulla. Nemmeno la crocifissione.

Ignazio non rispose subito. Lui stesso condivideva la preoccupazione che il suo ospite aveva appena esposto.

Ho gi riflettuto su questo molte volte, rispose l'anziano ma non ho trovato ancora una soluzione. Dobbiamo confidare nel fatto che le parole di Ges siano trasmesse chiaramente da una generazione all'altra, e nel contempo vivere in accordo con i suoi insegnamenti attendendo il giudizio finale.

No, non dobbiamo restare inattivi! Marcione cominci a parlare con una voce vibrante e un brillio si accese nei suoi occhi. S, esiste una soluzione. Esiste. Ma dobbiamo essere coraggiosi e audaci per superare questa impresa. Io possiedo molto denaro e ci pu essere d'aiuto, ma dobbiamo restare tutti uniti. Sono disposto a viaggiare personalmente anche fino a Roma per esporre il mio piano a Evaristo, ma sar difficile che mi riceva. Invece, se tu gli scrivi, se potr avvicinarmi a lui grazie a te, sono sicuro che mi ascolter, allora s. Tutti ti rispettano.

Non mi piace udire dalle tue labbra, le labbra di qualcuno di cui non sono ancora sicuro di potermi fidare, le parole il mio piano.

L'ho proposto in modo inopportuno: dovr essere il nostro piano, il piano di tutti i cristiani e il nostro modo di salvarci fino al giorno del giudizio. Di salvare tutti coloro che vorranno ascoltarci e avvicinarsi alla luce di Dio.

Ignazio, con il volto severo, si volt verso la parete mentre rifletteva. Lo guard di sottecchi. E quale sarebbe questo piano che salver tutti i cristiani del mondo?

Marcione annu soddisfatto. Finalmente era riuscito a condurre quel vecchio testardo sul suo terreno. E inizi a spiegare.

Gli occhi di Ignazio si spalancarono mentre ascoltava.

Le idee di quel commerciante della Frigia erano, in effetti, brillanti. Ma... erano scintille di Dio quelle che illuminavano lo sguardo dell'uomo o si trattava del fuoco dell'inferno? In ogni caso, Marcione avrebbe portato a termine quel piano con o senza il suo appoggio. Era meglio tenerlo sotto controllo. Quel progetto era troppo grandioso perch Evaristo non ne fosse informato.

Scriver a Roma perch ti ricevano e ti ascoltino disse Ignazio.

Marcione si alz e si inchin di fronte al venerabile anziano di Antiochia.

Allora comincer immediatamente a predisporre ogni cosa per il viaggio verso la capitale dell'Impero. Da l potremo cambiare tutto. Saremo pi forti. Cresceremo.

Ignazio non aggiunse altro e si limit ad annuire mentre il commerciante della Frigia si congedava e attraversava la soglia per intraprendere un viaggio che, anche se nessuno di loro ancora lo sapeva, avrebbe cambiato il mondo per sempre.

54

LA FINE

Dacia
Agosto del 106 d.C.

Montes Sarmatici, nord-est della Dacia

Tiberio Claudio Massimo era stato disarcionato e aveva una ferita al braccio, per si sentiva ancora in forze. I Daci li avevano sopraffatti. Tutto era accaduto velocemente. Lo scontro era stato brutale e la lotta crudele. Molti dei cavalieri delle turmae giacevano morti. Il loro sangue si mescolava con quello delle decine di cadaveri dacichi.

In quel momento arriv il legatus Nigrino con il grosso della cavalleria romana.

 scappato disse Massimo. Abbiamo cercato di fermarli ma non  stato possibile.

Nigrino guardava intorno a s e la quantit di morti dell'una e dell'altra parte testimoniava che la battaglia era stata terribile. Non poteva rimproverare nulla al duplicarius.

In quale direzione  scappato il re dacico? domand il legatus, ma senza mostrare alcun disprezzo per Massimo.

Proseguono verso nord, anche se uno dei loro uomini ha abbandonato il gruppo ed  fuggito verso quelle montagne. E indic la strada che Vezinas aveva imboccato nella sua fuga.

Bene comment Nigrino. Quindi si rivolse al resto degli ufficiali. Vi voglio tutti, che una trentina di cavalieri si diriga in cerca del dace che ha disertato e il resto prosegua con me. Andremo al galoppo finch i cavalli resisteranno. Voglio il re della Dacia oggi stesso! Vivo o morto! Per Roma! Per Traiano! Per Giove! Poi guard Tiberio Claudio Massimo a terra, coperto di sangue, e prima di mettersi in marcia gli dedic un attimo di attenzione. Puoi ancora cavalcare, duplicarius?

S, mio legatus rispose Massimo deciso.

Nigrino aveva perso un paio di decuriones negli ultimi scontri contro i Daci, e i buoni ufficiali, efficaci e coraggiosi, scarseggiavano.

Date un cavallo a quest'uomo e che venga con noi. Prender il comando di una turma. Ho bisogno dei migliori per catturare quel miserabile.

E la caccia ricominci.

A mezzogiorno il cavallo di Vezinas cadde esausto. La salita sulla montagna, con l'obiettivo di allontanarsi da Decebalo prima che il re si rendesse conto della sua fuga e lo inseguisse per ucciderlo, era stata senza sosta e l'animale aveva esaurito le esigue energie dopo aver corso gi molte giornate senza riposo. Ma l'immagine di Decebalo che lanciava un giavellotto contro la schiena di Bacilis, il sommo sacerdote di Zalmoxis, quando questi aveva tentato di tornare a Sarmizegetusa, aveva agito come una molla che l'aveva spinto a forzare l'animale, anche se in questo modo aveva portato la povera bestia allo sfinimento assoluto.

Maledizione! Maledizione! si lamentava il pileatus mentre dava calci al cavallo che, esausto e disidratato per lo sforzo degli ultimi giorni, giaceva steso al suolo.

L'animale nitr e fece per alzarsi, ma alla fine non volle o non pot. Vezinas vide allora i cavalieri romani che lo inseguivano avvicinarsi rapidamente. Si guard intorno alla ricerca di una via d'uscita, ma l c'erano solo montagne e qualche albero sparso. Era salito fino a raggiungere una zona dove non c'era nemmeno un bosco fitto in cui nascondersi. I Romani erano gi l. Pens di combattere. Avrebbe avuto, per lo meno, una morte onorevole. Sguain la spada per scontrarsi da terra con i cavalieri che si avvicinavano, ma all'ultimo momento la paura, come sempre nella sua vita, ebbe la meglio, e allora s'inginocchi davanti ai nemici implorando per la sua vita come un bambino terrorizzato.

I cavalieri romani si fermarono davanti a quell'inatteso spettacolo di codardia ed esitarono sul da farsi. I Daci che avevano incontrato in quella guerra erano s dei barbari, ma avevano sempre lottato fino allo stremo. Questo aveva reso le due campagne militari difficili per i legionari e per la cavalleria dell'Impero, ma era qualcosa che tanto i cavalieri quanto i soldati romani rispettavano, soprattutto i veterani. Quel nobile dacico inginocchiato davanti a loro era invece patetico.

I dubbi si dissiparono presto. Gli ordini di Nigrino erano di catturare vivi o morti coloro che fuggivano.

Prima lanciarono vari pila che trafissero il corpo di Vezinas, il quale, dopo essere stato colpito dal primo giavellotto, aveva cercato di alzarsi per correre via e tentare una nuova fuga tanto inutile quanto disperata. Forse fu proprio la forza della disperazione che fece s che, nonostante tre lance conficcate in corpo, riuscisse ancora a camminare; ma poi cadde di colpo sulla terra della Dacia che non molto tempo prima aveva ambito governare. Due delle tre lance si spezzarono quando si accasci sull'erba, proprio come si spezzarono i suoi sogni di gloria.

L'ultima cosa che ud fu la risata dei cavalieri romani. Lui, che aveva avuto al comando un grande esercito a sud del Danubio con il quale aveva raso al suolo la Mesia Inferiore, stava morendo come un cervo cacciato per divertimento. E mor piangendo.

Sarmizegetusa

Il sommo sacerdote dei Daci condusse l'imperatore di Roma e i suoi legati in un luogo vicino a dove i Romani avevano scoperto le opere di canalizzazione dell'acqua per Sarmizegetusa. Proprio nel punto in cui avevano tagliato l'approvvigionamento del prezioso liquido della citt, debilitando gli assediati.

Bacilis, che grazie alle cure di Critone si era un poco ripreso dalla ferita alla schiena, doveva dare qualcosa a Traiano affinch il Cesare lo salvasse da una quasi ineludibile esecuzione dopo essere stato trascinato per le strade di Roma nella parata trionfale. Aurum ripet, indicando un punto vicino al fiume che scorreva in mezzo a quei monti selvaggi. Aveva passato tutta la convalescenza a ripetere quella parola e questo l'aveva mantenuto in vita, ma era arrivato il momento che ci divenisse pi di un semplice suono. Il Cesare voleva vedere qualcosa di tangibile.

Traiano appariva pi calmo: la sua rabbia sembrava essersi sopita, ma il bisogno di trovare il tesoro di Decebalo continuava a essere urgente. Era stato un bene aver conquistato i territori della Dacia, perch le miniere d'oro e d'argento della regione avrebbero aiutato a incrementare il flusso di metalli preziosi verso Roma, e poter disporre di un po' di quell'oro e argento gli avrebbe anche permesso di presentarsi davanti al popolo e al senato romani come un grande vincitore, come un governante che portava ricchezza all'Impero.

Un gruppo di pretoriani si addentr nel sottobosco nella direzione indicata da Bacilis. Inizialmente non videro nulla che attirasse la loro attenzione, ma Traiano ordin di spostare il fogliame e sgomberare lo spazio mostrato dal prigioniero dacico. I pretoriani usarono le spade a mo' di falci per tagliare la boscaglia e i piccoli arbusti cresciuti dappertutto e che impedivano di vedere bene cosa vi fosse.

 un corso d'acqua artificiale disse Apollodoro di Damasco.

Traiano aveva ordinato che l'architetto li accompagnasse nel caso in cui fossero stati necessari i suoi servigi per scavare qualche cunicolo e trovare il tesoro che il sacerdote dacico sembrava promettere.

Che vuoi dire? domand Tettio Giuliano.

L'imperatore non si volt verso di lui ma ascolt interessato la conversazione continuando a osservare i pretoriani che ripulivano il terreno e scoprivano ci che, in effetti, sembrava essere una specie di corso d'acqua ormai completamente ricoperto dalle piante perch da tempo non pi usato. Era una sorta di sentiero molto largo che nasceva da un lato del fiume, faceva una deviazione e ritornava indietro. Un percorso strano. Senza senso.

 un letto artificiale per deviare il corso dell'acqua spieg Apollodoro.

Questo attir l'attenzione di Traiano. E cosa significa, architetto?

Apollodoro fece un passo avanti e si ferm di fianco al Cesare mentre accompagnava le sue parole con gesti per segnalare ci a cui si riferiva.

I Daci, Cesare, hanno deviato il fiume in questo punto; da qui comincia questa specie di grande percorso ripulito dai pretoriani. L. Forse per poter costruire le condutture dell'acqua sotterranee che abbiamo trovato e distrutto. Ma si tratta di un corso pi lungo del necessario per una tale opera.  come se, quando hanno costruito le canalizzazioni, ne avessero approfittato per aggiungere un'altra opera, un poco pi in l, proprio prima del punto in cui confluiscono il corso artificiale e quello naturale del fiume.

Traiano guard allora Bacilis e il sacerdote torn a ripetere la parola alla quale continuava ad afferrarsi come se ne andasse della sua vita. Cosa che era certamente vera.

Aurum e indic lo stesso punto mostrato dall'architetto.

La cosa migliore, augusto, sarebbe deviare di nuovo il fiume per prosciugare il suo corso naturale e vedere cosa troviamo.

D'accordo concesse Traiano. Fallo tu. Dirigerai i lavori. Di quanti uomini hai bisogno?

Due centurie saranno sufficienti, augusto rispose Apollodoro, e si permise un sorriso prima di aggiungere: Questo non  il Danubio, ma solo un piccolo fiume di montagna.

Bene. E sia. Due centurie. Qualche preferenza? chiese l'imperatore mentre allungava la mano perch gli passassero un bicchiere d'acqua.

L'architetto volse lo sguardo verso Tettio Giuliano. Con i legionari della VII Claudia ho lavorato bene, Cesare.

Traiano guard Tettio Giuliano e questi annu con un certo orgoglio e uno sguardo con il quale forse cominciava ad ammettere qualcosa di simile a un sentimento di amicizia nei confronti di Apollodoro di Damasco.

Montes Sarmatici

Decebalo si arrampicava sulla montagna. Tutti i suoi uomini erano rimasti a valle, in un ultimo tentativo di proteggere la sua fuga. L'ultima volta che si era guardato alle spalle li aveva visti lottare con ferocia contro i cavalieri romani e, cosa pi preoccupante, perdere la battaglia.

Tutto era finito.

Continuava a salire.

Aveva trovato un terreno sufficientemente brullo sul quale i cavalli non potevano seguirlo. Pensava che questo gli avrebbe dato un'opportunit, ma riusciva gi a sentire le grida degli ufficiali nemici che si avvicinavano fino alla base della parete rocciosa. Trov allora alla sua destra una specie di cornicione sul quale poteva camminare, come se si trattasse di una scalinata naturale scolpita nella pietra dal vento e dalla pioggia in migliaia d'anni. Questo gli permise di correre e di allontanarsi dai Romani.

Dopo poco si trov in cima alla montagna, con il fiato corto a causa dell'enorme sforzo. L sulla cima c'era una sorta di grande altopiano e, non appena ebbe recuperato un poco di fiato, cominci ad attraversarlo correndo pi rapidamente possibile. Era una pazzia, ma ancora esisteva la possibilit di trovare una caverna o un bosco in cui nascondersi dai suoi persecutori per poi raggiungere qualche fortezza pi a nord, troppo lontana da Sarmizegetusa perch la cavalleria romana si azzardasse a seguirlo. Essere solo lo rendeva infinitamente vulnerabile, ma ci rendeva anche i suoi movimenti pi difficili da localizzare.

Sorrise. Non tutto era perduto. Continuava a pensare al proprio oro nascosto nel fiume; oro e argento con cui avrebbe potuto comprare la lealt dei Rossolani, dei Sarmati, dei Catti e dei Bastarni e di altri popoli. Oro con il quale avrebbe iniziato una nuova guerra. I Romani erano esausti dopo quelle due campagne militari, e anche se credevano di aver ottenuto la vittoria, un nuovo inverno con attacchi costanti dai monti avrebbe reso loro insopportabile la permanenza a nord del Danubio. S, tutto poteva cambiare.

Sua sorella era stata una stupida, una debole, e Vezinas un miserabile traditore che, se non era gi stato trovato dai Romani, si sarebbe incaricato lui stesso di giustiziare con le sue mani, come aveva fatto con quel maledetto senatore romano che lo aveva consigliato cos male negli ultimi anni.

Si ferm un momento.

Inizi ad avanzare carponi.

La stanchezza si era impadronita di lui, ma la sua mente continuava a elaborare piani di contrattacco: se le cose fossero andate come sperava, una volta che avesse espulso i Romani avrebbe pareggiato i conti con quel maledetto Susago. Non era disposto a lasciare impunito il tradimento del re rossolano. S, ben presto tutti avrebbero capito chi era Decebalo. La guerra non era andata come aveva pianificato, ma non era la fine, era solo un nuovo inizio.

Che? Cosa stava succedendo? Si udivano zoccoli di cavalli al galoppo. Da dove? Non poteva essere. O s? Improvvisamente un distaccamento di cavalieri romani apparve all'altra estremit dell'altopiano. Avevano circondato la montagna e trovato un luogo accessibile da cui i cavalli potevano salire fino alla cima.

Decebalo guard indietro. Poteva scendere di nuovo. Ma forse l lo attendevano altri cavalieri. O forse no. Ci che non poteva fare era rimanere fermo. Si mise a correre per tornare al cornicione che lo aveva condotto fino a l, ma i cavalieri romani galoppavano come il vento e si lanciarono verso di lui. Se lo avessero catturato vivo lo avrebbero incatenato e trascinato per le strade di Roma come Giulio Cesare aveva fatto con Vercingetorige, e questo non era tollerabile. Lui non avrebbe fatto parte del bottino di guerra di nessun imperatore di Roma. Questo mai. Piuttosto la morte.

Arriv al cornicione e si affacci e, esattamente come aveva sospettato, l sotto lo aspettava l'altro contingente di cavalieri romani. Si volt e guard quelli che lo stavano inseguendo. Erano almeno trenta. Non aveva possibilit alcuna. Una soluzione poteva essere quella di gettarsi nel vuoto e sprofondare nel precipizio, ma non sarebbe stata una morte degna di un dace servitore di Zalmoxis. Non da uomo. Per una donna poteva essere, ma un guerriero doveva trovare la morte dalla lama di una spada. Se il fondo del precipizio fosse stato pieno di lance come nei sacrifici umani a Zalmoxis, s, avrebbe avuto senso lanciarsi.

Decebalo vide che tutti i cavalieri si erano fermati a una distanza di venti passi da lui. Non volevano ucciderlo. Era quel che temeva. Lo volevano vivo. Riusc a udire la voce dell'ufficiale al comando che ordinava di prenderlo vivo. No, questo mai. Ormai non pensava pi al sogno di riformare l'esercito e alle alleanze con i Sarmati e i Bastarni. Anche Susago scomparve dai suoi pensieri. Perfino l'oro cess di essere importante. Restava solo il tempo per decidere come morire. Forse era stato un pazzo e un tiranno, aveva tradito la sua stessa sorella e si era lasciato consigliare dal pi vile dei disertori romani; forse si era sbagliato in tutte le sue azioni di guerra e, sicuramente, aveva commesso errori imperdonabili: pianificare l'assassinio dell'imperatore e, per di pi, fallire. E probabilmente aveva aggiunto un calcolo sbagliato: il sequestro di Longino e il suo suicidio avevano significato la fine di tutto. Ora, come in un improvviso istante di perfetta lucidit, vedeva tutto con chiarezza, ma ormai non sarebbe pi servito a nulla. S, lui poteva essere stato tutto questo e aver commesso tutti quegli errori, ma c'era qualcosa che lo distingueva da Vezinas e Susago e da altri miserabili, qualcosa che lo avvicinava a Diegis: lui non era un codardo.

Sguain la sica.

I cavalieri romani scoppiarono a ridere.

Non sarebbe stato facile. Decebalo sapeva di doverlo fare da solo, e rapidamente. Con il dolore, la sua mano, d'istinto, si sarebbe allentata, quindi doveva essere un taglio rapido e deciso, che pi nulla, nemmeno il dolore, avrebbe potuto fermare. Si avvicin la punta della daga al collo.

Zalmoxis! url forte nel momento finale, e spinse, con la forza della totale disperazione. La sua esperienza di guerriero fece il resto. La lama della sica penetr perfettamente nel collo, tagliando prima la pelle e poi la vena giugulare. Il sangue prese a zampillare e Decebalo torn a gridare il nome del dio supremo, anche se questa volta non riusc a terminarlo. Zalmo...!

Cadde in ginocchio abbandonando la daga, che fin sull'erba del suo regno. Si port le mani al collo nel tentativo di fermare l'emorragia senza poter evitare quell'istinto del corpo che tentava di sopravvivere contro la sua volont. Ma era soddisfatto, perch sapeva che nessuna mano avrebbe mai potuto fermare il getto. No, lui non sarebbe stato trascinato vivo e incatenato davanti alla quadriga dell'imperatore di Roma per le strade di quella citt del Sud. Non lui.

Vide che i cavalieri smontavano da cavallo e si avvicinavano.

Riusc ad avere la forza necessaria per togliere le mani dal collo e facilitare cos la perdita di sangue. Quindi si lasci cadere di lato. Il cielo era azzurro e il mondo della Dacia finiva. Pens che non era giusto. La luce del sole fu nascosta dai volti dei suoi nemici. A Traiano non avrebbe fatto piacere sapere del suo suicidio. Almeno aveva ottenuto qualcosa da quell'incontro con il nemico.

Parlavano tra loro.

I Romani dicevano parole che non riusciva a capire. Non udiva quasi pi nulla. La luce del sole riapparve. Questa volta con maggiore intensit. Zalmoxis pens. Devi ricevermi con onore; ho sempre lottato con onore. Dimenticava il tradimento perpetrato ai danni degli abitanti di Sarmizegetusa Regia e la sua fuga indegna, ma per lui tutto era giustificato dal tentativo di trovare un modo per tornare a colpire il nemico. Mor mentre un'idea si scontrava con l'altra, mentre tentava ancora di giustificarsi per ognuna delle sue azioni, ora che sapeva che sarebbe stato il suo dio a giudicarlo.

Sarmizegetusa

Il corso naturale del fiume si prosciug una volta terminati i lavori degli uomini di Tettio Giuliano, abilmente diretti da Apollodoro. Erano pi di cento passi di letto del fiume rimasti senz'acqua. Trovarono facilmente l'inizio delle canalizzazioni sotterranee della citt di Sarmizegetusa, ma non videro nient'altro che richiamasse la loro attenzione.

Bacilis, sorvegliato dai pretoriani, entr nel letto asciutto e avanz fino a fermarsi di fronte a una delle grandi felci che crescevano sulla riva, quindi indic un punto esatto.

I pretoriani del Cesare lo raggiunsero e tagliarono ancora una volta la grossa sterpaglia verde. Ripulirono la riva e davanti a loro apparve l'apertura di una piccola caverna. Non sapevano bene che fare. Nessuno di loro voleva entrare per primo in quell'antro sconosciuto.

Lo far io disse Aulo offrendosi volontario.

Traiano accett la proposta del suo tribuno di maggior fiducia.

Aulo allora sguain la spada e si affacci all'interno della caverna: vide solo un passaggio stretto e buio.

Ho bisogno di una torcia.

Montes Sarmatici

 morto disse uno dei cavalieri romani.

Tiberio Claudio Massimo smont da cavallo e sguain la spada. Se non c'era pi modo di catturare il re della Dacia vivo, almeno avrebbero portato all'imperatore un buon trofeo e, senza esitare, affond la lama nello stesso punto in cui Decebalo aveva iniziato il taglio mortale che aveva messo fine alla sua vita. Massimo segu la traccia della fenditura con precisione, infilando bene la spada fino a raggiungere la dura pietra del terreno. Usc altro sangue, e la smorfia di orrore di Decebalo prima della sua morte sembr contorcersi ancora di pi, la lingua gli usciva dalla bocca aperta e storta.

Eccola disse Massimo.

Tolse il copricapo del re, prese la testa di Decebalo per i capelli e la port a uno dei cavalieri che la osserv con disgusto e curiosit. Tiberio Claudio Massimo esamin di nuovo il corpo inerte e decapitato di colui che fino a poco tempo prima era stato l'uomo pi potente a nord del Danubio e s'inginocchi accanto al cadavere. Prese quindi il braccio destro del morto e lo distese bene. Conficc poi la spada vicino alla spalla e inizi a tagliare l'estremit dal corpo. Anche questa volta fu metodico. Usc altro sangue. Massimo operava su un grande lago rosso che si allargava sempre pi.

Ora abbiamo finito disse, e consegn il braccio destro del re a un altro cavaliere di Nigrino. Il resto  per gli avvoltoi. Ora scendiamo e torniamo dal legatus.

Sarmizegetusa

Aulo entr nella caverna con la torcia accesa e inizi a camminare sul terreno scivoloso per l'acqua del fiume che ancora stavano finendo di deviare. Dovette accovacciarsi. Non sembrava una grotta molto grande, quindi non si aspettava di trovarci dei nemici, ma all'improvviso il soffitto parve rialzarsi e ci che fino a quel momento era stato solo un piccolo antro si trasform in una stanza di grandi dimensioni. Aulo avvicin la torcia alle pareti constatando che una parte di quello spazio era naturale e un'altra artificiale. L avevano scavato molti uomini per molto tempo, ma smise subito di pensare quando, addentrandosi un poco di pi nella grande stanza sotterranea, il brillio dell'oro e dell'argento quasi lo abbagli.

Non poteva essere. Era incredibile.

Che cosa c' l dentro? gli domand Traiano quando usc.

Un tesoro inimmaginabile, Cesare. Il tesoro pi grande del mondo.

Ci vollero settimane per estrarre tutto l'oro e l'argento da quella caverna, ma ne valse la pena.

Quanto ce n'? chiese Traiano a Lusio Quieto, che si era ripreso dalle ferite ed era stato incaricato di controllare l'operazione. L'imperatore si fidava di lui e della sua onest per portare a termine quel compito senza che accadesse nulla all'oro.

Secondo gli ultimi calcoli dei quaestores della legione, abbiamo estratto dalla caverna cinque milioni di libbre d'oro e dieci milioni di libbre d'argento, Cesare. Non ho mai visto niente di simile. Deve trattarsi dell'oro e dell'argento accumulati sin dai tempi di Burebista, quando Giulio Cesare pensava di conquistare queste terre.

 probabile convenne Traiano, e ripens ai papiri del santuario di Opi con i piani segreti di Giulio Cesare sulle conquiste che poi non era riuscito a portare a termine. Almeno una di quelle ora era stata compiuta. S,  molto probabile che siano l'oro e l'argento accumulati in decenni, ma avrei bisogno di sapere il loro valore in denari per farmene un'idea.

S, certo. Lusio Quieto allora guard la tavola che i quaestores gli avevano appena passato. Questo equivarrebbe a 315 milioni di aurei per l'oro e a 1.600 milioni di denari per l'argento1.  una fortuna mai vista.

Il Cesare si sedette lentamente sulla sella curulis che avevano disposto per lui nella tenda del praetorium. Credo che abbiamo risolto i problemi finanziari dell'Impero, almeno per un bel po' di tempo concluse. Forse questo merita un sorso di vino, non credi?

Credo che l'imperatore abbia atteso fin troppo prima di proporlo rispose Quieto, e Traiano, per la prima volta dopo molti mesi, si permise un sorriso.

1. Equivalente di una cifra tra i 500.000 e i 600.000 milioni di euro al cambio attuale. Ci viene per calcolato da un errore di trascrizione risalente al Medioevo, fatto copiando il manoscritto di Critone, il medico di Traiano, che si riferisce a tali quantit nella sua opera Getica.  stato aggiunto uno zero in pi alle cifre e, di conseguenza, la cifra giusta sarebbe circa 31,5 milioni di aurei e 160 milioni di denari, quindi tra i 50.000 e i 60.000 milioni di euro del XXI secolo. In ogni caso, si tratta di una cifra impressionante.

55

LA DECISIONE DI TRIGESIMO

Ludus Magnus, Roma
Agosto del 106 d.C.

Trigesimo rimuginava in silenzio da giorni sulla sua fastidiosa e crescente dipendenza da Carpoforo.

I combattimenti nell'arena si erano fermati perch il Cesare stava ottenendo una grande vittoria nel Nord, stando alle ultime notizie giunte a Roma. E la maggior parte di coloro che potevano permettersi il lusso di finanziare le lotte dei gladiatori stavano risparmiando per ingaggiare i migliori spettacoli possibili per il rientro trionfale di Traiano e festeggiare cos l'imperatore. Questa pace prima dei grandi giochi, che tutti intuivano vicini, aveva portato Trigesimo ad arrovellarsi ancora pi del solito. E le parole che gli aveva detto il vecchio gladiatore rimanevano nella sua testa, martellando come se si trattasse di pezzi di ferro che si stavano forgiando nella fucina di Vulcano. Purtroppo non aveva nemmeno la possibilit di distrarsi nel Circo Massimo, perch il prefetto del pretorio, dopo gli ultimi diverbi e scontri tra le corporazioni degli Azzurri e dei Rossi, aveva ordinato il fermo di tutte le attivit delle quadrighe fino a che l'imperatore non fosse tornato a Roma. Cos, senza lotte tra gladiatori n corse di quadrighe a cui assistere, il lanista riattiv un'abilit che, come molti a Roma, aveva quasi dimenticato: il pensiero.

Giunse a delle conclusioni.

E decise di agire di conseguenza.

Una notte, mentre tutti dormivano, Trigesimo ritorn al Ludus Magnus. I pretoriani che sorvegliavano ogni accesso alla grande scuola dei gladiatori e all'Anfiteatro Flavio si sorpresero di vederlo l a quell'ora della notte, ma lo lasciarono passare subito. Il lanista e il bestiarius erano gli unici che potevano uscire ed entrare da quel mortale edificio a proprio piacimento.

Trigesimo, una volta all'interno, attravers l'arena della scuola di lotta e si ferm vicino alle celle dei gladiatori. Si era avvicinato silenziosamente. Non voleva svegliarli tutti. Infatti si poteva appena distinguere la figura del lanista nel buio della notte. Per questo aveva aspettato la luna nuova.

Hai tardato pi di quanto immaginassi sussurr una voce facendo sobbalzare l'allenatore di gladiatori.

Credevo di non aver fatto alcun rumore rispose il lanista quando si riprese, constatando che aveva svegliato solo colui che conosceva come Senex.

Sono abituato ad avvertire la presenza di chiunque si avvicini, anche mentre dormo spieg Marzio. Sono stati gli anni passati nelle guerre del Nord, si doveva sempre rimanere vigili per il pericolo di pattuglie romane o di lupi e orsi.

Trigesimo si ferm vicino alla porta della cella e prese una chiave, ma Marzio si alz e si avvicin alla grata dall'interno.

No disse sempre a bassa voce. Sveglierai tutti.

Il lanista si blocc. Il vecchio lottatore aveva ragione.

Voglio parlare di ci che mi hai detto prosegu allora Trigesimo biascicando le parole perch fossero udibili solo al suo interlocutore.

Su Carpoforo?

S rispose il lanista. Dicesti che avresti potuto occuparti di lui. Sei ancora della stessa idea?

S rispose Marzio con decisione.

Ci furono alcuni istanti di silenzio.

Nemmeno a me piace che il bestiarius mi dica cosa devo fare e cosa no, n che sia lui a decidere su come e contro chi devono lottare gli uomini che addestro nel Ludus Magnus, ma se fallisci e scopre che ti ho aiutato potrebbe denunciarmi davanti ai senatori con cui  in accordo, e questa sarebbe la fine per me. Aiutarti  rischioso.

Allora preferisci continuare a obbedirgli ciecamente? domand Marzio, e aggiunse un'altra domanda. Per sempre... come uno schiavo, come una delle sue fiere ammaestrate?

Trigesimo inspir profondamente.

Dimmi qual  il tuo piano e io decider se aiutarti o meno disse infine il lanista.

D'accordo: ho solo bisogno che un giorno tu non chiuda a chiave la cella; con la catena ma senza lucchetto. E che tu abbia nascosto prima, sotto il mio letto, una spada e due pezzi di carne, due pezzi molto grandi. Ma deve essere carne umana. I due leoni che Carpoforo ha addestrato mangiano solo carne umana. Avr bisogno di due braccia che abbiano ancora le mani intatte. Quest'ultima cosa  importante.

Quindi mi stai chiedendo due pezzi di carne altrui per salvare la tua rispose Trigesimo con un certo disprezzo.

A me basta la carne di qualsiasi disgraziato che sia morto. Non ti chiedo di uccidere nessuno. Tra Carpoforo e me c' una grossa differenza.

Pu essere, anche se non molta. Per me tu e il bestiarius siete uguali, disse il lanista ma forse quanto pi terribile sei e quanto pi assomigli a lui, pi possibilit hai di riuscire in ci che io ritengo impossibile: nessuno pu uscire vivo dai cunicoli che Carpoforo controlla sotto l'anfiteatro, ma se tutto ci di cui hai bisogno  questo, per me non ci sono problemi. Suppongo che non cercherai di fare qualcosa di stupido come fuggire. Sai gi che i pretoriani controllano tutte le uscite. Devi fare ci che devi e tornare nella tua cella.

Tranquillo. Non temere. Non ho voglia di lottare contro i pretoriani.

Trigesimo aggrott la fronte. Il gladiatore aveva pronunciato quelle ultime parole con un tono enigmatico, ma non gli diede troppa importanza.

In ogni caso, aspettiamo un po' di tempo continu il lanista. Sai gi che ora non ci saranno combattimenti nell'arena per alcune settimane. Quando rientrer l'imperatore, ricomincer tutto e approfitteremo del primo giorno in cui ci saranno le corse al Circo Massimo. Quando tutta Roma sar concentrata sulle quadrighe io lascer la tua cella aperta. Un solo giorno.

D'accordo accett Marzio. Quando inizieranno di nuovo le corse al Circo Massimo.
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LIBRO Quarto.
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CIRCO MASSIMO.
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...
Anno 107 d.C.

(anno 860 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

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Ma chi mai potr celebrare un popolo con una simile disposizione? Non  questa la ragione per cui anche ai vostri stessi governanti risultate deboli? Si narra che qualcuno abbia detto: Che cosa si pu dire a tutta questa folla di gente di Alessandria alla quale basta solo offrire sufficiente pane?.

E di loro  stato detto, ancor meglio: E uno spettacolo di [corse di] cavalli, poich a loro non interessa altro.

DIONE COCCEIANO, Discorso per il popolo di Alessandria, 31

56

SARMIZEGETUSA ULPIA TRAIANA

Ulpia Traiana, Dacia
Marzo del 107 d.C.

Traiano non abbandon subito la Dacia dopo la sua grande vittoria su Decebalo, ma si prese un lungo periodo di tempo per mettere al sicuro le frontiere dei nuovi territori conquistati. Non si trattava di intervenire in un regno vassallo, ma di creare una nuova provincia romana in piena regola, e questo richiedeva accampamenti militari permanenti, decidere quali legioni dovevano rimanere nella regione e, naturalmente, la fondazione di una nuova capitale. L'imperatore, d'accordo con il suo consilium augusti di guerra, scart immediatamente l'idea di ricostruire la vecchia Sarmizegetusa Regia, distrutta dal lungo assedio a cui era stata sottoposta durante la guerra. Inoltre, la citt era situata in una zona inospitale, pi appropriata per un belligerante re barbaro che per quella che doveva diventare un'adeguata capitale amministrativa di una nuova provincia. Quindi Traiano decise di costruire la nuova capitale lontano dai monti Ora?tie e cerc una vallata in cui si incrociassero le strade tra il Nord e il Sud, tra l'Est e l'Ovest della Dacia romana. Si sarebbe chiamata ancora Sarmizegetusa, ma non pi Regia, poich non ci sarebbe stato alcun re, ma Ulpia Traiana, come riconoscimento della nuova autorit imperiale romana che avrebbe governato per molti anni su quella regione del mondo.

Il Cesare incaric Apollodoro di Damasco di progettare la pianta iniziale della citt e gli edifici principali, in particolare un grande anfiteatro in cui celebrare le lotte dei gladiatori e altri spettacoli romani. Ma anche un grande horreum - un magazzino per il grano -, vari templi, una basilica per amministrare la giustizia, un foro, delle terme e - cosa su cui l'imperatore insistette particolarmente - una necropoli in cui seppellire con onore molti degli ufficiali morti in quella spedizione militare.

Era una tomba in particolare a interessare Marco Ulpio Traiano.

Il Cesare stava controllando i lavori della nuova citt, tra impalcature, blocchi di pietra trasportati in grandi carri e artigiani venuti da tutto l'Impero. C'erano centinaia di legionari sparpagliati tra tutti gli edifici in costruzione. Questi si facevano da parte alla vista della guardia imperiale che apriva la strada all'imperatore che li aveva condotti a una grande vittoria.

 qui disse Lusio Quieto, che accompagnava il Cesare nella sua passeggiata d'ispezione quotidiana.

Traiano avanz di alcuni passi ed entr nel recinto che era stato scelto per la necropoli, vicino alle fortificazioni pi esterne della nuova citt. L'imperatore cammin, passando davanti a molte tombe con pesanti lapidi di pietra, fino a fermarsi dinnanzi a una, situata quasi al centro di quell'area sacra recintata.

Sua moglie ha insistito per pagare personalmente il costo della lapide e l'iscrizione disse Traiano a Quieto che, proprio dietro di lui, lo ascoltava attentamente. Non si sono mai amati, ma lei ha sempre rispettato la forma, fino alla fine.

Sicuramente Longino star meglio qui che a Roma si azzard a dire Lusio Quieto.

S conferm Traiano. Questa  la sua casa, senza dubbio. Per sempre. In un modo o nell'altro qualcosa mi dice che la sua memoria si preserver se lo lasciamo qui. Nel mondo, tutto pu cambiare. Gli dei sono capricciosi e perfino il pi potente degli imperi pu scomparire, ma prego gli dei che preservino per sempre il ricordo di Longino in questo luogo sacro. Chiudi gli occhi, Quieto, chiudili e prega gli dei con me.

E l'imperatore chiuse gli occhi e lanci quella supplica agli dei nel modo pi umile che conosceva. Li implor con un fervore tale che in cielo le sue lacrime silenziose emozionarono anche gli dei pi cinici. Non era una cosa comune che un imperatore di Roma si umiliasse tanto n cos sinceramente. Ma c'era un nuovo dio che stava emergendo e che minacciava di cancellarli tutti. Per dare la risposta adeguata a quella preghiera imperiale gli dei compresero che avrebbero dovuto raggiungere un qualche tipo di accordo con il nuovo dio dei cristiani.

Nel frattempo, sulla terra, davanti ai due uomini, la lapide muta di Longino avvertiva l'aria del vento della Dacia sulla propria superficie di pietra. E li guardava, silenziosa, parlando solo attraverso le lettere incise con il fine punteruolo del miglior incisore di Sarmizegetusa Ulpia Traiana:

D M

GLONGIN

MAXIMO

VIX AN LVIII

IVLIAAFRO

DISIA CONI

B M P

[Significato completo in latino:

D(iis) M(anibus)

G(neo) LONGIN(o)

MAXIMO

VIX(it) AN(nis) LVIII

IVLIAAFRO

DISIA CONI(vnx)

B(ene) M(erenti) P(osuit)]

[Agli dei Mani,

per Gneo Longino Massimo1,

che visse 58 anni.

Giulia Afrodisia,

moglie,

(poich egli) ben lo merit

dispose (questa tomba)]

1. Riguardo all'aggiunta di Massimo al nome di Longino e alla mancata menzione del nome Pompeo sulla lapide si veda la Nota storica delle Appendici, ma suggerisco di leggerla dopo aver terminato il romanzo.

57

UN PONTE ALLA FINE DEL MONDO

Drobeta, Mesia Superiore
Marzo del 107 d.C.

Tettio Giuliano usc dall'accampamento perch aveva voglia di passeggiare e quasi senza rendersene conto si ritrov vicino alla riva del fiume. Poco dopo, fu di fronte alle mura della fortificazione in pietra che dava accesso al grande ponte che avevano costruito sul Danubio. I legionari si fecero da parte quando lo videro. Tettio Giuliano pass attraverso tutti i posti di guardia in silenzio, limitandosi a fare un leggero segno col capo quando le sentinelle lo salutavano. Giunse al principio del ponte e not un uomo che si trovava circa a met dello stesso. Non ebbe bisogno che qualcuno lo identificasse.

 l da molto tempo? domand Tettio a un legionario.

Da un bel pezzo, legatus rispose la sentinella.

Tettio annu e cominci a camminare sul grande ponte sul Danubio.

Era un'esperienza strana da spiegare, il poter camminare sopra quelle acque impetuose che non fermavano mai il loro ostinato fluire verso il Ponto Eusino. Quella era un'opera di ingegneria mai vista prima. Il legatus non smetteva di guardare da un lato all'altro mentre percorreva quei cinquecento passi che lo separavano dalla solitaria figura ferma al centro del ponte.

 un'opera impressionante disse Tettio quando arriv accanto all'architetto.

Apollodoro, che era appoggiato con le braccia al parapetto del ponte, si volt un istante. Era talmente concentrato che non si era nemmeno accorto dell'arrivo del legatus.

S, lo  rispose riprendendo la posizione iniziale, appoggiandosi al parapetto a guardare il fiume.

Tettio lo imit e i due uomini condivisero qualche minuto di silenzio. Si sentiva solo il flusso dell'acqua tra gli enormi pilastri di pietra.

A essere sincero, non ho mai pensato che si potesse costruire un ponte di queste dimensioni, qui, alla fine del mondo disse Tettio Giuliano.

Il fatto  che ora l'imperatore ha spostato la fine del mondo pi a nord ribatt Apollodoro. Pochi sarebbero capaci di modificare tanto le frontiere.

Il legatus annu e i due uomini tacquero ancora qualche momento, osservando il Danubio.

Hanno promosso Cincinnato disse Tettio, riprendendo la conversazione interrotta senza distogliere lo sguardo dal fiume. Si sorprese del fatto che, dopo tutto quello che era successo, fosse proprio l'architetto la persona con cui condivideva quella notizia personale che tanta soddisfazione gli aveva dato. Per lui era sempre un onore quando promuovevano uno dei suoi subordinati. Ora  praefectus castrorum. E attese un istante prima di aggiungere qualche parola che sent di dover pronunciare: Nella nomina si fa espressamente menzione ai tuoi rapporti favorevoli sul suo lavoro qui a Drobeta. Sono sicuro che questo abbia influito molto sulla promozione.  un uomo felice, ma troppo orgoglioso per.... Dato che stava impiegando troppo per trovare le parole giuste, fu l'architetto a terminare la frase.

Per venire a ringraziare uno straniero non militare come me.

Esatto conferm Tettio con un mezzo sorriso sulle labbra.

Condivisero un altro momento di silenzio.

Ha lavorato bene. Si  guadagnato la promozione disse infine Apollodoro, con aria assorta, quasi assente.

Tuttavia, ho la sensazione aggiunse Tettio che non sia stato sempre facile lavorare con lui... o con me.

Cincinnato  un tribuno, anzi, un praefectus castrorum, e, di certo, molto scontroso disse Apollodoro, anche lui con un lieve sorriso sul viso, anche se spar tanto velocemente che Tettio non fu sicuro di averlo visto. E tu, il legatus della VII Claudia, in effetti... anche tu sei difficile... a volte.

S, non sono facile... Credo che per questo mi risulti complicato relazionarmi con le donne o con qualsiasi altra persona. Credo che nemmeno i miei uomini mi apprezzino molto. Sono un po' troppo severo. So che questo  ci che dicono di me.

Apollodoro neg con la testa.

Sono gli uomini come te che sorvegliano le frontiere del mondo, che salvaguardano il grande Impero romano. Questo il Cesare lo sa. Il suo giudizio dev'essere pi rilevante di quello di chiunque altro, poich  stato ed  un militare, da sempre; e lo sanno anche gli ufficiali e i legionari sotto il tuo comando. Sanno che con Tettio Giuliano le cose o si fanno bene o non si fanno; sanno che con Tettio Giuliano si entra in combattimento e, se si  disciplinati, nella maggioranza dei casi si ritorna vivi all'accampamento. E cos si sopravvive. E questo non  poco quando si sta sui confini. Loro lo sanno.

Il legatus si sent commosso per la generosit delle parole dell'architetto. Non se le sarebbe mai aspettate. Forse dipendeva dal fatto che le circostanze erano completamente cambiate con la guerra finita e il ponte terminato, quindi erano entrambi pi rilassati.

E tu... il Cesare non ti ha promosso? chiese allora l'architetto, che vedeva Tettio fissare il fiume.

L'imperatore mi ha proposto un incarico a Roma, ma io gli ho chiesto di lasciarmi qui. Alla fine, dopo essermi lamentato tanto, ho scoperto che  qui, sulla frontiera, che la mia vita trova finalmente un senso.

E il Cesare ha acconsentito alla tua richiesta?

S, anche se mi reclamer in futuro, questo ha detto.

L'imperatore sta progettando altre campagne militari disse l'architetto a voce bassa. Dev'essere cos.

 possibile.

Un altro silenzio. Un tuono risuon in lontananza. Il cielo si stava annuvolando sempre pi.

Forse  per qualche altro motivo che il legatus di Viminacium desidera rimanere in Dacia? indag l'architetto. Per una donna, magari?

No, no. E Tettio Giuliano sorrise, questa volta apertamente. Non c' donna che mi sopporti. Te l'ho gi detto. Ho una schiava. Non desidero di pi e le chiedo pure poco. Quest'uomo disse indicando se stesso ormai non  pi quello di un tempo.

Dicono che Catone il Vecchio si spos con una sua schiava molto giovane quando lui era gi piuttosto anziano.

Lui era un uomo di parole, io sono un uomo di guerra, che brucia tutte le energie sul campo di battaglia. Ma cosa farai ora che il ponte  finito e che hai anche gi progettato i principali edifici di Ulpia Traiana? domand Tettio, un po' stanco di parlare della propria vita privata. La domanda, tuttavia, era motivata da un interesse sincero. Non aveva la minima idea di come fosse la vita di un architetto imperiale. E mai fino a quel momento aveva nutrito la pi piccola curiosit al riguardo.

Anch'io ho ricevuto notizie dall'imperatore. O meglio, ordini, come nel tuo caso: il Cesare vuole costruire dei nuovi edifici a Roma. Si  riferito a terme, mercati, acquedotti, e vuole terminare l'ampliamento del porto di Ostia. Ora dispone di denaro sufficiente per finanziare tutto questo. Ah, e vuole anche un grande monumento che celebri la sua vittoria sui Daci. Suppongo che ci significhi una promozione anche per me.

Per tutti gli dei, lo credo anch'io conferm Tettio che, dopo una breve pausa, incuriosito, domand qualcos'altro. E come dovr essere il monumento per celebrare la grande vittoria su Decebalo? Un arco di trionfo, immagino, come quello dell'imperatore Tito.

Ma Apollodoro scosse la testa. No, no. Il Cesare  stato molto preciso sul fatto di non competere con l'arco di Tito. Mi ha chiesto qualcosa di completamente diverso, qualcosa di originale, qualcosa che non sia mai stato fatto.

E sai gi cosa farai?

Non ne sono ancora sicuro. Ci stavo proprio riflettendo quando sei arrivato tu con la notizia della promozione di Cincinnato. Questo luogo, nel centro del fiume che siamo riusciti a vincere, mi  sembrato un buon posto per riflettere.

S,  un buon posto.

Il legatus tacque. Si sentiva un po' colpevole per aver interrotto le meditazioni dell'architetto. Aveva imparato che quando quell'uomo pensava non lo faceva come tutti gli altri; Apollodoro era capace di andare oltre, di immaginare l'impossibile, di fare ci che non era mai stato fatto.

L'architetto riprese a parlare. Mi  venuta qualche idea, ma voglio pensarci ancora; il viaggio di ritorno a Roma mi fornir molte ore per poter riflettere senza interruzioni disse, ma lo fece con un altro sorriso, questa volta pi evidente. C' solo una cosa che mi preoccupa aggiunse tornando serio.

Quale, architetto?

Il ponte. Ho paura per il ponte. Ti sembrer assurdo che, ora che abbiamo ottenuto una grossa vittoria contro i Daci e che tutto sembra essere sotto controllo nel Nord, io abbia questo timore, ma ce l'ho e non so perch. Questa sensazione mi mette a disagio.

Non devi temere per questo. Il mio compito qui include, tra le altre cose, proteggere questa costruzione da qualsiasi attacco. E, come hai detto, i Daci sono stati annientati; i Sarmati si sono frammentati e sono fuggiti verso nord. E ho varie unit di cavalleria che pattugliano costantemente le montagne perch non osino avvicinarsi a Ulpia Traiana, n tanto meno al ponte. E gli altri popoli hanno visto ci di cui  capace l'imperatore di Roma. Non oseranno attaccarci. Almeno non per parecchio tempo. Questo ponte non cadr mai. Non esiste nessuno che abbia forze sufficienti per distruggerlo.

Mai  una parola troppo perentoria per le vicende della vita rispose l'architetto conciso, anche se grato per le parole di elogio di Tettio riferite a quell'opera su cui avevano entrambi investito tanto tempo ed energie. Ma sono pi tranquillo ora, sapendo che il valoroso e burbero Tettio Giuliano  stato incaricato di proteggere questo ponte.

Apollodoro s'inchin lievemente di fronte al legatus e s'incammin senza attendere che l'ufficiale romano si unisse a lui. Tettio intu che l'architetto desiderava tornare da solo alla propria tenda, certamente per riprendere le riflessioni sul monumento trionfale che avrebbe costruito a Roma in onore di Traiano. Cos, il legatus di Viminacium, e presto della Dacia, rimase solo al centro del grande ponte sul Danubio. La giornata si era ora annuvolata completamente e il vento del fiume cominciava a soffiare con forza, ma la struttura di pietra e legno resisteva senza apparente difficolt alle inclemenze del variabile clima della regione. No, quel ponte non doveva cadere, mai. Tettio Giuliano annu in silenzio, tra s e s. Se qualcuno avesse distrutto il ponte sul Danubio, quello sarebbe stato l'inizio della fine di un sogno, il pi grande sogno dell'imperatore Marco Ulpio Traiano.

58

LA NOTTE DELLA VERIT

Fuori Roma
Giugno del 107 d.C.

Mi hanno riferito che hai impedito l'esecuzione di Celer.

La voce dell'imperatore di Roma era risuonata con forza nella tenda. Erano soli. Si trattava di un'udienza privata. Lei era accorsa in quel luogo appena ricevuta la richiesta personale dell'imperatore. Si trovavano in un accampamento militare in cui il Cesare aveva deciso di passare alcuni giorni di riposo prima di entrare trionfalmente a Roma, per dare cos il tempo agli animali, ai legionari e a se stesso di riprendersi dopo la lunga marcia di rientro dal Nord. Perfino lui aveva i geloni ai piedi perch, fedele alla sua abitudine, aveva camminato insieme al resto dell'esercito.

Menenia si era recata a quell'incontro preoccupata. L'imperatore l'aveva fatta chiamare perch lei gli portasse tutti i papiri che le aveva ordinato di conservare e custodire nel santuario di Opi, quando glieli aveva consegnati anni addietro, prima di partire per la prima guerra contro i Daci. Ma la vestale aveva il dubbio che quella fosse solo una scusa per farla uscire da Roma e vederla. Temeva una brutta reazione del Cesare a causa del suo comportamento durante la discutibile mancata esecuzione di Celer. Aveva sempre agito pensando che l'imperatore l'avrebbe sostenuta, ma ora che si trovava davanti a lui, aveva paura. No, non era paura per la sua vita. Semplicemente le dava pena pensare che forse le sue azioni avessero deluso colui che l'aveva sempre protetta.

Mi hanno detto che hai impedito quell'esecuzione. Ci mi ha spiegato Liviano e io gli credo. O forse il prefetto del pretorio mente? disse l'imperatore insistendo sull'argomento mentre, con aria apparentemente soddisfatta, annuiva tra s e s e controllava con attenzione i papiri che lei gli aveva portato dal santuario di Opi.

Liviano  un buon ufficiale, degno della fiducia del Cesare, e non mente rispose Menenia. S, ho impedito io quell'esecuzione.

Ora Traiano la fissava attento.

E lo hai fatto da sola. Contro pi di... quanti erano? Duecento, trecento uomini armati? Tu sola? Con le tue parole?

S, Cesare. Erano quattro centurie pretoriane.

Tu sola ripet una volta ancora l'imperatore. Poi tacque un istante. Sorrise. Sei senza alcun dubbio molto coraggiosa.

La legge era dalla mia parte, Cesare disse lei per cercare di spiegare la propria sorprendente azione.

No, Menenia. La legge non era completamente dalla tua parte. La giustizia, forse, ma non la legge. Not che la vestale deglutiva nervosa e continu a parlare. Per Traiano, ora sulla via del ritorno dopo aver messo al sicuro le frontiere del Nord e aver ripreso potere su Roma, quella doveva essere una notte di chiarimenti; era ora di smetterla con gli inutili silenzi, soprattutto considerato ci che pensava di fare con Menenia. La legge ti avrebbe appoggiato se tu avessi incontrato l'auriga Celer nel tragitto verso l'esecuzione per caso, ma qualcosa mi dice che quel giorno sei uscita dall'Atrium Vestae con il reale proposito di incrociare il corteo militare che lo conduceva all'esecuzione. Non  cos? Pu essere che la giustizia, nel suo significato pi ampio, ti abbia assistito, perch mi sono gi informato e so che la condanna di Celer era ingiusta. So che una volta ancora i suoi maledetti nemici delle corporazioni delle quadrighe che gareggiano contro di lui hanno cercato di ucciderlo fuori dal Circo, poich nel Circo Massimo nessuno sembra riuscire a sconfiggerlo data la sua destrezza nella conduzione dei carri e dei cavalli. Ma se quella mattina sei uscita alla sua ricerca, allora  chiaro che la legge di Numa non ti assisteva. Inoltre giurasti davanti a tutti che lo incontrasti per caso. Traiano sembrava esasperato. Per Castore e Polluce e tutti gli dei, Menenia! Che devo fare con te? Hai mentito, hai giurato e hai mentito, e lo hai fatto davanti a tutti! E no, non aggiungere altre menzogne! Non mentire a me! So quello che  successo, e so anche che l'ex rex sacrorum  un imbecille, oltre che un fanatico, ma avrebbe potuto dirti che, nonostante la scelta di Liviano di affrontare un percorso differente quella mattina, tu eri comunque nel Vicus Iugarius, quindi nel luogo in cui quasi certamente alla fine sarebbe passato il corteo con l'auriga Celer! Perch hai mentito? Perch? Dopo tutto quello che ho fatto per proteggerti, perch hai mentito?

Perch amo quell'uomo, l'ho sempre amato e sempre lo amer! Anche se non mi ha mai toccata da quando sono una vestale, e mai lo far, fin quando non sar ormai vecchia e avr perso la mia bellezza e la mia pelle sar rugosa, e forse a quel punto non vorr nemmeno pi guardarmi. Ci nonostante lo amo e sar cos per sempre. Ma io ho sempre rispettato tutti i miei voti e gli obblighi di una buona sacerdotessa di Vesta. S,  vero, ho mentito, augusto, perch ho imparato che nella Roma in cui vivo, in cui tutti viviamo, ogni volta che il Cesare si allontana il marcio, la bruttura e la corruzione tornano a esistere; e ho imparato con dolore, con sofferenza e con enorme tristezza che a volte, augusto, per proteggere la verit, per difendere la giustizia e per salvaguardare Roma da quei miserabili che la vogliono schiavizzare, sottomettere e corrompere per i propri fini personali, non rimane altro che la menzogna. La stessa arma che loro stessi usano. Come in guerra, dove solo con la spada si pu fermare la spada del nemico! Per questo, Cesare - e lo dico forte e chiaro - anche a rischio che gli dei mi abbandonino, anche a rischio che il Pontifex Maximus ritenga che ci che  giusto in questo momento sia condannarmi a morte, a essere seppellita viva, come se avessi commesso il peggiore crimen incesti possibile, anche a rischio di tutto questo, s, ammetto di aver mentito. Per salvare la giustizia, la verit e Roma!

Marco Ulpio Traiano alz la mano perch Aulo si era intanto affacciato all'interno della tenda udendo le grida della vestale: Menenia aveva osato gridare contro lo stesso Cesare.

Va tutto bene disse l'imperatore con tono sereno, e il tribuno scomparve subito lasciando Traiano e la vestale di nuovo soli. Hai spaventato Aulo e lui non si spaventa facilmente aggiunse l'imperatore con un sorriso che sorprese Menenia, poich stava gi pensando di essere condannata.

Mi dispiace di aver gridato al Cesare.

Non importa... ma non ti abituare. Inoltre non  necessario. Non sono sordo. Ho altri difetti, ma questo non  uno di quelli continu l'imperatore, e poi riprese l'argomento principale della discussione. Quindi hai concluso che una menzogna, a volte, pu essere il modo migliore per difendere la giustizia o la libert o per preservare Roma.

S, Cesare rispose Menenia pi calma, ma ancora confusa per la serenit con cui stava parlando, ora, il Pontifex Maximus.

Vedo quindi, con soddisfazione, che hai imparato molto durante la mia assenza, nonostante la tua giovane et. Vedo che hai imparato ci che  sufficiente e che, di conseguenza, sei preparata.

E tacque, mentre beveva un sorso dalla coppa di vino che teneva nella mano destra.

Preparata per cosa? indag lei a voce bassa.

Per essere la nuova Vestale Massima, naturalmente rispose Traiano senza esitare.

Questo... questo...  un onore... una posizione... che non credo di meritare.

Tu non lo credi. Ma io s. Io sono il Pontifex Maximus, lo ritengo giusto, ed  una mia scelta; ma prima di diventarlo devi sapere... E il Cesare esit un istante, non sapeva bene come dirlo. Alla fine decise di prepararla a quella rivelazione con alcune parole. S, prima devi sapere chi sei realmente, chi  realmente Menenia, oltre a essere una vestale di Roma. Ascoltami: io credo che gli dei siano davvero dalla tua parte. Questo spiegherebbe perch quando stavano per uccidermi gli inviati di Decebalo, il tuo messaggio  giunto proprio in tempo per confermare i dubbi di Lusio Quieto sui maledetti disertori. S, Menenia, mi hai servito bene, nel passato e nel presente. E sono anche contento che tu abbia salvato Celer. Roma prevede un altro destino per quest'uomo dicesti a Liviano, o qualcosa di simile. S, come vedi il prefetto del pretorio ha una buona memoria. E va bene:  vero che Roma ha un altro destino per Celer. Ho grandi progetti e Celer pu essere un tassello chiave nel futuro prossimo dell'Impero, e non esattamente nel Circo Massimo, anche se il giorno della mia entrata trionfale torner a correre. Quella corsa servir a confermare i miei piani sulla sua persona, ma sto parlando di troppe cose allo stesso tempo. Il punto  che mi hai servito bene. Sei, senza dubbio, speciale. Poi aggiunse alcune parole che sorpresero ancor di pi la vestale. Sei una degna discendente del divino imperatore Augusto. Anche se tutti fingono di esserlo, in realt sono assai pochi coloro che possiedono il suo sangue nelle vene, ma tu, Menenia, sei una di quelle poche persone.

La giovane non capiva da dove venisse tutto ci. Lei era figlia del senatore Menenio e di sua moglie Cecilia; e i suoi genitori, anche se di buona famiglia, non erano imparentati in alcun modo con il leggendario e divino Augusto.

Traiano riusc a leggere quella domanda sulla fronte corrugata della giovane vestale e pens che, finalmente, quello era il momento giusto. Dopo la grande vittoria sui Daci, Roma si trovava sotto il suo controllo per la prima volta da quando era salito al potere. I nemici erano spaventati, timorosi di scontrarsi contro il Cesare che aveva risolto definitivamente il problema del Danubio. I nostalgici di Domiziano ormai non avevano pi alcun potere. Salinator, l'ex rex sacrorum, era in punto di morte, in base a quanto gli avevano riferito, cos con lui se ne sarebbe andato un altro problema; un rancore in meno di cui doversi preoccupare. Restavano i corrotti, ci sarebbero sempre stati, come quelli che avevano organizzato il secondo processo truccato contro Celer, ma ora avrebbe potuto agire contro ognuno di loro con pi fermezza. In un momento del genere, la giovane vestale poteva finalmente sapere la verit. Era giusto. Si era guadagnata quel diritto con sacrificio e sofferenza, come lei stessa aveva detto.

Domizia Longina, la donna da cui andasti in cerca di consiglio quando io ero ancora nel Nord, in Dacia...

S, Cesare?

Quella donna  tua madre.

Cal un silenzio assoluto.

Si udiva solo il vento della notte che muoveva le tele esterne della grande tenda imperiale. Quella coraggiosa vestale, colei che aveva tenuto testa a tutti i soldati armati nelle strade di Roma, si sent improvvisamente debole. Tutto il suo mondo cominci a vacillare. La sua vita non era pi ci che aveva pensato che fosse. Non aveva senso. E, tuttavia, in qualche modo, s, invece, aveva perfettamente senso, in qualche modo questo avrebbe spiegato le sue sensazioni confuse quando era stata da quella donna. O forse no? Non sapeva cosa pensare, ma l'imperatore continu a parlare.

Hai una madre che discende dallo stesso Augusto. Io porto solo il suo soprannome, e tento di farlo con dignit, ma tu, Menenia, hai nelle vene il sangue del primo imperatore di Roma.

Ma... i miei genitori... il senatore Menenio... mia madre...

Ti allevarono da quando eri appena nata. Arrivasti a loro dal Sud, in segreto. Solo un vecchio consigliere imperiale era a conoscenza della tua origine; un tale Partenio, ormai deceduto, come i liberti e la schiava che assistettero tua madre durante il parto e che consegnarono la piccola creatura a Menenio e alla sua famiglia. Nessun altro sapeva della tua vera origine. Partenio mor per mano dei pretoriani di Domiziano, ma non so per mano di chi morirono la schiava e i liberti. E Traiano rimase pensieroso per un istante; non aveva mai riflettuto abbastanza sulla questione, ma era sospetto che gli unici testimoni di quel grande segreto fossero anch'essi morti; in ogni caso, quella era stata un'epoca tumultuosa e accadevano spesso incidenti oscuri e terribili. Decise di non pensarci pi.

Menenia, intanto, scuoteva la testa. Le costava ammettere che tutto ci che il Cesare le aveva raccontato potesse essere vero. Marco Ulpio Traiano si schiar la gola. Si rese conto che doveva dare una spiegazione pi completa perch la giovane vestale comprendesse il significato di tutto ci.

Menenia, la vita  come un enorme Circo Massimo: sette giri, quattordici curve, e a ogni curva ci giochiamo la nostra vita, in ogni decisione che prendiamo o che altri prendono per noi; ma la nostra corsa  talmente veloce che non abbiamo quasi il tempo per rifletterci. E la vittoria, nella vita, non la ottiene chi arriva per primo ma chi riesce ad arrivare all'ultimo giro e sopravvivere. Tua madre  una di queste persone, e credo che anche tu lo sia. Purtroppo, non sempre sopravvivono i migliori. Traiano chiuse gli occhi un istante, rammentando Longino e la sua tomba nella necropoli di Ulpia Traiana. No, Menenia, non sempre sopravvivono i migliori. Questo  un mondo ingiusto.

Allora io ho sempre vissuto nella menzogna. Tutta la mia vita  una grossa menzogna.

A volte, rispose l'imperatore a volte, tu stessa lo hai ammesso, una menzogna  l'unica strada per la giustizia, per la libert, per salvaguardare Roma. Tu sei parte della Roma che merita di esistere e tua madre pens all'epoca che solo una menzogna potesse salvarti dall'ira incontrollabile di Domiziano, il quale sicuramente ti avrebbe uccisa se avesse ottenuto conferma dei suoi sospetti sulla tua origine. Sai gi cosa accadde a suo figlio. Oppure avresti sofferto cose ben peggiori se fossi stata in suo potere.

Menenia annuiva guardando a terra. S, ci spiegava il ricordo che aveva del terribile Domiziano, di quando era ancora una bambina, di quando la scelse per essere una vestale, di quando rideva dicendole che avrebbe verificato chi era veramente e poi avrebbe agito. Doveva verificare se lui, Domiziano, era suo padre. Questo le aveva detto. Ed era stata quasi raggiunta dalla vendetta di quel pazzo crudele, morto anni addietro, quando l'avevano accusata di crimen incesti. Solo l'aiuto del senatore Plinio e, in particolare, l'appoggio costante dell'imperatore Traiano l'avevano salvata da una morte sicura. Ma se il senatore Menenio e sua moglie non erano i suoi genitori, e se Domizia Longina era sua madre, e sentiva sempre di pi che probabilmente era cos, allora... se l'ex imperatrice era sua madre... chi era suo padre? E le parole di Domiziano tornavano a rimbombare nelle sue tempie: Sei davvero chi tua madre mi ha detto? Sono io, Domiziano, Imperator Caesar Augustus Dominus et Deus, tuo padre? O forse qualcuno dei miei legati traditori alle frontiere dell'Impero?. E Menenia, all'improvviso, guard l'imperatore Marco Ulpio Traiano, che si alzava lentamente dalla sua sedia per congedarsi da lei.

Sei stata sottoposta a una dose troppo elevata di verit, questa notte. Forse  meglio che ti riposi e un altro giorno, con pi tranquillit, continueremo a parlare. Ora vado a fare la mia passeggiata notturna lungo i posti di guardia. Aulo ti scorter fino al tuo carpentum e potrai fare ritorno alla pace dell'Atrium Vestae in poche ore.

Ma lei continuava a fissare il Cesare come mai aveva osato fare prima. Le lacrime non le annebbiavano la vista, ma correvano silenziose sulle guance, mentre i pensieri imperversavano. Per questo l'imperatore Traiano l'aveva sempre protetta, senza esitazioni, durante quel terribile processo? Per questo l'imperatore le aveva procurato il miglior avvocato possibile? Era per questo? Qualsiasi altra persona avrebbe faticato a formulare quella domanda, ma lei, temprata dal dolore, dai misteri ancestrali di Vesta, dall'amore impossibile, lo fece. A lei, a Menenia, degna figlia di Domizia Longina, non trem la voce.

Allora, augusto,  forse Marco Ulpio Traiano mio padre?

L'imperatore di Roma si ferm.

Il vento continuava ad agitare le tele all'esterno della tenda. Traiano si gir lentamente e affront la giovane sostenendo il suo sguardo, non pot evitare di sorprendersi nel leggere negli occhi bellissimi e scuri della sacerdotessa tanta paura quanta speranza, mescolate in parti uguali, poich si rese conto che Menenia pensava che o suo padre era lui o, al contrario, il suo vero padre era proprio Domiziano.

La tua domanda, vestale, mi commuove rispose l'imperatore accompagnando le sue parole con un sorriso pieno d'emozione, e tentando, invano, di trasmettere serenit d'animo a Menenia. Niente al mondo avrebbe potuto darmi felicit maggiore che avere un figlio o una figlia come te, o per lo meno un figlio o una figlia; ma gli dei mi hanno sempre negato questo privilegio. Il pi umile degli schiavi pu avere questo dono, ma l'imperatore di Roma no. No, Menenia, io... devo ammetterlo, non avrei mai avuto tanto coraggio da osare giacere con la moglie di Domiziano mentre questi era al potere. No, solo un pazzo o qualcuno molto audace, molto pi di me, avrebbe potuto osare tanto a quel tempo. No, in quel periodo, quando Domizia, tua madre, rest incinta di te, io mi trovavo presso i confini germanici, presso il Reno, tentando di evitare che i Catti attraversassero il fiume. Ti dir esattamente ci che so riguardo alle tue origini: agli inizi di quell'anno, a febbraio, l'imperatore Domiziano scopr che sua moglie, tua madre, l'imperatrice Domizia Longina, aveva una relazione segreta con Paride, un giovane attore impulsivo, impudente e temerario. Nessuno sa bene perch tua madre ag in quel modo. Forse per umiliare suo marito, l'imperatore Domiziano, che lei stessa odiava oltremodo, come lo odiavano tanti altri, per la sua crudelt e per la sua follia. Fatto sta che Domiziano scopr la cosa, fece giustiziare Paride ed esili tua madre. Ci che Domiziano non sapeva era che tua madre era incinta quando fu esiliata. Tua madre diede alla luce una bambina pochi mesi dopo, ma, terrorizzata all'idea che Domiziano scoprisse di avere una figlia, e ricordando che lo stesso Domiziano aveva lasciato morire un figlio non cercando l'intervento del medico quando il piccolo si era ammalato, si accord con il consigliere Partenio, come ti spiegai prima, affinch tu fossi condotta in segreto da una famiglia rispettabile di Roma. A quel tempo, solo Partenio, la schiava e i liberti di fiducia dell'imperatrice sapevano della tua esistenza. Tutti ormai sono morti, come ti ho detto. Il consigliere Partenio scelse con giudizio il senatore Menenio e sua moglie come tuoi futuri genitori, e mi risulta che siano sempre stati all'altezza dell'incarico. Ti hanno allevato bene, sana e forte e, soprattutto, nobile nello spirito. Poi la dea Fortuna attravers di nuovo il tuo cammino e volle che lo stesso Domiziano ti scegliesse come vestale per rimpiazzare una di quelle che aveva fatto condannare a morte durante il suo governo con l'accusa, per tutte, di crimen incesti, che fra l'altro non fu mai provata. Il fatto che Domiziano non sapesse nulla della tua esistenza  ci che ti ha preservato, senz'ombra di dubbio, dall'essere giustiziata durante gli ultimi anni del suo potere, quando ordin che fossero uccisi anche i figli di Domitilla. Non voleva che nessun suo familiare potesse succedergli al trono. Se avesse saputo della tua esistenza, sono sicuro che avrebbe ordinato anche la tua morte, come ho gi detto. Cos, tua madre, Domizia Longina, escogit un modo per salvarti la vita.

Una volta morto Domiziano, durante il principato di Nerva, tua madre decise di tenere segreta la tua esistenza. Partenio, il vecchio consigliere che l'aveva aiutata, era morto, e cos la schiava e i liberti che sapevano di te. Tua madre attese, con la pazienza appresa durante tutta la sua vita, che la situazione si tranquillizzasse prima di svelare tutto ci. Quando infine io giunsi a Roma in qualit di Imperator Caesar Augustus, lei mi chiese solo di potersi ritirare dalla citt e vivere in pace, cosa che le concessi. Allora io non sapevo nulla sulla tua origine. Solo tempo dopo Domizia mi svel, durante una visita che le feci, il segreto sulla tua nascita. Lo fece quando a Roma cominciarono a circolare le dicerie su un possibile crimen incesti tra te e l'auriga Celer. Tua madre desiderava che io ti proteggessi. Tua madre, Menenia,  la persona pi intelligente che io abbia mai conosciuto. Sapeva che non le avrei mai negato questo desiderio: che ti proteggessi, perch mio padre promise a tuo nonno Corbulone, il padre di Domizia, che noi avremmo sempre protetto i membri della sua famiglia. L'ex imperatrice, svelandomi il segreto sulla tua origine, includeva cos anche te nel giuramento fatto da mio padre. Io promisi a mio padre sul letto di morte di onorare tutte le sue promesse, in particolare questa, e quel giuramento, che mi lega all'antica imperatrice Domizia, mi lega a te allo stesso modo, ora e per sempre. S, per l'onore di mio padre, che tanto amai e che tanto rispettai, ti difender sempre. Ma voglio confessarti che difenderti  stato un orgoglio e una soddisfazione, anche nei momenti pi difficili del tuo processo, perch ti sei sempre schierata dalla parte della nobilt e della giustizia. Ci che continuo a non capire  perch tu continui ad avere tanti nemici. Anche se forse colui che difende la giustizia e la verit finisce sempre con l'avere pi nemici di altri. In ogni caso,  da tempo che sento che questo vincolo che ci unisce dipende dagli dei, che hanno deciso di metterti al mio fianco perch tu continui a indicarmi chi merita la mia fiducia e chi no.  come se questo fosse il tuo destino. E sicuramente, anche se non lo sei, mi rendo conto solo ora, in questo preciso istante, che ti amo come una figlia. Anche se non  cos.

Menenia annuiva lentamente, ma il suo cuore continuava a battere a tutta velocit. S, tutto era chiaro ora, eccetto un paio di cose.

Ma, augusto, cominci Menenia mi rimangono ancora due dubbi.

Chiedi. Se potr farlo, ti risponder. I segreti sui tempi di Domiziano devono scomparire. Quel tempo  terminato anni fa, il suo danno deve cancellarsi, insieme alla nascita della futura prosperit dell'Impero. Chiedi, vestale. Ti ascolto.

Chi ha ucciso la schiava e i liberti che aiutarono... Domizia Longina? Ancora le risultava difficile chiamarla madre. Non sapeva se prima o poi sarebbe riuscita a farlo.

L'imperatore si sedette di nuovo sul solium dal quale aveva iniziato quella conversazione.

 una buona domanda, che io stesso mi sono fatto e per la quale non ho una risposta. So solo che quelli erano tempi molto turbolenti a Roma.

Menenia annu. Traiano vide che la sacerdotessa continuava a riflettere, guardando a terra, e l'imperatore, attento alle parole che aveva pronunciato la vestale, sapeva che restava ancora qualcosa in sospeso. La domanda chiave.

Hai detto che avevi due domande. Qual  l'altra? indag Traiano.

Perch Domizia Longina non mi ha mai detto la verit? Sono passati anni dal processo che mi condannava.

Questa non era la domanda chiave, ma Traiano rispose con la migliore intenzione possibile, tentando, ancora una volta, di calmare l'animo pervaso di emozioni della giovane sacerdotessa.

Il senatore Menenio e sua moglie si erano presi cura di te e ti amavano come dei veri genitori. La stessa Domizia mi disse che preferiva non dirti nulla. Le bastava che tu stessi bene.

La vestale annu di nuovo. Abbass lo sguardo. Domizia era sua madre. Ora, sapendolo, molte cose assumevano un nuovo significato nella sua mente: per questo l'ex imperatrice aveva esitato a rivelarle la legge di Numa, perch temeva per la sua vita, perch temeva che colei che era sua figlia potesse correre un pericolo mortale. Quella donna la amava, questo era evidente, in silenzio, dalla lontananza della sua assenza, reclusa in quella villa a sud di Roma, in segreto, come era stata sua nascita, ma la amava. Ora le risultavano molto pi comprensibili i tanti presentimenti che aveva avuto durante l'incontro con l'ex imperatrice e che sul momento non era riuscita a interpretare. Ora tutto si incastrava, tutto, eccetto una cosa.

Ma... credo, Cesare, che mi resti una terza e ultima domanda.

Falla pure, vestale. Questa  la notte della verit.

E Traiano, vedendo che la paura ricompariva sul volto della sacerdotessa, seppe che, ora s, stava giungendo la domanda chiave.

Allora... se Domizia Longina  mia madre, se  cos... allora... chi  mio padre? L'imperatore Domiziano o l'attore Paride?

La domanda aveva una sola risposta. E la risposta avrebbe potuto far tremare perfino la persona pi coraggiosa. La giovane continu a parlare mentre Traiano la osservava tacendo. Era come se la vestale volesse inconsciamente continuare a parlare per timore di conoscere la verit. Era stata molto coraggiosa a formulare quella domanda, ma le forze di Menenia vacillavano, ora che doveva ricevere la risposta.

Vissi gli ultimi anni dell'imperatore Domiziano con vero terrore. Tutte avevamo paura, nell'Atrium Vestae dell'ultimo imperatore dei Flavi. Sono a conoscenza dell'orrore che dissemin tra tutte le famiglie senatoriali e della sua follia incontrollabile. So che era un uomo orribile, e ora non so se sono sua figlia o se sono figlia di un attore... E ricordo, oh s, ricordo la sua orribile risata e il suo alito fetido, e ancora mi appare nei miei incubi peggiori; ancora sogno quella risata che sembrava provenire dallo stesso Ade, e che sempre ritorna, sempre. E fiss lo sguardo sull'imperatore Traiano. Chi  mio padre? Domiziano o Paride? Sono figlia di un mostro o di un folle attore? Ti supplico, Cesare. E s'inginocchi pregandolo. Dimmi che sono figlia di un folle attore, di un imprudente, di un temerario, ma che non sono figlia del pi terribile dei mostri che l'Impero ha conosciuto. Questo no, questo mai...

Marco Ulpio Traiano rispose con la precisione di un militare.

Non lo so, Menenia. Questo lo sa solo tua madre.

59

UN FOLLE GLADIATORE

Ludus Magnus, Roma
25 giugno del 107 d.C.

Marzio si avvicin lentamente a Verre, il cuoco, mentre questi stava ancora preparando il pranzo di fronte a un'enorme pentola che bolliva in un angolo dell'arena riservata agli allenamenti.

Non  ancora pronto. Torna al tuo addestramento, gladiatore disse Verre con disprezzo. Non gli piacevano le confidenze che si prendevano con lui alcuni di loro. C'era una dozzina di pretoriani l a fianco e, anche se non potevano udire ci di cui stavano parlando, il cuoco sapeva che erano sufficientemente vicini ai gladiatori per soccorrerlo nel caso in cui qualcuno di loro fosse stato cos folle da decidere di attaccarlo. Sapeva che nelle ultime settimane c'erano state delle lamentele sulla scarsa qualit del cibo, ma cosa credevano quei miserabili, che lui disponesse di prodotti freschi e delicati come quelli nelle cucine dell'imperatore?

Non vengo a lamentarmi chiar Marzio.

Fa lo stesso. Torna al tuo allenamento prima che chiami i pretoriani e questi si divertano un po' con te. O preferisci che chieda a Trigesimo di usare di nuovo la frusta?

Voglio solo che tu mi prepari qualcosa di speciale. Domani molti di noi combatteranno nell'arena del Circo Massimo e abbiamo il diritto di chiedere ci che vogliamo. Sai che questa  la tradizione.

Erano vere entrambe le cose. Il giorno successivo, il giorno del trionfo dell'imperatore che tornava vittorioso dal Nord, si sarebbero celebrati i combattimenti dei gladiatori nel Circo Massimo, subito dopo le corse, invece che nell'Anfiteatro Flavio, perch il Circo poteva contenere molte pi persone. Ed era anche vero che i gladiatori potevano godere di una cena speciale alla vigilia di una giornata di combattimenti nell'arena.

Che cosa vuoi? Ti ricordo che qui non c' tutto...

Ma Marzio lo interruppe con una richiesta chiara e precisa. Il cuoco sbatt un paio di volte gli occhi nell'ascoltarla.

Tu sei pazzo gli grid Verre con ancora pi sdegno. Ora dico a Trigesimo ci che mi hai chiesto e vedrai come ti far ragionare con la frusta, infamis.

E non aspett la risposta di Marzio ma and direttamente a parlare con il lanista. Il pasto che bolliva in pentola, intanto, si stava bruciando pi del solito, ma ci sembrava non importare al cuoco del Ludus Magnus.

Che cosa succede ora? domand Trigesimo a Verre quando lo vide avvicinarsi al tavolo su cui stava cercando di studiare i migliori accoppiamenti per i combattimenti del giorno dopo. Altre lamentele sul cibo?

No.  quello che chiamano Senex.  un folle.

E disse al lanista ci che Marzio gli aveva appena richiesto per la cena di quella sera. Trigesimo aggrott talmente tanto le sopracciglia che sembr che la fronte stesse per cadergli come un grosso pezzo di carne essiccata al sole.

Forse non  poi cos folle disse Trigesimo. Puoi riuscirci per questa sera?

S, certamente. Non  complicato, ma coster caro comment il cuoco sbattendo ancora le palpebre, non intendendo la gelida reazione del lanista.

Ti pagher io quello che coster.

Ma... ma... se il gladiatore muore, allora si perder molto denaro nel Ludus Magnus. Ma il cuoco non era preoccupato per le finanze del Ludus, e si trad subito con le proprie parole. Io perder molto denaro. Ho sempre scommesso su di lui.

Bene, allora trovati un altro lottatore su cui puntare. Prima guadagnavo molto denaro anch'io con Senex, ma da qualche tempo questo gladiatore mi sta creando solo problemi. Cosa ne puoi sapere tu? E ora lasciami lavorare.

Verre si allontan dal lanista e ritorn alla pentola che si stava bruciando. Continu a non rendersi conto del fumo. Stava rimuginando sui propri soldi, perch non era per niente sicuro che il suo allibratore gli permettesse di riprendersi l'oro puntato sulla vittoria di Senex.

Che vita da cani.

Il pranzo era completamente bruciato, ma Verre si limit a riempire le scodelle dei gladiatori.

60

PULIZIE

Roma
25 giugno del 107 d.C.

Il senatore Plinio si stava dedicando a una di quelle attivit che rimandava sempre il pi possibile: riordinare e pulire il tablinum. L, in quel piccolo studio, si accumulavano centinaia di papiri con note, commenti e scritti riguardanti gli innumerevoli processi in cui era intervenuto, come accusatore o come avvocato difensore. Seduto su un comodo solium guardava quel mucchio di testi dimenticati che si erano accumulati negli anni: c'erano note sui processi svolti nelle diverse basiliche della citt e schemi e liste di idee per i discorsi riguardanti i processi per la corruzione in senato. Tra questi trov le annotazioni che aveva preparato per affrontare Mario Prisco e i suoi collaboratori all'inizio del governo di Traiano. Sembrava passato un secolo. Ora, quell'imperatore che agli occhi del senato era sembrato un buon militare, ma molto criticato a Roma, stava per fare ritorno alla capitale dell'Impero per celebrare una delle pi grandi vittorie militari che un Cesare avesse mai ottenuto. E ora tutti, a Roma, comparavano la conquista della Dacia e la sua annessione all'Impero alla conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare o all'invasione della Britannia prima con il divino Claudio e poi con il valoroso Agricola. S, Traiano era divenuto onnipotente.

Com'era cambiato tutto in cos poco tempo. Perfino gli orrori del regno di Domiziano apparivano ora talmente lontani da sembrare solo un lungo e lento incubo dal quale tutti si erano risvegliati grazie al nuovo imperatore ispanico.

Plinio aveva portato diversi cesti e li aveva lasciati accanto alla porta, per gettarci dentro molti dei papiri che avrebbe buttato via. Non poteva portarli tutti con s, e nemmeno voleva lasciare l alcuni scritti di suo pugno che forse avrebbero potuto cadere in mani... sbagliate.

Era stanco. Era tutta la mattina che si occupava di quel compito cos fastidioso. Plinio non era stato colto da un'improvvisa passione per l'ordine e per la perfetta organizzazione dei suoi scritti, ma l'imperatore gli aveva inviato una lettera da Viminacium nella quale gli comunicava il desiderio che lui entrasse a far parte della nuova schiera di governatori provinciali. Traiano desiderava sostituire molti di coloro che erano stati processati per corruzione o coloro che, da anni, si sospettava avessero gestito male le risorse pubbliche. Cos, poich stava per affrontare un lungo viaggio, Plinio aveva deciso di riorganizzare e revisionare tutti i documenti che aveva custodito per tanto tempo nel suo studio in un inimmaginabile disordine. Sorrise. A sua moglie Pompea sarebbe piaciuto vederlo finalmente riordinare tutti quei papiri, ma lei era morta ormai da tempo. Era di nuovo solo. Il suo non era stato un matrimonio di passione, ma gli mancava la compagnia. Alz per un istante lo sguardo al soffitto del tablinum. Gli sarebbe piaciuto trovare una nuova compagna, qualcuno che lo accompagnasse in quel viaggio, se finalmente si fosse formalizzata la sua nomina come governatore di una provincia. Sospir, smise di guardare il soffitto e torn al lavoro.

Plinio aveva appoggiato sul tavolo gli scritti che desiderava portare con s: la collezione completa delle commedie di Plauto che aveva raccolto lungo gli anni, i poemi di Omero, una copia in buono stato dell'Eneide di Virgilio, i Tristia di Ovidio, varie orazioni di Cicerone, le opere sulla retorica di Quintiliano... Nel frattempo, per distrarsi, continuava a pensare ai piani dell'imperatore: Traiano non solo voleva sostituire i governatori corrotti, ma voleva anche aumentare il numero dei iuridici o magistrati con potere di ispezionare e controllare i nuovi governatori. Erano uomini di fiducia dell'imperatore, i quali avrebbero informato il Cesare di qualsiasi caso di malversazione che avesse avuto luogo nelle province dell'Impero. Secondo il giudizio di Traiano e del suo consilium augusti, del quale lo stesso Plinio faceva parte, quello era il modo migliore per centralizzare e ridurre l'autonomia con cui fino a quel momento si erano gestite la maggior parte delle province, fossero senatorie o imperiali. Non essendoci abbastanza meccanismi di controllo e vigilanza, il risultato di quell'autonomia era stato che i governatori erano tutti finiti nella rete della corruzione. S, l'imperatore voleva fare pulizia nell'Impero, proprio come lui stava facendo in quel momento nel suo studio. Per Plinio la ristrutturazione progettata da Traiano avrebbe rafforzato Roma ed era completamente d'accordo con i suoi piani, anche se questo implicava il fatto di doversi spostare in qualcuna delle province per contribuire con il suo buonsenso e una buona amministrazione alla rigenerazione di cui tanto aveva bisogno l'Impero...

D'improvviso, mentre raccoglieva i papiri della Naturalis Historia di suo zio e le tavole astronomiche di Ipparco, un piccolo papiro, utile appena per una breve nota, cadde a terra volando lentamente dall'alto del tavolo fino ad atterrare, lento e silenzioso, sul marmo.

Gaio Plinio Cecilio Secondo si chin per raccoglierlo.

Aaah! esclam sollevandosi di nuovo.

Si stava facendo anziano e la schiena gli doleva sempre pi. Guard la nota con attenzione perch c'era qualcosa che non tornava: non era la sua scrittura, anzi, non era la scrittura di nessuno che conoscesse, n era un manoscritto di qualche scriba o copista di libri. Era una scrittura goffa, grezza, quasi illeggibile, e stava per gettarla nel mucchio di papiri da buttare quando, di colpo, cap ci che diceva il messaggio e concluse che era una nota di quell'uomo... come si chiamava? S, Atello. Quello che lo aveva servito, tra gli altri, durante il processo per crimen incesti alla vestale Menenia. S, doveva essere di quell'uomo: si trovava proprio tra i testi di suo zio e quelli di Ipparco, che gli erano stati tanto utili per preparare la difesa della vestale contro Pompeo Collega e i suoi collaboratori. S, quelle erano le ultime parole che, sicuramente, aveva scritto Atello in vita sua, poich poco dopo il processo era stato trovato morto vicino al fiume. Ubriaco, questo avevano detto. A lui era sempre apparsa sospetta quella morte improvvisa. Atello non aveva molte virt, ma era un uomo che reggeva il vino come pochi, e a Plinio non pareva il tipo da morire dopo uno dei suoi frequenti eccessi con il liquore di Bacco.

Plinio torn a leggere il contenuto della nota con attenzione.

61

LA RICHIESTA DI CELER

Accampamento militare imperiale fuori Roma
25 giugno del 107 d.C.

Erano passati un paio di giorni dalla visita di Menenia e l'imperatore continuava a esaminare regolarmente i papiri che la vestale gli aveva portato. E ogni volta era sempre pi convinto che tutto ci si potesse fare, ma avrebbe avuto bisogno di aiuto. Era un progetto talmente grandioso che per realizzarlo non bastava una vita, ce ne volevano almeno due. Era un'impresa enorme per la quale sarebbe stato necessario un secondo al comando che, quando a lui non fossero rimaste pi forze, sarebbe stato disposto a terminare ci che si era cominciato. Ma c'era qualcuno adatto al suo fianco? Traiano si lasci cadere appoggiandosi allo schienale della sedia. Quieto, senza dubbio, era il suo uomo. Di svariati anni pi giovane, con la medesima propensione alla vita militare, encomiabile nella gestione di tutto ci che gli veniva affidato. E leale, soprattutto leale. Era il suo uomo. Doveva preparargli la strada...

C' qualcuno che vuole vedere il Cesare disse la voce di Aulo dall'entrata del praetorium.

Traiano era stato talmente assorbito dai propri pensieri che nemmeno si era accorto della presenza del tribuno. Chi?

Non avrei disturbato il Cesare, ma si tratta di quell'auriga che fece da messaggero quando ci trovavamo nella Mesia Superiore.

L'auriga Celer?

S, augusto.

D'accordo. Fallo passare.

Un istante dopo, Celer entr accompagnato da quattro pretoriani che, insieme ad Aulo, si disposero alle varie estremit della tenda per non lasciare il Cesare solo in presenza di quell'uomo. Anche se si trattava di qualcuno che aveva aiutato l'imperatore, Aulo seguiva la regola di non lasciarlo mai solo con nessuno eccetto i membri della sua famiglia o con una sacerdotessa, come nel caso della vestale Menenia. Nel resto delle udienze, a meno che l'imperatore non desse un contrordine, il tribuno pretoriano disponeva sempre alcuni dei suoi uomini, attenti e vigili, vicino a Traiano.

Ave, Cesare disse Celer. Saluto e mi congratulo con l'imperatore vittorioso contro i Daci e i Sarmati e tanti altri popoli del Nord.

Ave, auriga. Ti ringrazio per le congratulazioni, ma qualcosa mi dice che questa volta non sei venuto a dare, ma a chiedere.

Celer rest pietrificato di fronte alla fine intuizione dell'imperatore, ma non per questo decise di evitare la richiesta che aveva in mente. Aveva gi immaginato che il Cesare potesse negargliela, ma faceva parte del suo carattere impegnarsi sempre nel cercare di ottenere ci che desiderava.

L'imperatore , di sicuro, capace di leggere nella mente di coloro che lo circondano... S, questa volta, augusto, in questa occasione... io vorrei...

Quando si ha qualcosa da chiedere, auriga, lo si fa in modo diretto. Mi hai servito bene in passato, cos sono ben disposto a concederti ci che chiedi, ma non amo i tentennamenti. Nel Circo Massimo non esiti mai sulle decisioni da prendere a ogni corsa. Anche qui devi fare lo stesso. L'unica cosa che pu accadere, nel peggiore dei casi,  che io ti neghi ci che desideri. Inoltre, mi regalasti Niger, il migliore tra tutti i cavalli. E non dimentico neanche questo.

Celer inspir profondamente. Esattamente di Niger volevo parlare, augusto.

Ti ascolto, auriga.

Ho bisogno di lui, Cesare. E dato che l'imperatore taceva, Celer si spieg meglio. Ho bisogno di Niger per un'altra corsa nel Circo Massimo. Solo una, ma per questa corsa quel cavallo mi  indispensabile.

Per la corsa che si celebrer il giorno del mio trionfo?

S, Cesare.

E perch Niger  tanto importante? Mi pare che tu abbia vinto le corse anche senza di lui; per questo gli Azzurri hanno tentato di ucciderti una seconda volta attraverso sotterfugi e false accuse, non  cos? Dalle quali ti ha salvato, in extremis, l'intervento della vestale Menenia.

S, questo  vero. Devo la vita al Cesare, e ora anche alla vestale Menenia. Ma in questa corsa Acleo avr dei nuovi cavalli che hanno portato dall'Africa e a quanto mi risulta sono molto veloci e assai abili. Ho riunito nuovamente Tigris, Raptore e Orynx, ma ho bisogno di Niger per questa corsa.

Il Cesare fissava l'auriga. Traiano manteneva un'espressione seria, severa. Celer era sicuro che stesse per dire di no, ma di colpo l'imperatore rilass i muscoli del volto e sorrise.

D'accordo. Puoi avere Niger per questa corsa. Di fatto, mi farebbe piacere vederlo correre nel giorno del mio grande trionfo a Roma.

L'auriga fece un profondo inchino in segno di rispetto e ringraziamento.

Grazie, Cesare. L'imperatore  molto generoso.

Si era gi girato per andarsene, quando la voce di Traiano lo ferm.

Suppongo che se scommetter su di te il giorno della corsa, mi farai guadagnare una fortuna, non  cos?

L'auriga si volt immediatamente. No, no, no! esclam. No, il Cesare non deve scommettere su di me!

Perch? Non sei forse sicuro di vincere?

 che domani non correr per vincere.

Traiano aggrott la fronte confuso. E per cos'altro pu correre un auriga nel Circo Massimo se non per vincere?

Celer strinse i pugni mentre rispondeva. Si pu anche correre per... uccidere.

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LA LEALT DI LUSIO QUIETO

Roma
26 giugno del 107 d.C., hora secunda

Tutta Roma si  riversata nelle strade, Cesare furono le parole con cui Lusio Quieto salut l'imperatore.

Traiano sorrise. Forse finalmente il popolo gli aveva davvero perdonato il fatto di non essere romano e non gli importava pi la sua origina ispanica, o forse gli erano solo grati per il suo pi che generoso congiarium, una donazione di cinquecento denari per ogni persona censita a Roma e con piena cittadinanza. Si trattava del congiarium pi generoso donato da qualunque altro imperatore fino a quel momento. Molti potevano pensare che si trattasse di uno spreco del denaro ottenuto in Dacia, ma lui era sicuro che l'apprezzamento del popolo gli avrebbe permesso di muoversi con maggiore libert in futuro, senza che i senatori potessero porre altre limitazioni ai suoi piani. Perch s, aveva dei piani, tanto grandi quanto...

In quel momento per gli schiavi cominciarono a dipingergli la faccia di rosso, il colore degli immortali, e il fastidio della pittura che gli gocciolava sulle palpebre lo obblig a chiudere gli occhi e a smettere di pensare al futuro per un istante.

Mi dispiace, augusto disse lo schiavo impaurito.

Continua, continua mormor l'imperatore. Hanno portato questa tinta di minio dal fiume Minium1, nel Nord della Hispania, esclusivamente per questo trionfo, quindi non sprechiamola, schiavo. Bisogna farlo e si far. Continu a parlare con Quieto mentre i servitori gli stendevano bene la tinta rossa su tutto il viso. Lusio, voglio che tu venga dietro di me, accanto ad Adriano, Nigrino, Celso, Palma, Sura e gli altri.

Quieto si sorprese di quell'ordine del Cesare. Esit un attimo, ma infine mise in parole ci che lo disturbava in quella proposta o forse... in quell'ordine imperiale.

Stare proprio dietro al Cesare potrebbe essere male interpretato dal popolo, dal senato, dalla famiglia dell'imperatore, da tutti, augusto. Quello  un posto riservato ai figli dell'imperator.

Traiano, disteso su un triclinium mentre gli schiavi continuavano a lavorare con la tinta rossa, gli rispose con gli occhi chiusi. Sai che non ho figli.

Ma c' Adriano...

Traiano apr gli occhi, allontan con le braccia gli schiavi e si alz.  sufficiente.

I servitori abbandonarono la tinta su un piccolo tavolino vicino al triclinium e presero la tunica palmata e una toga picta. Prima aiutarono il Cesare a indossare la tunica, con molta attenzione perch non si macchiasse, e lo stesso fecero con la toga, che, come sempre, richiedeva pi tempo e pi impegno.

Non credi che ci abbia gi riflettuto? So che tutti ritengono Adriano il mio possibile successore, ma forse sarebbe ora di mostrare al popolo di Roma, ai senatori e alla mia stessa famiglia, che io ho altre alternative in mente. Hai forse... paura?

Paura... no. Questa non  la parola giusta, augusto. Sono sopraffatto. Sopraffatto da tanta fiducia e tanta responsabilit. Non sono nemmeno nato a Roma.

Nemmeno io replic Traiano in tono secco ma voglio che ti senta sicuro prima di procedere con i miei piani. Ho bisogno che tu sia determinato. Al momento desidero che tu stia, insieme ad Adriano, dietro di me. Forse hai ragione e metterti davanti sarebbe eccessivo. Voglio che tu vada con lui, e dietro di voi, nel trionfo, seguiranno Celso, Nigrino, Palma, Sura, Laberio Massimo e gli altri ufficiali di alto rango che si sono distinti durante la campagna militare. Ma specialmente quelli che ho appena menzionato. Ci sarebbe dovuto essere anche Tettio Giuliano, ma ha declinato il posto che Roma gli ha offerto e, in fondo, ci ha fatto un favore perch  un bene per noi avere qualcuno con tanto coraggio e lealt nella Dacia appena conquistata. Con lui l, so che potremo permetterci di dedicarci ad altri progetti. Avete finito ora? domand un po' irritato agli schiavi, che sembravano non essere mai soddisfatti del modo in cui cadevano alcuni degli orli della toga picta.

S, augusto, s, certamente, Cesare. E scomparvero come per incanto. Sapevano quando la pazienza dell'imperatore si stava esaurendo e per prudenza non avevano mai voluto verificare cosa poteva accadere se l'imperatore s'innervosiva troppo.

I due uomini si ritrovarono soli nella tenda del praetorium. Traiano si avvicin a Lusio Quieto che, ancora preoccupato per le implicazioni di ci che il Cesare gli aveva appena riferito, passeggiava da un lato all'altro guardando a terra.

Vieni qui gli disse l'imperatore, e lo prese per il braccio, quasi come si prende un bambino per aiutarlo a fare qualcosa per la quale non si sente ancora capace. Voglio che tu veda questo.

Sollev delicatamente una tela di seta portata da Xeres2, che ricopriva alcuni testi scritti su vecchi papiri.

S, voglio che tu veda questo continu.  il momento. Devi dirmi che ne pensi. Devi dirmi se credi che possiamo farlo.

Quieto esamin i testi con attenzione. C'erano molti commenti e annotazioni, cifre che lui subito riconobbe come movimenti di truppe dai numeri che identificavano le legioni e le vexillationes che era necessario muovere. Anche se alcuni nomi delle unit non sembravano essere attuali o erano nomenclature che non si usavano pi da molti anni, l'essenza del piano era chiara.

L'imperatore crede veramente che si possa fare questo? domand con stupore, incredulit e ammirazione.

Io s, lo credo, e anche lui lo pensava; la questione  se tu credi che sia possibile, perch si tratta di un progetto molto ambizioso per il quale sono necessarie due vite. Una sola non sar sufficiente. Io posso iniziarlo, ma sono gi abbastanza anziano e temo di non riuscire a terminarlo, ma so che avendo qualcuno al mio fianco che crede nel progetto, Lusio, se tu mi dici che ci credi, allora lo faremo. Noi due insieme, capisci? Noi due.

Ci sar chi si opporr in senato.

Sempre meno. Oggi Roma godr di un trionfo come mai si  visto prima, e il popolo godr di corse di quadrighe e lotte di gladiatori per mesi, anni se necessario. E noi potremo fare ci che nessuno ha osato fare per secoli. Da Alessandro Magno. Solo colui che scrisse questi papiri pens che si potesse fare, cos come tracci un altro piano per conquistare la Dacia, Lusio. Il piano che abbiamo eseguito con successo.

Alla fine, Lusio formul la domanda che gli premeva fare. Chi  l'autore di questi papiri?

Augusto li nascose anni fa e Svetonio, il procurator bibliothecae augusti, li trov nella Porticus Octaviae e me li consegn. Portai con me i papiri che avevano a che vedere con l'attacco in Dacia nella guerra di questi anni, ma lasciai il resto, quelli che vedi ora sul tavolo, quelli sul piano pi ambizioso, nel santuario di Opi, custodito da una vestale. Solo io, tu e il bibliotecario ne siamo a conoscenza. Svetonio  un uomo discreto. E ora ho bisogno che tu sia un uomo coraggioso. Chi progett il piano esposto nei papiri? E Traiano fece una breve pausa. Fu il divino Giulio Cesare. Lui pensava che fosse possibile. Noi abbiamo dimostrato che con la Dacia non si sbagliava, anche se ci sono volute due spedizioni e non una, e io credo che con quest'altro piano potremmo ottenere lo stesso risultato. Nelle mie vene temo di non avere le forze sufficienti per finirlo, per questo ho bisogno che tu sia al mio fianco, dal principio alla fine. Che cosa ne pensi, Lusio Quieto? Hai abbastanza fegato per seguirmi fino alla fine, per terminare ci che io avr cominciato?

Lusio Quieto rispose con padronanza di s, con convinzione, con lealt assoluta. Fino alla fine, Cesare, sar sempre con Marco Ulpio Traiano. Accada quel che accada, ma...

Dimmi, Lusio. Qualunque dubbio tu abbia, questo  il momento di esporlo.

Non  un dubbio, augusto.  solo che avremo bisogno di un motivo per iniziare qualcosa di tanto grande.

Ora Traiano sorrise. Non ti preoccupare, Lusio. Questo progetto interessa Roma militarmente ed economicamente. Il motivo verr fuori. Dobbiamo solo essere preparati per quando ci sar l'opportunit.

Lusio osservava quei piani attentamente. Saremo preparati, Cesare sentenzi infine il nordafricano. Lo saremo.

1. Il fiume Mio deve il suo nome proprio al fatto che i Romani estraevano da l il cinabro o minio rosso da cui ottenevano i pigmenti dello stesso colore.

2. Nome con cui i Romani si riferivano alla Cina.

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NUMERO DISPARI

Ludus Magnus, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora quinta

Tutte le celle del Ludus Magnus erano rimaste vuote, o almeno questo sembrava. Non si udiva nulla oltre il ronzio delle api che gironzolavano intorno ai resti del miele appiccicato alla superficie del tavolo su cui Trigesimo aveva annotato, su ognuno dei numera, le liste di accoppiamenti di gladiatori per i combattimenti che si sarebbero celebrati.

Il lanista usc dal Ludus Magnus pensieroso. Quello era il gran giorno del trionfo di Traiano e i giochi dei gladiatori in onore dell'imperatore vittorioso erano stati spostati al Circo Massimo, che poteva ospitare un pubblico pi numeroso. Inoltre, quella scelta evitava di infastidire il Cesare, perch prima si sarebbe celebrata la sua parata trionfale, poi ci sarebbero stati i sacrifici dovuti, e alla fine sarebbe tornato al Circo Massimo dove sarebbe rimasto per il resto della giornata a guardare le corse delle quadrighe in mattinata e le lotte dei gladiatori nel pomeriggio.

Anche se i combattimenti non avrebbero quindi avuto luogo prima del pomeriggio, Trigesimo aveva deciso di condurre i suoi lottatori negli edifici contigui alle stalle e ai carceres delle quadrighe, per averli gi pronti. Il trionfo di Traiano gli aveva dato una scusa eccellente per svuotare il Ludus Magnus. Se al suo ritorno, durante la notte, l'Anfiteatro Flavio si fosse trovato finalmente libero dalle minacce del maledetto bestiarius o se, al contrario, com'era probabile, fosse stato trovato il cadavere fatto a pezzi di un gladiatore, era qualcosa che avrebbe verificato al momento.

Ora le celle erano tutte vuote.

Tutte tranne una.

I gladiatori del collegio erano in numero dispari.

Uno di loro non avrebbe combattuto in quella memorabile giornata.

Trigesimo decise che sarebbe stato colui che chiamavano Senex.

Marzio si alz lentamente. Aveva dormito male a causa del disgustoso odore di cadavere, ma non c'era stata scelta. Trigesimo aveva detto che lasciare quei pezzi di carne nascosti in un altro luogo avrebbe attirato l'attenzione, e sicuramente il lanista non aveva torto.

Il vecchio gladiatore si sedette sul bordo del giaciglio di paglia secca. Si alz. Si gir, si chin ed estrasse un grande fagotto da sotto il letto. Era una specie di tunica grigia piena di macchie di sangue. Srotol il macabro involto e scopr le due braccia umane che aveva richiesto al lanista e la spada. Prese l'arma e la ripul come pot con un angolo della stessa tunica grigia che aveva contenuto i resti. Prese anche un coltello da caccia che teneva nascosto tra la paglia del suo letto e se lo mise alla vita. Qualunque ferro affilato sarebbe stato utile quel giorno.

Torn a sedersi sul bordo del giaciglio e brand la spada fendendo l'aria con un paio di rapidi movimenti. Aveva una buona tempra e non era troppo pesante. Guard a terra. Avvicin la lama della spada a una delle braccia amputate, proprio nella parte finale, dove l'arto era stato staccato dal corpo, e affond la punta dell'arma. La spada era affilata.

Bene disse nella solitudine della sua cella.

Le braccia, inoltre, erano complete delle mani, con tutte le dita, esattamente come lui aveva richiesto. E anche il cuoco gli aveva portato ci che desiderava. Era pronto. Termin rapidamente i preparativi e si alz. Si avvicin alla porta della cella e la spinse piano. Questa, con un cigolio acuto causato dalla ruggine del tempo, gli conferm che non era chiusa e si apr poco a poco.

Con la spada in mano e le braccia amputate avvolte nuovamente nella tunica grigia e sporca, Marzio s'incammin, attraversando in silenzio l'arena deserta del collegio. Cammin fino a fermarsi sul lato opposto, dove, su una parete, erano appese le spade di legno e le lance per gli allenamenti. Prese due giavellotti. Apr di nuovo il fagotto, estrasse una delle braccia e vi conficc una delle lance fino alla mano, in modo che la punta del giavellotto non sporgesse dall'altra estremit. Ripet l'operazione con la seconda lancia. Quando fu soddisfatto, raccolse la sua spada con la mano destra e le due lance, trasformate ora in due cupe mani umane morte, con l'altra. E, cos equipaggiato, una spada e un coltello, si mise in marcia in direzione del cunicolo d'accesso al grande Anfiteatro Flavio.

Per via del trionfo di Traiano la guardia pretoriana del Ludus Magnus era ridotta al minimo. Era sufficiente che le guardie imperiali necessarie fossero distribuite davanti agli accessi esterni del complesso perch nessuno potesse entrare o uscire da l. Ci che sarebbe accaduto quel giorno all'interno dell'anfiteatro non era importante. Per nessuno. Inoltre i pretoriani erano stati richiesti da Liviano affinch si posizionassero ai lati del percorso trionfale dell'imperatore per controllare la folla che riempiva gi tutte le grandi strade di Roma. S, ci che sarebbe accaduto quel giorno all'interno dell'anfiteatro non importava a nessuno.

Marzio camminava lentamente.

Lui era nessuno.

Qualcuno un giorno gli aveva raccontato la storia di un tale Ulisse che ingann un ciclope dicendogli che si chiamava Nessuno. Quando Ulisse lo accec, il mostro grid che Nessuno lo attaccava, che Nessuno lo aveva accecato; di conseguenza, nessuno venne in suo soccorso e Ulisse e i suoi riuscirono a scappare. O qualcosa di simile. Quella mattina lui si sentiva come l'Ulisse di quella storia, con la differenza che era solo.

Si ferm all'entrata del santuario di Nemesi. Lasci le sue macabre lance sulla porta ed entr nel piccolo tempio sotterraneo. Preg la dea con fervore, in quella che riteneva essere forse l'ultima preghiera della sua vita.

Si sentiva vecchio. E stanco. E aveva avuto incubi per tutta la notte. Li aveva attribuiti al cattivo odore delle braccia umane sotto il letto, ma da quella mattina nutriva un brutto presentimento.

Usc dal santuario di Nemesi, raccolse le lance all'interno delle braccia e, brandendo la spada, entr nella galleria pi oscura che si apriva lateralmente e che conduceva al cuore dell'ipogeo: il regno dei corridoi nascosti di Carpoforo.

All'improvviso, come un lampo, ebbe il pi orribile dei pensieri: e se il brutto presentimento di quella mattina non fosse stato per lui ma per Alana e Tamura?

64

LA PATTUGLIA

Nord della Dacia
26 giugno del 107 d.C., hora quinta

Erano andate a caccia, come tante altre volte. Alana comandava un gruppo di tre donne e una bambina. La piccola era Tamura.

Gli uomini erano occupati nella costruzione di una fortificazione che li proteggesse dagli attacchi romani. Si trovavano molto pi a nord di dove avevano vissuto fino a quel momento, ma la sconfitta di Decebalo li aveva obbligati a spostarsi fin l per trovare un po' di tranquillit. In teoria esisteva un accordo di pace tra Sarmati e Romani, ma, in realt, se dei legionari incontravano dei Sarmati li attaccavano sempre e, a dirla tutta, succedeva lo stesso al contrario. L'unico modo per evitare il conflitto era allontanarsi. Purtroppo, la cacciagione migliore si trovava pi a sud. Per questo Alana, nel tentativo di ritornare con un buon bottino per tutti, si era incamminata in quella direzione. Forse troppo.

Nel frattempo, una pattuglia di cavalieri romani si era perduta, sbagliando strada durante il ritorno alla fortificazione di Apulum, una delle nuove citt che i Romani stavano costruendo a nord del Danubio, ed era andata troppo oltre, in direzione del territorio sarmatico. Gli incidenti accadono cos: non per un solo errore, bens per pi errori da parte di pi persone che finiscono per trovarsi nel medesimo luogo contemporaneamente.

Non appena i cavalieri romani videro le sarmate subito pensarono a un'imboscata, ma quando il decurione al comando not il volto terrorizzato delle donne comprese che erano sole. Allora rise. S, si erano persi, ma almeno si sarebbero divertiti. Poi avrebbero pensato a cercare la strada di ritorno.

Se le prendete vive potete farci ci che volete disse l'ufficiale. Dopodich, se saranno ancora in vita, le consegneremo come schiave. Questo calmer l'animo del nostro praefectus castrorum, cos non ci castigher per il ritardo.

Tutti annuirono aizzando i cavalli. La caccia era cominciata.

Alana sapeva di aver commesso un grave errore nell'addentrarsi cos a sud, ma non intendeva commetterne un secondo.

Corri, corri! grid guardando sua figlia. Per Bendis, corri!

La piccola era in grado di cacciare animali ma non di affrontare un gruppo di cavalieri romani armati che, inoltre, le superavano in numero. Tamura guard sua madre e rimase immobile, pietrificata. Aveva gi perduto il padre e per nulla al mondo si sarebbe separata dalla madre. Ma Alana la guard con rabbia per la sua disobbedienza, quasi con odio.

Corri, imbecille, corri! le grid con tanta furia che Tamura sent il cuore spezzarsi, ma finalmente le diede ascolto e cominci a correre in direzione del sottobosco.

Alana si volt allora per affrontare il nemico. Vide che le sue coraggiose compagne facevano lo stesso. I cavalieri romani stavano per lanciarsi contro di loro. Erano una trentina. Non avevano nessuna possibilit, sarebbero morte. Ma se resistevano, anche solo per poco, avrebbero dato tempo alla bambina di nascondersi. Erano tre madri. Due di loro avevano visto morire di fame i propri figli per colpa dei Romani. La terza era Alana. Le donne sguainarono le spade.

Il cavaliere che si stava dirigendo verso Alana rideva e puntava la giovane sarmata con l'estremit del suo lungo pilum. Proprio all'ultimo momento per lei si spost di lato. Il cavaliere romano, inesperto, non avendo appoggio e non trovando l'opposizione fisica del corpo della donna che pensava prima di ferire e poi di violentare, perse l'equilibrio e cadde da cavallo rompendosi diverse ossa. Alana lo fin tanto velocemente che fu quasi una misericordia rispetto a ci che i Romani pensavano di fare con loro. Tuttavia si accorse che una delle sue compagne era stata ferita e che diversi cavalieri erano smontati da cavallo per iniziare a fare con lei tutto ci che i Romani facevano quando prendevano una donna barbara che disprezzavano. Era il momento di fuggire, ma pi restavano l, a lottare o a subire violenza, pi tempo avrebbe avuto la bambina per scappare.

Alana si ritrov quasi completamente circondata da una decina di cavalieri. Il semicerchio di uomini a cavallo si avvicinava sempre pi, mentre lei retrocedeva senza guardarsi indietro. Se fosse inciampata sarebbe stata la fine, ma non poteva permettersi di distogliere lo sguardo da loro, nemmeno per un istante.

Si trovavano in una radura del bosco, sulla cima di un'area montuosa che conosceva bene, e Tamura, malgrado tutto, aveva ancora una speranza. Non si trattava solo di salvarsi ma di morire pura: quei miserabili non dovevano trovarla.

Aaah! grid la sua amica, quella che stava combattendo. L'avevano ferita mortalmente alla schiena. Per lo meno, quando l'avrebbero violentata sarebbe stata gi morta. Aveva avuto pi fortuna della prima, che Alana non riusciva pi a sentire, perch sicuramente l'avevano fatta tacere a forza di pugni.

Alana continu a indietreggiare. Sapeva perch non la circondavano del tutto. Perch alle sue spalle c'era un precipizio.

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IL TRIONFO DI TRAIANO

Roma
26 giugno del 107 d.C., dalla hora tertia alla hora quinta

Traiano usc dalla tenda del praetorium seguito da Quieto. Aulo salut l'imperatore e gli consegn un piccolo papiro sigillato.

Ave, Cesare. Aspettano una risposta. Questo mi ha riferito il pretoriano che lo ha portato.

L'imperatore prese il papiro e lo apr mentre gli schiavi finivano di aggiustargli la toga picta prima che salisse sulla grande quadriga che lo avrebbe condotto per tutte le strade di Roma in festa. La citt aspettava di acclamare il suo imperatore.

Traiano lesse la nota con attenzione. Era di Menenia. Impieg del tempo. Non era un messaggio breve. La sacerdotessa faceva due richieste e anche una confessione.

Tutti mantennero il silenzio, rispettando l'intensit con la quale il Cesare leggeva quelle parole scritte.

Traiano fin di leggere il messaggio, ma lo rilesse con attenzione una seconda volta, come se volesse memorizzare ogni parola. Alla fine, Aulo e Quieto videro che l'imperatore accartocciava il papiro nella sua mano destra con una rabbia incontenibile che ricord loro l'ira con cui aveva cominciato la seconda guerra contro Decebalo. Poi di colpo il volto del Cesare cambi, e rispose serenamente ad Aulo.

Di' alla vestale che ha il mio permesso di fare tutto ci che mi chiede in questa nota. E poi aggiunse una domanda: Colui che ha portato questo messaggio  un uomo di fiducia?.

S, Cesare. Uno dei miei pi leali rispose Aulo con sicurezza.

Bene, bene rispose Traiano, e gli consegn il papiro accartocciato. Brucialo.

Aulo annu ed entr nel praetorium per compiere subito l'ordine con l'aiuto di una della lucerne ancora accese nella tenda militare. Quando usc, il Cesare era gi salito sulla quadriga e il corteo della vittoria stava cominciando la sua lenta sfilata in direzione della porta trionfale di Roma.

Roma era adornata come non mai e le strade risplendevano, ricoperte di petali di fiori. Tutti i senatori della citt ricevettero il Cesare vicino alla porta e si unirono alla processione imperiale, oltrepassando per primi la porta del trionfo. Di seguito, venivano i bucinatores con i corni che annunciavano l'entrata del Cesare a Roma, seguiti dalle carrozze che trasportavano il bottino di guerra, un centinaio di buoi per il sacrificio a Giove, gli stendardi del nemico arreso, gli ostaggi di tutti i popoli sconfitti e, dietro a tutto questo, gli ufficiali; poi venivano i lictores dell'imperatore con le loro fasces adornate con l'alloro e, infine, oltre la soglia riservata solo ai vittoriosi di Roma, lo stesso imperatore, il quale, sulla sua magnifica quadriga con gli ornamenti dorati, celesti e purpurei, e con la sua lunga toga picta che brillava sotto il sole e il viso dipinto di rosso, salutava tutti.

Ma coloro che avessero avuto un po' d'intuito avrebbero percepito un'ombra di amarezza nei lineamenti di un uomo, di un imperatore, di un semidio che sarebbe dovuto essere ben pi gioioso quella mattina. Solamente Plinio, nell'intravedere un istante il volto del Cesare, percep qualcosa, ma, come sempre prudente, tacque. Avrebbe dovuto tacere anche su ci che Atello aveva scritto in quella nota? Forse non era il giorno giusto per svelarlo all'imperatore...

S, Traiano aggrottava la fronte e, allo stesso tempo, guardava da un lato all'altro della grande Via Triumphalis. Mentre la quadriga avanzava in direzione del Circo Flaminio, lui ripassava quasi parola per parola il messaggio di Menenia.

L'imperatore ha onorato la mia persona con la sua piena fiducia e sento vergogna nel rivolgermi al Cesare in una giornata tanto gioiosa per pregarlo che mi permetta di assentarmi; ma sono due i motivi - credo opportuni - che mi spingono a tale richiesta. Prima di tutto, insieme al trionfo avverranno le celebrazioni con le quadrighe e le lotte dei gladiatori, e nella corsa che dar inizio ai festeggiamenti correr Celer. Ho la sensazione che sia meglio che io non mi rechi al Circo Massimo oggi, per evitare altri mormorii su di me e l'auriga, a maggior ragione considerando che il Pontifex Maximus ha intenzione di propormi come Vestale Massima. Quindi la mia prima richiesta  che mi si dispensi dal partecipare alle celebrazioni e alle corse.

Entrarono nel Circo Flaminio, di capacit minore rispetto al Circo Massimo, ma che permetteva che vi si radunasse un numeroso pubblico, in modo che, tra coloro che erano seduti sulle gradinate di quel vecchio circo, la gente che si trovava nelle strade, e le 250.000 persone che aspettavano nel Circo Massimo, praticamente tutta Roma aveva la possibilit di vedere il corteo trionfale.

Dopo il seguito dei senatori e dei bucinatores sfilava quello che la gente pi desiderava vedere nel Circo Flaminio e in tutta la citt, perch erano mesi che non si parlava d'altro a Roma: enormi carri carichi d'oro e d'argento in quantit tali che mai si erano viste prima nell'Impero. Si trattava dell'immenso tesoro di Decebalo, esibito da Traiano per impressionare ancora di pi il popolo di Roma. Davanti a quelle ricchezze nessuno ricordava pi dove fosse nato il Cesare. Traiano era, ora, il loro imperatore, il pi forte, colui che pi temevano i nemici di Roma e colui che possedeva la pi grande ricchezza e le migliori celebrazioni. Cos'altro avrebbero potuto desiderare da un Cesare?

Dopo le grandi bestie da soma che trasportavano il tesoro dacico, attentamente sorvegliato dalla guardia pretoriana, venivano i buoi bianchi che dovevano essere sacrificati quella mattina nel tempio di Giove Capitolino come offerta personale del Cesare al dio supremo, che cos bene aveva protetto le legioni romane. Dietro i buoi sfilavano altri carri, sui quali erano messe in mostra centinaia, migliaia di armi strappate al nemico, migliaia di sicae e falces daciche che mai pi avrebbero tagliato un braccio o una gamba, di nessun legionario romano. E mille elmi di guerrieri dacichi caduti in combattimento, e catapulte confiscate nelle fortezze a nord del Danubio. Si sbandieravano anche numerose insegne con il balaur, il dragone simbolo dei Daci e dei Sarmati, stendardi che fino a pochi mesi prima si ergevano orgogliosi e sfilavano davanti alle cohortes romane, e che ora formavano parte del gigantesco bottino di guerra che Traiano esibiva davanti al suo popolo.

La comitiva comp un intero giro sulla pista del Circo Flaminio per poi uscire e passare accanto alla Porticus Octaviae e al teatro di Marcello, attraversare il Foro Boario e quindi salire in direzione del Campidoglio per raggiungere il grande tempio di Giove.

L, in un enorme bagno di sangue, si sacrificarono tutti i cento buoi bianchi o i tori che avessero delle macchie bianche sulla fronte. I victimarii dovettero lavorare senza riposo per quasi un'ora.

Aulo si avvicin al Cesare e gli pass una coppa d'oro con dell'acqua. Quel giorno l'imperatore avrebbe bevuto solo in bicchieri d'oro massiccio. Traiano bevve un sorso e sazi la propria sete.

E vino, Aulo, portami del vino disse il Cesare.

Il tribuno fu veloce nel soddisfare ci che l'imperatore domandava. Mentre portavano il liquore di Bacco, si ud un rimbombo nel tempio. Traiano sapeva perch, e per qualche istante pot allontanare dalla mente la lettera di Menenia.

Il vino, Augusto disse Aulo consegnandogli la coppa d'oro traboccante del miglior vino italico.

Quel giorno tutto era rosso, come il viso del Cesare, e dorato, come le ghirlande appese alle finestre, ai balconi e all'entrata di tutti i templi che erano stati aperti. Ma il rumore andava crescendo.

Lo stanno portando disse poi Aulo.

Bene annu Traiano.

Infatti, in quel preciso istante, entrarono nel tempio di Giove vari pretoriani con un teschio e delle ossa esibite in una specie di lettiga aperta: erano il teschio e le ossa del braccio destro di Decebalo che l'imperatore aveva portato in dono, dopo il sacrificio dei buoi, al grande dio Giove Capitolino. La gente avrebbe preferito vedere il re trascinarsi incatenato per le strade della citt, ma, in mancanza di ci, dovette accontentarsi di guardare le sue ossa umiliate davanti all'altare di Giove. Non importava. Presto sarebbero iniziate le corse delle quadrighe e i combattimenti dei gladiatori. Presto avrebbero avuto il sangue.

Traiano ordin allora che si riprendesse la marcia, e i senatori, la quadriga imperiale e il resto della sfilata trionfale discesero dal tempio di Giove fino a raggiungere il foro, attraversandolo tra gli applausi costanti. Infine, entrarono nel grande Circo Massimo di Roma.

L, tutto era un'enorme festa, e la gente non smetteva un solo istante di acclamarlo.

Traiano, Traiano, Traiano! Cesare, Cesare, Cesare!

L'imperatore salutava orgoglioso, ma la sua mente torn improvvisamente al messaggio di Menenia, che continuava a tartassarlo.

La mia seconda richiesta, che  collegata alla prima,  che l'imperatore, nella sua infinita generosit, anzich farmi assistere alle celebrazioni mi conceda il permesso di assentarmi dalla citt perch io possa visitare oggi stesso, quando tutti gli occhi di Roma saranno fissi sul Cesare e non sui miei movimenti, l'anziana imperatrice di Roma per una seconda volta nella mia vita. Ci con lo scopo di scoprire finalmente e definitivamente chi sono, cio chi  mio padre e, di conseguenza, quale sangue scorre nelle mie vene oltre a quello del divino Augusto. Perch se trovassi conferma del fatto che mio padre non  quell'attore temerario di cui mi parl il Pontifex Maximus, ma il terribile Domiziano, non credo che la dea Vesta vorrebbe che la figlia di quel sacrilego, che giustizi tante sacerdotesse durante il suo governo, venga nominata Vestale Massima. Mi risulta che l'imperatore rispetti gli dei sommamente e converr con me che l'informazione su chi sia mio padre - per quanto dolorosa possa essere nel caso in cui l'imperatrice mi confermasse essere Domiziano -, deve essere conosciuta prima che mi si nomini in via ufficiale come Vestale Massima di Roma. Mi piacerebbe anche, augusto, che il Pontifex Maximus permettesse, anche solo per un'unica volta e in via totalmente eccezionale, che la mia vera madre possa posare la sua mano sulla mia testa per benedirmi, un diritto del quale non ho potuto usufruire quando mi scelsero come vestale.

Traiano alz entrambe le braccia quando entr nel grande rettilineo del Circo Massimo e la quadriga trionfale si ferm; per alcuni momenti, tutto il corteo rimase immobile. Voleva che tutti potessero ammirare il carro decorato, i cavalli incoronati con l'alloro, come lui, e che si potesse vedere bene perfino la corona di alloro del tempio di Giove, fatta d'oro puro, che uno schiavo trasportava dietro al Cesare perch troppo pesante per poterla esibire in testa.

Avanti, per Giove! ordin.

Tutti ricominciarono la marcia: senatori, bucinatores, le carrozze con il tesoro di Decebalo, le bestie da soma con le armi nemiche confiscate, le catapulte catturate, gli ostaggi dacichi, sarmatici, rossolani, bastarni, buri e di altri popoli, tutti quelli che non si erano arresi a Traiano quando era cominciata la seconda guerra dacica. Li seguivano i lictores imperiali e lo stesso Cesare, dietro la cui quadriga camminavano fermi, orgogliosi e marziali, come avevano fatto durante tutta la parata, e in posizione privilegiata, Lusio Quieto e Adriano. Dietro di loro c'erano Celso, Palma, Nigrino, Sura e Laberio Massimo, cio i senatori e i legati di maggior fiducia dell'imperatore e coloro che pi avevano contribuito a quella vittoria. Come aveva detto Quieto, quella era la posizione riservata ai figli del Cesare, ma Traiano non aveva figli, anche se era vero che c'era una vestale che considerava come tale. Lei, senza volerlo, semplicemente perch era un suo dovere, gli aveva arrecato un grave danno quella mattina, con quel messaggio avvelenato di passato, di presente e di futuro. La verit, certamente, talvolta pu essere terribile. Ma lei non aveva alcuna colpa. Voleva solo confermare i suoi peggiori presentimenti, che aveva anche lui, Traiano, da molto tempo. S, la verit poteva fare male. E in base a quello che le avesse rivelato sua madre quella mattina, avrebbe potuto farle davvero molto male.

L'imperatore torn alla realt del momento, si volt indietro e guard Quieto con soddisfazione, ma subito il volto del Cesare torn freddo, quasi rabbioso, quando per un istante pos gli occhi sul viso di Adriano.

E infine, al di l del fatto che l'imperatore, nella sua saggezza, decida di concedermi o meno ci che ho appena richiesto, c' qualcosa che devo confessare al Pontifex Maximus. Qualcosa che ho nascosto nel luogo pi profondo della mia anima per anni, ma che, dopo l'ultima conversazione con il Cesare, ho capito di dover raccontare, poich, come ha detto bene l'imperatore quella notte, il tempo delle menzogne e della paura deve finire, e ora  giunto, con questo grande trionfo, il tempo delle verit.

Dopo Quieto e Adriano e il resto dei legati preferiti di Traiano venivano cento legionari, in rappresentanza delle sette legioni che avevano partecipato attivamente alla guerra, ogni coorte preceduta dal suo stendardo portato da un signifer, se possibile ancora pi orgoglioso dello stesso imperatore. I legionari sfilavano disarmati, vestiti con toghe immacolate che il Cesare aveva commissionato a centinaia, a migliaia, per quell'occasione, e tutti gridavano: Io triumphe! Io triumphe! [Vittoria! Vittoria!].

Chiunque poteva pensare che tutti avrebbero cantato solo lodi per il Cesare, ma non era cos, perch in quel giorno di celebrazione i legionari che sfilavano avevano il permesso non solo di dichiarare le virt ma anche i difetti del Cesare; avevano anche la possibilit di farsi beffe di lui o di fare battute di ogni tipo senza che potesse accadere loro nulla di male: avevano lottato con bravura e onore, e avevano seguito l'imperatore fino alla fine del mondo. Se volevano deriderlo, quel giorno potevano farlo. E dunque le burle correvano da una coorte all'altra, tra i sorrisi e le risate; il pubblico udiva come tutti si beffavano del re Decebalo e insinuavano indirettamente, ma anche pi esplicitamente, nelle loro canzoni, ci che l'imperatore aveva fatto al re dacico prima di dargli la morte, tenendo conto che tutti conoscevano le preferenze sessuali del Cesare. Non importava che fosse una menzogna. Il giorno del trionfo tutto era permesso a quegli uomini: avevano assaltato mura inespugnabili, costruito terrapieni in luoghi inaccessibili, lottato contro i terribili nemici dei paesi che si opponevano al potere di Roma e che avevano messo in pericolo la sicurezza dei confini dell'Impero. Traiano ne era contento, e tutto ci lo rilassava un poco dalla tensione che provava nel ricordare il messaggio di Menenia. Quelle canzoni volgari, grezze, rudi dei legionari gli ricordavano quando suo padre, anni addietro, gli spieg come all'epoca del divino Giulio Cesare gli uomini delle legioni si burlarono a squarciagola della mancanza di capelli del loro capo mentre sfilavano trionfanti il giorno in cui si celebrava la conquista della Gallia. Se Giulio Cesare aveva sopportato, divertendosi, quelle canzonature dei suoi legionari, anche lui poteva ben sopportare gli scherzi e le beffe dei suoi uomini. La cosa essenziale era la loro lealt e la loro disciplina. Oggi era giorno di festa.

Ben presto per il ricordo di suo padre che raccontava storie su Giulio Cesare and scomparendo e gli tornarono alla mente le parole della vestale.

Anni fa, poco prima di essere accusata di quel falso crimen incesti, una notte, stavo facendo ritorno da una visita al senatore Menenio e a sua moglie Cecilia (mi costa non chiamarli pi genitori, anche se nutro per loro lo stesso affetto che se lo fossero stati veramente). La mia lettiga si ferm e il lictor m'inform che qualcuno, in maniera sorprendente, e oserei dire sacrilega, m'impediva il passaggio. A me, una vestale.

La quadriga di Traiano si ferm di fronte al pulvinar del Circo Massimo e l'imperatore scese. Vari schiavi si preoccuparono che la toga picta coperta di stelle ricamate risplendesse in tutta la sua bellezza. L'imperatore, seguito da Adriano, Quieto e dal resto dei legati cominci una lunga salita sulla scalinata di legno che era stata eretta perch lui e i suoi uomini di maggiore fiducia potessero accedere al palco imperiale dall'arena della pista.

Naturalmente, non appena il proprietario della lettiga che bloccava il mio cammino seppe che ero una vestale, cedette il passo. Non potei evitare di affacciarmi un istante per osservare chi osasse muoversi per Roma credendo di non doversi fare da parte davanti a niente e a nessuno.

Traiano raggiunse il palco imperiale e l Plotina lo ricevette apparentemente emozionata.

Questo  un gran giorno per la sovranit di mio marito disse l'imperatrice salutandolo. Salve, e che gli dei ti riempiano di benedizioni, poich la tua stessa forza  una benedizione per Roma e una maledizione per i nostri nemici! Salve!

E tutti acclamarono l'imperatore, di nuovo, con l'esclamazione per eccellenza in quella giornata di felicit.

Io triumphe! Io triumphe!

Traiano sorrise con finta soddisfazione davanti alla calda accoglienza di sua moglie.

Intuii che dovevano essere dei potenti senatori o qualche altra persona di alto rango.

Ave, Pompea Plotina. , in effetti, un giorno felice per tutti rispose l'imperatore, e prese la mano che gli tendeva l'imperatrice per recarsi insieme a lei verso i troni imperiali riservati a loro nel centro del pulvinar.

La lettiga che mi trovai di fianco mentre la mia avanzava aveva le tendine chiuse, ma per un istante qualcuno le separ e riuscii a vedere, quasi per caso, le due persone che erano al suo interno.

Traiano non si sedette subito, ma salut prima tutti i membri della sua famiglia: sua sorella Marciana, poi sua nipote Matidia e le nipoti Rupilia Faustina, Matidia Minore e Vibia Sabina. Alla fine, si mise di fronte al trono e rest un poco in piedi ad ascoltare la plebe di Roma che lo acclamava senza sosta, con tono alto e costante.

Mi dispiace causare del dolore al Cesare, ma ricordo che due giorni fa l'imperatore mi disse che sentiva che gli dei mi avevano posto al suo fianco perch gli indicassi di chi doveva fidarsi e di chi no. E forse il Cesare ha ragione.

L'imperatore, finalmente, si sedette. Era il segnale perch la lunghissima sfilata trionfale ricominciasse sulla pista la sua parata, percorrendo l'intero spiazzo della pista del Circo Massimo.

Per anni non ho svelato i nomi delle due persone che viaggiavano insieme in quella lettiga, sotto il mantello dell'oscurit della notte per le strade di Roma, perch non volevo causare danno all'imperatore n immischiarmi in ci che ritenevo allora degli affari privati; ma oggi, alla luce di come mi considera il Pontifex Maximus, credo che sia mio dovere rivelargli che in quella lettiga c'erano il nipote del Cesare, Adriano, e...

Plotina, che si era seduta accanto al marito, si chin leggermente per potergli parlare all'orecchio. Questo giorno segner un prima e un dopo nel tuo governo di Roma.

...Pompea Plotina, l'attuale imperatrice di Roma.

Traiano rispose all'imperatrice senza guardarla, con gli occhi fissi sul Circo Massimo. Certamente, moglie mia, questo giorno segner un prima e un dopo a Roma.

Mi congedo augurando all'imperatore che oggi sia un giorno felice, in cui risplenda l'enorme potere del nostro Cesare, che tanto bene sa piegare i nemici di Roma in tutte le frontiere del nostro grande Impero.

Umilmente,

Menenia

Sacerdotessa di Vesta

Traiano continu a parlare, ora guardando la moglie. Che bello poter godere oggi di una corsa senza pi tutta la tensione causata da quell'orrendo processo contro la vestale Menenia.

S, molto meglio cos rispose Plotina percependo che le parole del marito nascondevano qualcosa che lei non riusciva a intendere, ma scelse di continuare a parlare come se nulla fosse. In effetti non vedo la vestale in questione nel palco delle sacerdotesse.

 indisposta rispose Traiano e le ho permesso di riposarsi nell'Atrium Vestae oggi.

L'imperatore  sempre infinitamente generoso con tutti.

S, ma anche la mia pazienza ha un limite continu Traiano, prendendo distrattamente un frutto secco che gli porgevano gli schiavi. Si port il frutto alla bocca osservando sua moglie, che, seduta saldamente sul trono, manteneva lo sguardo fisso sulla pista del Circo. L'imperatore parl di nuovo senza guardarla. S, la mia pazienza ha un limite. Guarda cosa  accaduto a Decebalo.

L'imperatrice sospir e sembr rilassarsi un poco.  chiaro che non  intelligente abusare della pazienza di Marco Ulpio Traiano disse poi e ancor meno sensato  provocare la sua ira.

Esatto. Vedo che, come sempre, moglie mia, ci intendiamo alla perfezione.

Plotina decise di non tirare la corda per quel giorno. Non era il momento. Riusciva a percepire una rabbia incontrollabile in suo marito, ed era meglio non continuare su quella strada. Invece, Traiano torn all'attacco.

A proposito, ho deciso che la vestale Menenia sar la nuova Vestale Massima.

Plotina prese allora vari frutti secchi e rispose come se la cosa non la toccasse affatto. Tu sei il Pontifex Maximus. Sei tu che decidi.

Mi sorprende la tua indifferenza. C' stato un tempo in cui, se non ricordo male, mi raccomandasti di ordinare la sua esecuzione. Mi pare sia avvenuto proprio qui, durante una corsa di quadrighe.

 possibile.  stato tanto tempo fa rispose Plotina calma, misurando bene ogni parola. Una donna sa quando  giudicata, e ci sono degli esami nella vita che conviene superare. Il senatore Plinio dimostr l'innocenza della vestale Menenia, e se tu ritieni la sacerdotessa adeguata per rimpiazzare Tullia, non ho nulla da obiettare. A proposito, ho notato due dettagli nella parata trionfale che hanno attirato la mia attenzione aggiunse abilmente per cambiare argomento.

Quali dettagli?

Hai collocato Quieto proprio dietro di te, accanto ad Adriano.

S.

Credi che sia prudente? Qualcuno potrebbe supporre che pensi a lui come a un possibile successore.

Lusio Quieto  stato fondamentale nella guerra contro i Daci argoment l'imperatore.

Pu essere, ma lo sono stati anche altri, come Laberio Massimo o Sura, o altri ancora, e a loro non hai offerto questo onore si oppose Plotina.

Cadde il silenzio tra i due. Il popolo, mentre aspettava ansiosamente la partenza delle quadrighe, continuava ad acclamare il suo Cesare.

E che ci sarebbe di male se considerassi Lusio Quieto come possibile successore?

Plotina deglut e rispose con calcolata serenit.  un nordafricano. Roma non  pronta per un imperatore nordafricano.

Be', almeno Lusio Quieto parla un latino pi istruito e con una pronuncia migliore di Adriano. Anche se lo fanno di nascosto, mi secca che molti si facciano beffe del modo di pronunciare il latino di mio nipote. In ogni caso, discutere su questo argomento  un po' prematuro, non credi? Ma hai detto che erano due i dettagli che avevano richiamato la tua attenzione durante la parata trionfale. Uno era la posizione di Quieto. Qual  l'altro?

Plotina concluse che era meglio non continuare con l'argomento sulla successione e, in effetti, Traiano era ancora forte e sano e non aveva molto senso discuterne ora. Tuttavia poteva accadere di tutto negli anni a venire.

Il secondo dettaglio che ha colpito la mia attenzione  stato l'assenza di Liviano alla parata disse l'imperatrice.  il tuo prefetto del pretorio e, anche se non era con te durante la seconda campagna militare, ha partecipato alla prima. Inoltre si  comportato con grande lealt in questi mesi mentre eri al Nord. Ha vigilato sulla sicurezza di tutti a Roma, e in modo molto efficace.

Lo so rispose Traiano. Liviano non  lontano perch non lo apprezzo, nemmeno per sogno. Gli ho assegnato una missione straordinaria. E not sua moglie voltare la testa e guardarlo dritto in faccia.

Quale missione?

Custodire uno straniero. Un invitato speciale arrivato da lontano che ha viaggiato migliaia di miglia per arrivare qui oggi e presenziare al mio trionfo. Gli ho chiesto di vigilare sulla sua sicurezza.

Un ambasciatore?

S conferm l'imperatore. Qualcuno al quale non voglio che accada nulla di male. Liviano ha compreso la grande fiducia che ripongo in lui avendogli affidato questo compito.

Capisco rispose l'imperatrice. Anche se era molto curiosa di sapere chi fosse quello straniero, ritenne pi opportuno non indagare oltre. Il tono freddo di suo marito non invitava a continuare quella conversazione.

Entrambi mantennero il silenzio mentre salutavano, molto sorridenti, il popolo di Roma.

Traiano e Plotina.

Seduti tanto vicini e, allo stesso tempo, cos lontani.

66

IL SORTEGGIO

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora quinta

La parata del corteo trionfale era terminata e l'imperatore aveva dato ordini precisi che la corsa iniziasse non appena la pista fosse rimasta vuota. Il Cesare non voleva che accadesse come durante il trionfo di Vespasiano, quando tutto era stato troppo lungo e lento, e alla fine perfino lo stesso imperatore si era annoiato.

Cos, nelle stalle del Circo Massimo si erano gi riuniti tutti gli aurighi delle quattro corporazioni, tre per ognuna, come era tradizione negli ultimi anni, fino a raggiungere un totale di dodici aurighi in gara.

Uno dei giudici prese il recipiente che conteneva i numeri dei carceres perch ciascun auriga estraesse la propria posizione di partenza, ma subito Celer strapp il recipiente dalle mani del giudice e lo gett a terra.

Per Giove! esclam l'arbitro inferocito, ma Celer non si turb minimamente. Lo avevano gi processato due volte chiedendo la pena di morte e per due volte Acleo aveva testimoniato contro di lui. Poteva essere che alla fine di quella corsa morisse o tornassero a processarlo, ma questa volta, per lo meno, non sarebbe stato affatto innocente.

Guardate le asticelle e assicuratevi che ci siano dodici numeri! grid agli aurigatores della sua squadra, indicando i resti del recipiente rotto.

Questi, velocemente, raccolsero le dodici asticelle e verificarono che c'erano i dodici numeri.

Questo  un oltraggio! insistette il giudice, ma Celer gli si avvicin e gli parl a un centimetro dalla faccia.

Questa  una corsa al Circo Massimo in cui il sorteggio, per una volta, per una sola volta, dovr essere trasparente. E si volt rapidamente verso i suoi aurigatores. Mostrate i dodici numeri a quelli delle altre squadre e che portino un altro recipiente. E verificate che sia vuoto prima di metterci dentro le asticelle.

Acleo stava per intervenire, ma vide che gli aurighi dei Bianchi e dei Verdi annuivano, come se ci che proponeva Celer, anche se faceva parte di un'altra corporazione, fosse una buona idea. Di fatto, di solito erano gli Azzurri quelli che venivano beneficiati dalle mance ai giudici in quasi tutte le corse, quindi era logico che un po' pi di equit fosse gradita anche agli altri avversari.

Acleo fece un gesto a uno degli aurigatores perch andasse anche lui a verificare che tutto fosse corretto.

Compiute le verifiche del caso, gli aurigatores dei Rossi, accompagnati dagli assistenti della scuderia delle altre tre corporazioni, consegnarono il nuovo recipiente al giudice.

Questo non rester senza penalizzazione... inizi a dire l'arbitro mentre prendeva in mano il nuovo recipiente, ma si accorse che lo sguardo di Celer conteneva tanto odio e tanta rabbia che concluse fosse meglio non aggiungere altro. Forse, una volta per tutte, lo stesso Circo Massimo l'avrebbe fatta finita con quell'auriga presuntuoso. In fin dei conti la maggior parte di loro finiva per sfracellarsi durante uno dei giri mortali nella grande pista.

L'ordine di estrazione, in accordo con il numero delle vittorie delle ultime corse, sar: prima i Rossi, poi gli Azzurri, seguiranno i Verdi e per ultimi i Bianchi precis l'altro giudice che si manteneva pi pacifico.

Come migliore auriga della sua corporazione, Celer fu il primo a prendere l'asticella.

Il VII disse lui guardandola prima di consegnarla al giudice. Non era n la migliore n la peggiore posizione di partenza. Restava da vedere se Acleo avrebbe avuto pi o meno fortuna, ora che il sorteggio era leale.

Poi misero la mano nel recipiente gli altri due aurighi dei Rossi.

Il II e il XII dissero loro, imitando Celer e guardando l'asticella prima di consegnarla al giudice. I Rossi erano ripartiti per tutto il perimetro di partenza: il secondo di loro nel II, una buona posizione, Celer al centro e il terzo all'estremit peggiore, nel carcer XII. Cos separati gli uni dagli altri non avrebbero potuto fare un'uscita come squadra. Ognuno doveva arrangiarsi come poteva dal carcer che gli avevano assegnato.

Acleo fece un passo avanti e introdusse la mano nel recipiente. Si era accordato con i giudici che la numero I avesse un'estremit ruvida e la stava cercava avidamente. Ma, o non la trovava o, sicuramente, gli aurigatores dei Rossi, seguendo le istruzioni di Celer, avevano cambiato tutte le asticelle quando avevano sostituito il recipiente. Un trucco astuto di quei miserabili.

La corsa  oggi disse Celer sorridendo, perch immaginava ci che stava succedendo, come molti altri dei presenti.

Tutti i ragazzi della squadra dei Rossi, gli armentarii, gli sparsores e i conditores, e anche molti dei Verdi e dei Bianchi, non poterono evitare di mettersi a ridere.

Acleo strinse i denti mentre la sua faccia diventava rossa, ma trattenne la rabbia ed estrasse un'asticella, per una maledetta volta, a caso.

IX disse senza nascondere la delusione, e la consegn a un giudice che sapeva di aver perso molto denaro quella mattina.

Poi continuarono gli altri due Azzurri, estraendo rispettivamente i numeri I e IV. Se Celer avesse avuto intenzione di vincere, quelle sarebbero state brutte notizie, ma a lui non importava che i due Azzurri fossero stati fortunati nel sorteggio. A lui interessava solo che Acleo fosse in una posizione peggiore della sua e che, di conseguenza, lui, Celer, sarebbe partito avvantaggiato. Doveva solo aspettarlo. Solo questo.

Il resto dei corridori continu a estrarre altre asticelle e ai Verdi arrivarono i carceres III per il primo della squadra, XI per il secondo e X per il terzo; mentre ai Bianchi furono assegnati i numeri VIII per il primo auriga, VI per il secondo e infine V per il terzo. Le posizioni di partenza erano decise.

Posizioni di partenza

Ai carceres! esclam un altro giudice che era appena entrato nelle scuderie. Ai carceres! La parata trionfale  terminata! Inizia la corsa!

67

LE GRIDA

Sotterranei dell'Anfiteatro Flavio, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Marzio camminava lentamente ma non per questo meno deciso. La prudenza non  codardia. Mentre la fretta  audacia imprudente. Lui aveva imparato a capire certe differenze.

Continu a scendere. C'era appena un poco di luce perch la distanza tra una torcia e l'altra si faceva via via maggiore. In base a quanto aveva percorso calcol di trovarsi al centro della grande arena dell'Anfiteatro Flavio, per sottoterra. E c'era molta umidit. Il fetore di feci e rifiuti e di qualcos'altro di disgustoso gli bruciava le narici. Le cloaculae di Roma erano vicine, forse la stessa Cloaca Massima. Marzio non avrebbe mai voluto tornare in quel labirinto di cunicoli fetidi. Non aveva dei bei ricordi. Il passaggio, infine, svolt, e lui si allontan dai cattivi odori delle fogne. Fu allora che cominci a sentire le grida strazianti.

In principio le confuse con gli ululati o i ruggiti di qualche fiera non identificabile, ma presto si rese conto che si trattava di urla femminili. Si poteva perfino riuscire a capire qualche parola.

Nooo! Nooo! E poi il colpo di una frusta.

Si fece silenzio per un istante, per subito le grida ripresero. Quella donna stava soffrendo brutalmente. Il gladiatore deglut. S, stava raggiungendo il regno di Carpoforo. Ci che stava accadendo l non era lo stupro di una donna. Doveva essere qualcosa di molto peggio, ma Marzio non voleva distrarsi dal suo obiettivo e continu ad avanzare. Era disceso fin l per salvare nessun'altro che non fosse lui stesso e il suo futuro con Alana e Tamura. Stavano bene? Che ne era stato di loro? Se si erano spostate nel Nord, lontano dai Romani, insieme agli altri Sarmati, probabilmente stavano bene, ma non dovevano avvicinarsi alle zone controllate dai Romani. Sarebbe stato un errore.

Marzo rest immobile.

Aveva la sensazione di essere osservato, ed era una sensazione decisamente sgradevole.

Gir la testa, coperta dal suo elmo da mirmillone, molto lentamente alla sua destra.

Prima ud un ruggito poderoso. Poi vide il leone.

68

LA PARTENZA

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Nei carceres

Prima di salire sulla quadriga, si avvicin ai suoi cavalli e li abbracci uno a uno sussurrando loro all'orecchio. Infine arriv il turno di Niger.

Oggi staremo dietro ad Acleo, ragazzo gli disse in un mormorio udibile solamente dal cavallo. Oggi dobbiamo farla finita con quel maledetto auriga degli Azzurri e conto su di te. Lo chiuderemo in tutti i giri che potremo. Stiamogli dietro, amico mio. Oggi  il nostro giorno.

E si separ dall'animale che scalpitava e raspava per terra con gli zoccoli, nervoso, ansioso che si aprissero le porte per poter uscire e cominciare a correre come una furia.

Celer sal sulla quadriga. Rapidamente gli legarono le redini in vita, gli diedero un coltello, che infil nella cintura, e gli consegnarono una frusta. Era pronto.

Stanno per dare il segnale di partenza! url uno degli aurigatores.

E in quello stesso momento si aprirono le porte del carcer numero VII e delle altre postazioni.

Andiamo! grid Celer, e tutto il suo corpo lanci la forte frustata di partenza della quadriga, che usc spinta dalla forza senza controllo di Orynx, Tigris, Raptore e Niger.

Sul palco

Traiano rimase attento alla partenza, ma poi chiam Aulo con un gesto.

 arrivato Liviano con quell'uomo?

S, Cesare, mi hanno comunicato che si trovano all'entrata del Circo.

Molto bene. Fallo accomodare sul palco e intanto chiama Dione Cocceiano. Finalmente saranno utili i servizi del nostro vecchio filosofo, oltre alle sue riflessioni.

Aulo si port il pugno al petto, s'incammin verso l'uscita del pulvinar, ma si ferm quando fu di fronte a Dione Cocceiano. L'imperatore vuole parlare con te.

Senza aspettare la risposta dell'anziano, il tribuno pretoriano continu il suo cammino alla ricerca dell'uomo che interessava tanto a Traiano quella mattina, cos tanto che lo aveva messo sotto la custodia del prefetto del pretorio.

Nell'arena

I carceres I, II e III erano, senza alcun dubbio, i migliori per qualsiasi partenza, ma proprio per questo motivo, perch coloro che li ottenevano sapevano di doverne approfittare a ogni costo, quell'apparente vantaggio finiva frequentemente col significare la loro fine. Il fatto era che tanto l'auriga degli Azzurri nella postazione I, che quello dei Rossi nella postazione II, e quello dei Verdi nel carcer III tentarono di ottenere contemporaneamente la prima posizione. Si avvicinarono troppo gli uni agli altri e nessuno voleva cedere in quella lotta fatale. I carri sbatterono tra loro e la ruota di quello degli Azzurri si ruppe toccando il carro dei Rossi in postazione II. L'asse si spezz e la quadriga si rovesci, cominciando a rotolare ancora trascinata da alcuni cavalli che, presto, persero l'equilibrio e caddero in un groviglio di ossa e nitriti bestiali. L'Azzurro e il Rosso si sfracellarono irrimediabilmente ancor prima di raggiungere l'inizio del rettilineo. Il conducente dei Verdi tent di evitare l'incidente, ma aveva un avversario degli Azzurri dall'altro lato. Esit, indeciso se portare i suoi cavalli da un lato o dall'altro, e una parte dei ferri del carro dei Rossi che si era schiantato rimase incastrata nelle sue ruote, cos che anche la sua quadriga si catapult. Port la mano al coltello per tagliare le redini, ma fu tutto inutile e il suo corpo rimase intrappolato dalla corda: venne trascinato dai suoi cavalli per tutta la lunghezza dell'arena del Circo Massimo mentre il suo corpo si maciullava.

I giudici, tuttavia, considerarono la partenza valida: il terzo auriga degli Azzurri, partito dalla postazione IV, benefici della scomparsa degli avversari dei carceres I, II e III e si port in prima posizione all'entrata del rettilineo.

Celer, intanto, riusc ad avanzare di una posizione, superando la quadriga dei Bianchi, che era partita alla sua destra. Acleo fece lo stesso superando un altro auriga dei Bianchi e raggiunse la quinta posizione.

Posizioni in pista

Sul palco

Dione Cocceiano si avvicin al Cesare. Traiano si alz vedendolo, prese il vassoio della frutta secca e lo offr al filosofo.

Non prenderne se non lo desideri disse l'imperatore come saluto, e avvicinandosi al greco parl a voce bassa. Porteranno dei ricci di mare pi tardi, e so che ti piacciono quelle particolari prelibatezze. Io preferisco formaggio e vino, ma non abbiamo gli stessi gusti, non  cos? Anche se mi sorprende che chi ha compiuto severi digiuni apprezzi certe squisitezze come i ricci.

Ora ho deciso di mangiare poco ma saporito. L'et, Cesare, ci rende pi saggi, ma anche pi propensi a cadere in tentazione.

L'imperatore sorrise. Si udirono delle grida. Un enorme boato dal pubblico. Entrambi si voltarono verso l'arena e assistettero all'incidente delle tre quadrighe alla partenza. La folla era entusiasta.

Ho letto il tuo discorso agli abitanti di Alessandria continu l'imperatore quando i carri rimasti in corsa intrapresero il rettilineo e tutto parve normalizzarsi. Quello in cui sostieni che il popolo di quella citt desidera solo pane e quadrighe. Dal tuo commento si deduce che non li tieni in gran considerazione. Forse pensi la stessa cosa dei cittadini di Roma, ma non ti azzardi a dirlo.

Dione Cocceiano non sapeva bene come prenderla. Era passato molto tempo dall'ultima volta che aveva parlato con l'imperatore e lo notava diverso. Pi amareggiato, pi cinico. Non era sicuro che Traiano stesse scherzando con lui o... lo stesse minacciando. E quello non era il Traiano che conosceva. L'imperatore sospettava di qualcosa o di qualcuno, era troppo suscettibile; ma di chi sospettava, e perch?

Be'... rispose il filosofo. I Romani...

Non importa che ti spieghi. Ci che scrivi sugli abitanti di Alessandria  perfettamente applicabile anche a Roma. Dicevo tanto per dire, qualcosa che tu, invece, non fai mai. C' sempre sostanza nelle tue riflessioni, ma oggi ti ho fatto chiamare, oltre che per rivedere riuniti i miei vecchi amici di Roma, dato che ti considero tale... Allora il filosofo s'inchin, grato e gi pi tranquillo. S, ti stimo come un amico, ma oggi ti ho fatto chiamare perch ho bisogno di te come traduttore.

Come traduttore?

S. Tu conosci il greco e, per fortuna, se non mi hanno informato male, qualcosa di sanscrito, non  cos?

 cos, Cesare.

Allora sarai il mio uomo questa mattina. Per Ercole, goditi i ricci marini ma non abbandonare il palco! Avr presto bisogno di te. Appena arriver il mio invitato.

E Traiano ritorn al suo trono lasciando il filosofo incuriosito e confuso, ma l'aroma dei ricci appena portati cattur la sua attenzione e si diresse al vassoio pi vicino prima che gli altri legati del Cesare terminassero tutto.

69

LA CADUTA DI ALANA

Nord della Dacia
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Alana doveva scegliere. Era gi passato abbastanza tempo e Tamura aveva senz'altro gi raggiunto un luogo sicuro. Non aveva senso prolungare quell'angosciante sconfitta. I cavalieri erano ancora davanti a lei, ghignanti e vogliosi. Non sarebbe stato possibile lanciarsi in mezzo a loro senza cadere nelle loro grinfie. Dietro di lei c'era solo il precipizio.

Alana scelse.

Era proprio sul bordo. Riusciva a vederlo con la coda dell'occhio.

Fece un grande passo indietro e il terreno sotto i suoi piedi scomparve.

Cadde.

I cavalieri smontarono per vedere cosa accadeva.

Alana si afferrava agli arbusti, alle felci e alle altre piante che crescevano sulla parete di pietra del crepaccio lungo cui stava cadendo vertiginosamente, ma nell'agguantare quelle piante con le mani rallentava solo la velocit della caduta. Non poteva evitare di graffiarsi i palmi delle mani, essere punta dagli spini o essere colpita, ma, cos, la caduta non fu mortale. Naturalmente, quando appoggi finalmente i piedi a terra, sent un immenso dolore.

Bendis! esclam e cadde di schiena a causa di una caviglia rotta o slogata o entrambe le cose. Non poteva camminare.

Guard in alto. Vide i Romani che la osservavano dalla vetta e rimase stessa a terra, senza muoversi, piangendo per il dolore ma cercando di non emettere alcun suono. Le lacrime erano troppo piccole e trasparenti perch si potessero scorgere.

 morta disse un decurione. E tutti si voltarono per vedere che stava accadendo alle altre due. Una era gi morta e la seconda stava subendo violenza da vari soldati. Quando terminarono con lei si accorsero che era gravemente ferita e non sarebbe sopravvissuta.

La finirono con una lancia.

Continuavano a essere arrabbiati per aver perso la strada e nervosi immaginando a come avrebbero reagito i superiori quando fossero rientrati all'accampamento con un tale ritardo.

Cerchiamo la bambina che era con le donne disse il decurione come se avesse avuto una rivelazione. Le bambine sono apprezzate dai mercanti di schiavi e il praefectus castrorum non si arrabbier con noi se portiamo una piccola sarmata con la quale potr guadagnare un bel po' di denaro.

Tutti la ritennero una buona idea e si divisero in piccoli gruppi di due o tre uomini per rastrellare il terreno l intorno. Una bambina sola, dispersa in quelle montagne selvagge, zeppe di burroni e precipizi, non poteva essere andata molto lontano. Sicuramente era nascosta nelle vicinanze, piangendo spaventata.

70

IL DECIMO GIRO

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Posizioni in pista

Nell'arena

Erano gi al quarto giro, stavano raggiungendo la settima curva, proprio all'altezza dell'altare di Conso, dove si trovavano le uova di pietra che indicavano i giri rimanenti al termine della gara. Celer continuava in terza posizione, nonostante l'Azzurro in testa e il Bianco al secondo posto avessero commesso alcuni errori nei giri precedenti e si fossero allontanati molto dai coni delle metae. Celer avrebbe potuto approfittare di tali errori per guadagnare spazio, forse anche per superare uno di loro, ma l'auriga dei Rossi aveva altri obiettivi in mente: aveva osservato che nel giro precedente Acleo aveva approfittato di un errore simile del secondo auriga dei Bianchi per superarlo. Cos, Acleo era ora in quarta posizione e seguiva Celer, al quale quella situazione apparve perfetta.

Posizioni in pista

Nell'arena

Doveva solo frenare un poco Orynx e Niger, che non capivano perch non li facesse correre pi rapidamente, e aspettare il momento giusto per chiudere Acleo quando questi avesse cercato di superarli. E... ucciderlo. Anche se era alquanto rischioso. Ma esistono risentimenti tali da superare perfino il proprio istinto di sopravvivenza.

Sul palco imperiale

Traiano guard da un lato all'altro del palco, vide Plinio e not una certa preoccupazione sul volto del senatore. L'imperatore si stava stancando di rimanere seduto al fianco dell'imperatrice, soprattutto quella mattina, poich stava ancora digerendo l'informazione della lettera di Menenia. Cos si alz di nuovo e si avvicin ai vassoi del cibo, prese un poco di formaggio appena tagliato e and direttamente a parlare con il senatore.

Il tuo aspetto, Plinio, mi dice che qualcosa ti preoccupa, e se uno dei senatori in cui ripongo la massima fiducia  preoccupato, significa un problema anche per me.

Il Cesare mi sconcerta con la sua perspicacia rispose Plinio alzandosi subito davanti all'imperatore. Il Cesare ha ragione. Qualcosa mi preoccupa, ma non so se questo  il luogo migliore...

Traiano si guard intorno. Celso, Palma, Nigrino e Quieto erano i pi vicini. Adriano si era ritirato per sedersi di fianco a Vibia Sabina. Almeno suo nipote si era preoccupato di attenersi alle apparenze in pubblico. E, in generale, in quel momento tutti erano pi attenti a ci che accadeva sulla pista del Circo Massimo che alle conversazioni che potevano aver luogo nel pulvinar.

Ti sorprender, Plinio, disse Traiano ma ho imparato che le conversazioni confidenziali passano pi in sordina quando hanno luogo in pubblico.

Plinio sorrise e ricord quando lui stesso era riuscito a ottenere molte informazioni dal padre di Menenia nelle terme di Tito, un luogo terribilmente affollato.

Il Cesare ha di nuovo ragione. Abbass un poco la voce e continu a parlare in un tono udibile a entrambi, ma non agli altri, grazie anche alle grida del pubblico a ogni manovra degli aurighi in curva.

Si tratta di Atello.

L'imperatore aggrott le sopracciglia. Non mi dice niente questo nome. Spiegati meglio.

S, certamente, augusto convenne Plinio. Atello era un mio scagnozzo, che ha lavorato per me durante il processo per il crimen incesti alla vestale Menenia e all'auriga Celer. Fu lui che mi aiut a scoprire lo stratagemma organizzato per condannare a morte l'auriga dei Rossi affinch gli Azzurri, sostenuti da Pompeo Collega, Liberale e Frontone, tornassero a vincere e a guadagnare denaro.

Cosa che hanno tentato nuovamente approfittando della mia assenza, e che la vestale e tu stesso, insieme al flamen Dialis e addirittura all'imperatrice Domizia Longina, avete impedito.

 cos, Cesare.

E quindi? Che succede ora con quest'uomo, che tanto ti preoccupa?

Atello era un uomo di bassa condizione, abituato ai peggiori ambienti e a compagnie assolutamente poco raccomandabili, ma talvolta  necessario abbassarsi molto per cavarsela nei tribunali. Ma ora sto divagando, augusto. Il fatto  che quest'uomo fu trovato morto poco dopo il processo, a causa del troppo vino.

Continuo a non comprenderti.

Atello, augusto, era un miserabile abituato a bere come un barbaro. Se lo avessero trovato morto trafitto da una daga dopo una rissa lo avrei capito, ma mi  sempre parso strano che fosse per una ubriacatura. Anche se all'epoca non prestai troppa attenzione alla cosa... Fino a pochi giorni fa.

Perch? indag il Cesare voltandosi verso la corsa, dato che la conversazione cominciava ad annoiarlo.

Perch pochi giorni fa, facendo pulizia nel mio tablinum, ho scoperto che Atello, che era venuto a farmi visita il giorno in cui fu trovato morto, non trovandomi nella mia domus aveva lasciato una nota scritta di suo pugno in cui mi diceva di aver verificato da chi ricevevano istruzioni e denaro Pompeo Collega, Salvio Liberale e Cazio Frontone. Fino ad allora sapevo solo che si trattava di un uomo dalla voce rauca e da un lungo naso, niente di pi. Gli dissi di seguire quell'uomo anche fino alla fine del mondo, se era necessario, e nella nota mi disse che quell'uomo agiva come messaggero tra Mario Prisco, nella Mesia Inferiore, e Collega e i suoi uomini.

Prisco sar morto in qualche luogo della Dacia o tra le rovine della sua villa nella Mesia Inferiore rispose Traiano, anche se l'informazione gli parve interessante, e ricord le parole d'avvertimento di Dione Cocceiano quando gli aveva consigliato di stare molto attento nella sua lotta contro la corruzione perch il denaro contrattaccava sempre. Probabilmente Prisco aveva tentato di recuperare i 700.000 sesterzi che doveva restituire a Roma; perci aveva appoggiato la squadra degli Azzurri per falsificare le corse ed eliminare il miglior auriga di una delle corporazioni avversarie. Ma cosa aveva a che fare tutto questo con lui, a parte il fatto di dover prendere qualche iniziativa per allontanare Collega e gli altri due senatori corrotti da Roma? Ma tutto questo, Plinio, fa ormai parte del passato, e non vedo perch devi preoccupartene, o preoccuparcene.

Atello in quella nota ha scritto anche il nome di chi faceva da messaggero tra Prisco e Collega.

Traiano si volt verso i vassoi e afferr un grosso pezzo di carne secca di maiale saporitamente condita con abbondante salsa di rosmarino. Poi si volt di nuovo verso Plinio. E chi era questo messaggero? domand.

Il pubblico grid di nuovo con potenza. Qualche manovra in curva era stata molto pericolosa, molto spettacolare, molto emozionante.

Plinio rispose, se possibile abbassando ancora di pi la voce.

Quest'uomo era, cio, ... Publio Acilio Attiano.

Marco Ulpio Traiano smise di masticare. Sei sicuro? indag con la bocca piena di carne e salsa.

S, Cesare.

Traiano sput a terra il cibo. All'improvviso non aveva pi voglia di mangiare. Attiano era stato il tutore di Adriano fino a quando lui, Traiano, si era fatto carico del nipote e lo aveva integrato nel circolo pi ristretto della famiglia imperiale facendolo sposare con Vibia Sabina. Ancora una volta Adriano.

Posizioni in pista

Nell'arena

Celer non voleva pi attendere e voleva approfittare della curva successiva, l'ottava, vicino ai delfini di bronzo, per aprirsi svoltando e chiudere rapidamente Acleo nel momento in cui questi avesse cercato di superarlo, poi riflett. No. Sarebbe stato troppo grezzo, troppo evidente anche per un miserabile come Acleo. Quindi cambi strategia e istig i suoi cavalli con violenza.

Andiamo! Andiamo! Niger! Ad laevam! grid Celer perch l'esperto animale portasse la quadriga il pi vicino possibile ai minacciosi coni, ma senza schiantarsi contro di loro.

Il cavallo rispose alla perfezione. In una manovra sublime. Tagliarono rapidamente lo spazio alle quadrighe Azzurra e Bianca che erano in testa. S. Era cos.

Celer torn a gridare. Andiamo, Orynx, andiamo!

Era il momento di approfittare della velocit di Orynx nell'entrare nel primo rettilineo del quinto giro. E i quattro animali si lanciarono in una corsa furiosa che fece quasi perdere l'equilibrio a Celer, nonostante la sua enorme bravura. Era come se i suoi cavalli avessero aspettato quell'ordine da parecchio e ora, avendolo ricevuto, non si contenessero dalla gioia. Erano allenati per vincere e non sopportavano che un'altra quadriga fosse avanti a loro. In particolare Niger, che sfrutt tutto lo spazio nella nona curva per ridurre ancora di pi la distanza con gli aurighi in testa. Li avevano a portata di mano.

Celer guard indietro di sbieco. Anche Acleo aveva spronato i cavalli perch non perdessero distanza e aveva appena guadagnato qualche passo verso di lui, ma Celer sapeva che Acleo avrebbe dovuto impegnarsi a fondo con la frusta. Era l'unico linguaggio che quel miserabile conosceva con i cavalli. Per tutto questo non importava. Acleo confidava che Celer stesse cercando di vincere la corsa. Era il momento.

Arriv alla decima curva e, incomprensibilmente per Niger, il suo padrone, invece di gridare ad levam grid l'ordine contrario.

Dextrorum, dextrorum!

Niger non lo capiva, perch non vedeva nessun ostacolo vicino ai coni delle metae di quel nuovo giro, ma sopra il suo intuito c'era l'obbedienza e, disciplinatamente, si allontan dalla spina centrale voltando e perdendo cos parecchio spazio.

Ad levam! url allora Celer per correggere la direzione dei suoi cavalli. Fu sufficiente. Si erano aperti troppo e Acleo tent, senza esitazione, di passare con la sua quadriga tra loro e la spina del Circo Massimo.

Era l'opportunit che Celer stava aspettando.

Non ci pens due volte.

Ad levam, ad levam! ordin di nuovo a Niger.

L'animale avvert gli altri cavalli che si avvicinavano. Dare ascolto al suo padrone poteva essere pericoloso, ma era l'ordine ricevuto e gir di colpo.

Acleo vide che il carro di Celer gli si gettava addosso.

Per tutti gli dei! esclam Acleo mentre spostava all'indietro tutto il corpo, tirando le redini dei suoi quattro cavalli pi forte che pot e riuscendo a frenarli a sufficienza per evitare lo scontro.

Celer guard di nuovo di sbieco. Aveva fallito. E non era sicuro di poter avere una seconda opportunit. Acleo aveva gi capito che la priorit di Celer in quella corsa non era ottenere la vittoria.

Sul palco imperiale

Traiano guardava a terra. Il cerchio si chiudeva: Plotina e Adriano; Adriano, Prisco e Attiano; le lettere di Prisco trovate a Adamclisi e scomparse lo stesso giorno in cui Adriano lo aveva acclamato vincitore davanti ai suoi ufficiali. L'imperatore annu e abbozz perfino un sorriso sarcastico. Che magnifico modo per distrarre la sua attenzione aveva avuto Adriano alla fine della battaglia di Adamclisi! Lo aveva acclamato, esaltando il suo ego, e cos lui non aveva letto quelle lettere. La vanit tradisce tutti. Tutti, prima o poi, e lui non aveva fatto eccezione. Il trono imperiale, Plotina, Adriano, Attiano Prisco, Collega... una catena perfetta in cui si era per rotto un anello, quello di Prisco. Traiano alz lo sguardo sul punto in cui sedeva suo nipote. Quanto tempo avrebbero impiegato a ricomporre quella catena e tornare a tirarla?

Ma non hai le prove di quello che mi stai dicendo... disse il Cesare a Plinio. Non pi di una nota scritta a mano di uno... come lo hai chiamato? Uno scagnozzo, non  cos?

No, non ci sono prove, Cesare.

D'accordo. In ogni caso, questa  stata una conversazione importante, e ti sono nuovamente grato per la tua lealt. Bitinia. Sto pensando di incaricarti del controllo della Bitinia. Parleremo di questo, ma pi avanti.

Plinio fece un inchino all'imperatore mentre Traiano ritornava, lentamente, verso il trono. Camminava come se gli pesassero le gambe. Un giorno amaro quello del trionfo.

Traiano si sedette e pos gli occhi sull'arena del Circo Massimo. Le quadrighe erano ancora l, continuavano la loro corsa mortale, senza fermarsi. Presto sarebbe arrivato il suo invitato. Grandi progetti. Quello era un modo, il suo modo, per soffocare i tradimenti. Se Longino fosse stato vivo, la Dacia ora gli sarebbe apparsa un paradiso, mentre Roma non l'aveva mai sopportata. Ma la storia non si poteva cambiare: Longino era morto e lui governava Roma, una Roma in cui il luogo meno sicuro era, senza alcun dubbio, il trono imperiale. In quel momento Traiano avrebbe scambiato volentieri il posto con qualunque altro dei suoi legati di frontiera, che fossero sul Reno o sul Danubio o in Oriente. Oriente. S, forse il suo sogno pi grande sarebbe stato l'unico modo per dimostrare a tutti che il mondo era molto pi grande della Roma che loro sognavano. Era sicuro che perfino la pi grande ambizione di Adriano fosse solo una goccia d'acqua nell'oceano che lui, Marco Ulpio Traiano, stava cominciando a concepire per Roma.

71

LE BRACCIA DEI MORTI

Sotterranei dell'Anfiteatro Flavio, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Marzio fu colto di sorpresa dal leone. E ormai era troppo tardi per evitare l'attacco.

Si chin per puro istinto, ma, in realt, ci che gli evit di essere divorato fu il fatto che la fiera si trovava in gabbia e l'animale poteva solo sporgere uno dei suoi artigli tra le spesse sbarre di ferro che gli impedivano di scappare e contenevano la sua furia.

Era molto buio, ma gli occhi di Marzio si erano gi abituati alla penombra e pot leggere il nome inciso nella pietra accanto alla gabbia: Vulcano. All'improvviso, ud un altro ruggito infernale provenire dal lato opposto e, ancora accovacciato, guard in quella direzione. Un altro leone tentava di afferrarlo con i suoi artigli, ma, anche in quel caso, le sbarre di ferro gli impedivano di raggiungere la presa. L, in quella cella, c'era anche un altro nome inciso: Ercole. S, Vulcano ed Ercole. I due leoni ammaestrati da Carpoforo. Temette allora che il bestiarius si fosse accorto della sua presenza, che i versi degli animali lo avessero avvertito che qualcosa stava accadendo nel corridoio, anche se forse le grida delle donne che stava torturando o uccidendo avevano coperto i ruggiti di Vulcano ed Ercole.

Non importava. Andasse come andasse, doveva agire rapidamente: prese una delle lance e si scagli contro la gabbia di Vulcano, il braccio del morto infilato sulla punta. La fiera non tard a reagire e in un boccone strapp il braccio, lo strinse tra le fauci e, come se avesse appena ottenuto un grosso trofeo, si allontan verso l'interno della cella. A Marzio sarebbe piaciuto vedere cosa avrebbe fatto, ma non aveva tempo per i dettagli, cos ripet l'operazione con l'altra lancia e l'altro braccio, ed Ercole, il secondo leone, reag in modo simile, solo che divor il braccio sotto la luce di una delle poche torce di quella stanza buia.

Non ci fu tempo per altro.

Accidenti! Ma guarda chi abbiamo qui! Era la voce di Carpoforo, che era apparso brandendo un'ascia da cui gocciolava sangue fresco. Marzio non volle pensare a ci che stava facendo quel selvaggio alle donne che aveva udito gridare a squarciagola... non era affar suo. Credi forse che offrendo un po' di saporita carne umana ai miei preziosi leoni, le belve non ti attaccheranno una volta liberate? Perch, se davvero pensi questo, ti avverto che per loro un braccio  solo l'antipasto. Immagini quale sar il piatto principale?

E scoppi in una risata che rimbomb in ogni angolo di quei cunicoli oscuri.

72

LA VITTORIA

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Nell'arena

Nell'arena le posizioni erano state mantenute, eccetto quella in coda alla corsa, dove il terzo auriga dei Rossi era riuscito a superare due quadrighe e a collocarsi proprio dietro ai due carri dei Bianchi.

Posizioni in pista

Nell'arena

Celer, nel frattempo, non solo non era riuscito a provocare un incidente ad Acleo, ma la sua ostinazione a mantenersi vicino al nemico gli aveva impedito di approfittare degli errori di coloro che erano in testa e che si erano allontanati di varie decine di passi. Non avrebbe ottenuto la morte di Acleo n la vittoria. La sua ansia di vendetta lo aveva offuscato e ora era sul punto di concludere una delle sue corse pi mediocri.

Arriv alla dodicesima curva, dove l'auriga dei Bianchi, non accontentandosi della sua seconda posizione, cerc di superare dall'interno la quadriga degli Azzurri. Celer vide la ruota del carro dei Bianchi sbattere con violenza contro uno dei coni delle metae: la quadriga salt per aria e, come spinta da forza centrifuga, part sparata verso l'esterno, dove si scontr a sua volta contro quella degli Azzurri in prima posizione. I due carri si fracassarono trascinando con loro gli animali e gli aurighi, i cui corpi rimasero schiacciati in mezzo alla pista. Celer dovette frenare la corsa mentre gridava nuovi ordini a Niger.

Dextrorum, dextrorum!

Era essenziale allontanarsi il pi possibile dai carri incidentati. Questo implicava aprirsi molto in quella curva, ma Celer era convinto che il resto delle quadrighe avrebbe dovuto fare lo stesso o si sarebbero scontrati contro i carri rovesciati, non essendoci il tempo materiale per ritirarli prima che passassero gli altri corridori per entrare nella curva dei delfini di bronzo.

Infatti, Acleo e gli altri aurighi imitarono Celer, e tutti si allontanarono dai carri distrutti, seguendo lo stesso percorso tracciato da Celer con le ruote della sua quadriga sulla sabbia del Circo Massimo.

Cos, all'improvviso, Celer si ritrov inaspettatamente in testa. E quasi senza rendersene conto, per la forza dell'abitudine, url istruzioni precise a Orynx.

Andiamo, Orynx, andiamo!

L'animale acceler tirando a sua volta il resto dei cavalli e cos aumentarono la distanza dal carro che li inseguiva. Celer si rese allora conto di ci che aveva fatto e fu sul punto di frenare di nuovo la sua quadriga per permettere ad Acleo di tornare ad avvicinarsi e cercare cos di chiuderlo nella tredicesima curva, ma la distanza era troppa e la curva era vicina. Troppo vicina. Esit. Pens anche di provocare un incidente mortale non facendo scontrare Acleo contro i coni in curva ma distruggendo il proprio carro contro quello del nemico, ma questo avrebbe significato il suicidio. Rifletteva, ma tutto era troppo veloce, specialmente i suoi cavalli: e la tredicesima curva arriv e lui la oltrepass per primo, con la quadriga di Acleo a pi di venti passi di distanza.

No, non aveva il coraggio di suicidarsi. No. Improvvisamente capiva che voleva vivere. Aveva danneggiato molte persone: la povera Helva, che non meritava la fine terribile che aveva fatto per colpa sua, e Menenia, alla quale aveva scritto promettendole... No, non poteva deluderla ancora una volta. Inoltre, ottenere la vittoria dopo aver fallito l'intento di uccidere Acleo, sarebbe stato comunque un modo per infliggere dolore a tutta la corporazione degli Azzurri e allo stesso Acleo, che avrebbe dovuto, nonostante tutti i suoi stratagemmi e congiure, essere testimone di una nuova vittoria della quadriga rossa.

Arriv la curva finale. La quattordicesima. I giudici e gli schiavi del circo avevano ritirato meglio che potevano i ferri e i legni dei carri che si erano fracassati nella curva precedente, ma c'erano ancora alcuni cavalli feriti vicino ai coni che segnalavano la svolta. Di nuovo, la cosa pi sensata sarebbe stata allontanarsi dalla curva, prendendola larga. Per... cosa avrebbe fatto Acleo? Avrebbe osato rischiare di calpestare con il suo carro i resti rimasti in pista o avrebbe tentato di passare fra i cavalli feriti? Sarebbe stato molto pericoloso. Solo un pazzo sarebbe stato capace di tentare qualcosa del genere. O un disperato, perch qualcuno di quei cavalli ancora si muoveva e poteva alzarsi nel momento in cui la quadriga gli fosse passata accanto, causando cos un altro incidente. Accadeva con frequenza. Celer lo aveva visto in un'infinit di occasioni. Opt per la prudenza e si allontan dai resti dell'incidente anche se quella mossa gli avrebbe fatto perdere tempo prezioso. Guard indietro, alle sue spalle, rapidamente. No, Acleo non era n pazzo n disperato, infatti imit Celer e lo stesso fecero gli altri aurighi.

Celer entr nel rettilineo finale in testa alla gara. Dietro venivano gli altri. La vittoria era sua, ancora una volta, ma non aveva potuto vendicarsi. Mai avrebbe pensato che una vittoria potesse avere il sapore amaro della sconfitta.

Fine della corsa

Sulle gradinate

Il pubblico, naturalmente, applaudiva sbraitando. Sette quadrighe avevano concluso la corsa e la plebe aveva assistito a due brutali incidenti. Il Cesare li stava intrattenendo nel migliore dei modi.

Sul palco imperiale

Celer aveva vinto di nuovo. Questa volta la dea Fortuna si era alleata con l'auriga dei Rossi, perch questi, senza dubbio, sembrava essere pi ossessionato dal fare uscire di gara, per usare un eufemismo, l'auriga degli Azzurri Acleo piuttosto che ottenere la vittoria. Celer aveva avvertito Traiano di non scommettere su di lui quella mattina. Eppure aveva vinto lo stesso.

Sembra che Liviano e Aulo stiano venendo qui disse l'imperatrice.

Traiano si volt e vide il suo prefetto del pretorio e il tribuno salire sul palco imperiale accompagnati da un uomo con i capelli scuri, un vestito lungo e lussuoso, molto colorato, esattamente come era solita fare la gente che veniva dall'Oriente, dai luoghi remoti oltre i confini dell'Impero.

L'imperatore si alz e si diresse verso coloro che erano appena arrivati ma passando accanto a Dione Cocceiano gli parl un istante. Vieni con me, filosofo, questo  il tuo momento disse, e il greco segu il Cesare.

L'incontro ebbe luogo in un angolo del palco. Gli occhi di tutti erano fissi su di loro, ma Liviano, seguendo le precise istruzioni che aveva ricevuto in precedenza, fece circondare l'ambasciatore straniero e l'imperatore da un nutrito gruppo di pretoriani. Solo il tribuno Aulo e il filosofo Dione Cocceiano poterono entrare dentro quel cerchio di uomini armati.

Traiano si rivolse a Dione. Digli che Marco Ulpio Traiano, imperatore e Cesare di Roma, saluta l'ambasciatore dell'Impero kusana.

Dione Cocceiano tradusse in greco e il filosofo si rallegr di ascoltare un greco ragionevolmente comprensibile dalla bocca dell'ambasciatore. In questo modo evitava di dover ricorrere al sanscrito, lingua che usavano solo i Kusana nobili ma che Dione dominava meno. L'anziano ascolt con attenzione e poi tradusse a sua volta all'imperatore.

Dice di chiamarsi Shaka, che  servitore dell'imperatore Vima Kadphises, figlio del grande Vima Takto. Porta i saluti e le congratulazioni dell'imperatore Kadphises, signore e padrone di tutto il Nord dell'India, al Cesare di Roma, per la sua vittoria contro i popoli che minacciavano la pace del suo Impero. Ha detto anche che il grande Kadphises, come dimostrazione della sua riconoscenza al Cesare di Roma e cos pure come dimostrazione di amicizia con Roma, invia numerosi regali, tra cui dieci elefanti che si trovano ora al porto di Ostia, e alcune tigri che sono gi state consegnate al bestiarius dell'Anfiteatro Flavio. Gli elefanti sono donati insieme ai loro mahut, gli addestratori, perch si possa ottimizzare l'uso di queste grosse bestie da trasporto... o da guerra.

Digli che la generosit dell'imperatore Kadphises  molto grande rispose Traiano. E domandagli anche se c' qualcosa che io posso offrirgli in cambio di questi regali.

Dione Cocceiano tradusse. L'ambasciatore dei Kusana ascolt con attenzione e diede una risposta che, ancora una volta, il filosofo tradusse in latino per il Cesare.

Il consigliere Shaka mi ha fatto sapere che l'imperatore Kadphises ha un problema sulle sue frontiere occidentali con i Parti; se ho capito bene, dice che i Parti sono nel mezzo di una guerra civile. L'imperatore Kadphises si domanda fino a che punto i Parti stiano infastidendo anche l'imperatore di Roma.

Marco Ulpio Traiano sorrise lievemente. Di' all'ambasciatore Shaka che questo  un argomento che richiede una lunga conversazione, con maggiore tranquillit nel palazzo imperiale, quando saranno terminati i giochi, uno di questi giorni. Ma aggiungi che il Cesare di Roma  sicuro che i suoi interessi e quelli dell'imperatore Kadphises... coincidano. Digli che sono sicuro che troveremo un accordo soddisfacente per entrambe le parti.

Dione Cocceiano tradusse di nuovo. Il consigliere Shaka non aggiunse altro e si inchin davanti al Cesare in segno di accettazione e in attesa di una conversazione pi seria sull'argomento nei giorni seguenti. Come buon servitore del suo imperatore, sapeva che ai potenti non si pu chiedere nulla frettolosamente, ma si deve seguire i tempi che loro stessi scelgono.

Traiano si rivolse allora a Dione Cocceiano. Digli che  invitato a rimanere sul palco imperiale per assistere al resto delle corse delle quadrighe e alle lotte dei gladiatori. E se ti siederai con lui e farai conversazione mi presterai un grande servizio, filosofo.

Sempre ai tuoi ordini, Cesare rispose Dione Cocceiano.

In quel momento, il pubblico che affollava i gradoni torn ad acclamare con forza. Stava accadendo qualcosa che faceva gioire il popolo, ma non c'erano pi quadrighe a correre nell'arena.

Dione, l'ambasciatore Shaka, l'imperatore Traiano, tutti guardarono verso l'arena del Circo Massimo. Che cosa stava succedendo?

73

IL FIUME

Nord della Dacia
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Era passato un po' di tempo, e Alana non udiva pi alcun rumore intorno a lei o provenire dall'alto della cima dalla quale era precipitata aggrappandosi agli arbusti. Si sedette e port la mano alla caviglia sinistra. Le faceva un male terribile. Ed era pure ricoperta di tagli e graffi su braccia e gambe, ma la caviglia era il vero problema. Si trascin fino alla parete della montagna e appoggiandosi a essa tent di alzarsi. Incredibilmente, nel sollevarsi in piedi, scopr che, forse per istinto di sopravvivenza, il dolore era s forte ma sopportabile. Zoppicando, cominci ad avviarsi. Dopo pochi passi ud il rumore di un fiume. Si apr la strada tagliando con la spada felci e arbusti e trov il fiume, largo e con pi acqua di quello che avrebbe immaginato, essendo estate. La prese il panico. Tamura aveva solo otto anni e, anche se era in grado di muoversi all'interno del bosco, non sapeva nuotare, e quel fiume era troppo ampio e la corrente troppo forte. Se Tamura aveva preso quella direzione correndo a tutta velocit e non aveva visto l'acqua, coperta com'era dalla vegetazione, forse... Alana tir un ramo da un faggio, lo strapp e lo immerse nell'acqua. Il legno spar del tutto. Lei immerse anche il braccio e anche cos non riusc a toccare il fondo. Cominci a disperarsi. Se Tamura era caduta l dentro...

Subito impallid. Il cuore prese a batterle furioso. Un piccolo lembo di stoffa strappata, di colore verde come la tunica di Tamura, era impigliato in uno dei rami pi bassi di un albero le cui radici affondavano nell'acqua del fiume.

L'amore rende vulnerabili, la disperazione ciechi. E quando entrambi si uniscono, il risultato  funesto e porta a commettere errori fatali. Alana, la coraggiosa Alana, la guerriera invincibile, la lottatrice nata, sapeva di non dover gridare n emettere alcun suono. Anche se probabilmente i Romani avevano ripreso la via del ritorno verso l'accampamento a sud, esisteva la possibilit contraria, che stessero cercando la bambina. Il suo istinto di sarmata le diceva di essere cauta e prudente, ma il cuore spezzato, l'amore di una madre che teme per la propria figlia, si ribellarono con una furia tanto incontenibile che nemmeno gli istinti guerrieri poterono arginarli. E Alana commise un errore imperdonabile, ma la storia di ognuno, di tutti, prevede errori simili.

Tamuraaa! TAMURAAA!

Grid ancora, e ancora, il nome di sua figlia, con la speranza che la piccola potesse udirla e che, se fosse stata in pericolo, potesse risponderle.

TAMURAAA!

Fermi tutti! disse uno dei due legionari che stavano cavalcando alla ricerca della bambina sarmatica.

Che succede? chiese l'altro.

Zitto!

Silenzio. E poi un altro grido, in lontananza. Che si confondeva con il vento.

Non hai sentito? insistette il cavaliere romano che aveva fatto fermare il compagno.

No.

Zitto e ascolta.

Le grida si fecero pi nitide, distinguendosi dal rumore delle foglie mosse dalla brezza del Nord.

S, adesso s rispose l'altro

 una voce di donna.

Andiamo.

E i due colpirono le costole dei cavalli partendo al rapido trotto in direzione opposta al vento, da dove provenivano le grida del nemico.

74

DIVERSIUM

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Nei carceres
Prima che fosse terminata la conversazione
tra l'ambasciatore dei Kusana e l'imperatore Traiano

Le gradinate del Circo Massimo fremevano. Erano un caos di grida, pianti e lamenti da un lato, e di acclamazioni, complimenti e rallegramenti dall'altro. Vinti e vincitori, tutti erano l. Aurigatores, conditores, sparsores e armentarii dei Rossi vittoriosi si erano tutti raggruppati intorno alla quadriga di Celer. Tutti volevano avvicinarsi a quell'auriga e a quei cavalli che, ancora una volta, avevano ottenuto una grande vittoria per la propria squadra. E non una vittoria qualunque, bens una vittoria nel giorno del trionfo dell'imperatore Traiano. Erano emozionati e non c'era da biasimarli. Lo avrebbero festeggiato grandiosamente.

Celer, Celer, Celer!

Oltre alla vittoria, si era ottenuta l'umiliazione del grande nemico di tutti loro, compresi gli oliatori, i mozzi e gli aiutanti, poich Celer aveva completamente annientato il miserabile Acleo. Di certo Celer aveva commesso delle stranezze in gara - come se volesse ottenere qualcos'altro che non fosse la vittoria, quando aveva tagliato la strada ad Acleo nella decima curva con l'intenzione di farlo schiantare contro la spina del Circo Massimo -, ma una vittoria come quella cancellava tutto il resto, qualunque dubbio, qualunque domanda. Inoltre, l'auriga dei Rossi caduto all'inizio della gara non era morto. Aveva riportato delle fratture ma era sopravvissuto. Una buona notizia.

Celer, Celer, Celer!

A distanza, i Bianchi e i Verdi maledicevano la dea Fortuna per averli abbandonati negli ultimi tempi e piangevano i propri compagni morti per gli incidenti in pista. In un altro angolo delle stalle, gli Azzurri, seri, taciturni, ribollivano di rabbia e di odio. Non solo erano stati di nuovo sconfitti da Celer, ma uno dei loro aurighi era morto. Per la squadra degli Azzurri quello era stato un giorno nefasto come pochi.

Acleo scese dal proprio carro e si tolse l'elmo di cuoio e metallo che aveva sfoggiato per quella gara tanto deludente. Era arrivato secondo. Ma essere secondi nel Circo Massimo equivaleva a essere ultimi. L esistevano premi e riconoscimenti solo per colui che vinceva. Acleo cap di aver perduto per sempre la fiducia dei patroni della squadra. Probabilmente quella era stata la sua ultima corsa a Roma. E ci se avesse avuto fortuna. Non era da escludere che i patroni decidessero di ripagarlo con le botte per il denaro che aveva loro fatto perdere. La cosa migliore era fuggire da Roma quella stessa notte e scappare verso l'Oriente. L c'erano altri circhi dove avrebbe potuto gareggiare. L, lontano da quel maledetto auriga dei Rossi, Celer.

Il nome del suo eterno avversario continuava a brillare nella mente di Acleo con un'energia brutale. Celer. Sempre lui. Era riuscito a salvarsi da ben due processi dai quali nessun altro avrebbe potuto scampare. Celer e quella maledetta vestale. Ne uscivano sempre vincitori, sempre...

Poi, proprio in quel momento di furore estremo, Acleo ebbe un'idea. Nessuno degli aurigatores che lo stavano aiutando a togliere le redini che avevano legato al suo corpo cap perch stesse sorridendo. Non importava. Acleo si liber delle redini, pass l'elmo a uno dei mozzi della squadra e si allontan dal carro.

Non sganciate i cavalli disse. La gara non  ancora finita.

Tutti rimasero zitti, immobili come statue. Solo i veterani intuirono cosa stesse passando per la mente di Acleo e, quando lo videro dirigersi verso il gruppo dei Rossi con passo deciso, aprendosi il cammino a spintoni se qualcuno osava non farsi da parte, ebbero conferma del loro presentimento. Immediatamente si diffusero dei mormorii tra gli oliatori pi anziani e alcuni aiutanti e mozzi della squadra degli Azzurri. I giovani, non appena udirono le parole degli anziani faticarono a crederci. Se n'era sempre sentito parlare, ma non pensavano che fosse una cosa possibile da farsi. Davvero Acleo avrebbe proposto una cosa simile a Celer? Solo un folle lo avrebbe fatto.

Fate circolare la voce disse uno degli aurighi degli Azzurri che non aveva partecipato alla gara, ma che aveva capito che, come aveva detto Acleo, non era ancora finita. Bisogna far arrivare la voce agli allibratori. Se la notizia giunge a loro, forzeranno Celer ad accettare. Ci sar molto pi denaro in gioco che in una gara normale.

Acleo, intanto, aveva gi attraversato le stalle dei Verdi e dei Bianchi e raggiunto l'entrata della zona riservata ai carceres del Circo Massimo riservati alla squadra dei Rossi. I rallegramenti e le acclamazioni rivolte al suo nemico continuavano senza sosta.

Celer, Celer, Celer!

Acleo non aveva paura di loro. Sapeva che non appena lo avessero visto avrebbero subito taciuto, e poi avrebbero cominciato a lanciargli insulti e a ridergli in faccia. Bene, che lo facessero. Dopodich lui avrebbe avanzato la sua proposta.

E proprio cos avvenne. Un aurigator dei Rossi vide Acleo e lo indic; poi un mozzo della squadra, poi un oliatore, e cos di seguito, fin quando tutti formarono una specie di circolo intorno all'auriga sconfitto degli Azzurri. E cal il silenzio. Solo per un istante. Poi cominciarono gli insulti. E risate provenienti da ogni angolo della stalla dei Rossi. Risate incontenibili piene di assoluto disprezzo.

Acleo rimase impassibile. L, in piedi, immobile, in attesa. I sostenitori e gli aiutanti dei Rossi si stavano talmente divertendo che nessuno di loro pens di colpire l'auriga degli Azzurri. Molto meglio ridere di lui guardandolo l, in piedi, solo, sconfitto e umiliato, e godersi quella scena patetica.

Celer scese dalla propria quadriga. Accarezz con sincera dolcezza Tigris e Raptore, i cavalli centrali, e poi il veloce Orynx e, infine, il forte Niger, come sempre l'elemento fondamentale per le sue vittorie. Tutti videro che, perfino in mezzo a tutte quelle risate, Celer abbracciava il suo cavallo, e quel gesto gener una tale emozione che presto tutti rimasero in silenzio.

Niger lo si ud ripetere pi volte, e ogni volta con voce sempre pi tenera, mentre continuava ad accarezzare quel robusto animale che sempre lo aveva condotto alla vittoria.

Acleo approfitt subito di quel silenzio. Ti credi il migliore, ma non lo sei.

Subito tutti i sostenitori dei Rossi, gi eccitati da quella vittoria, l'ultima di una lunga serie, ripresero a insultare quel maledetto auriga degli Azzurri che aveva osato avvicinarsi solo per pronunciare stupidaggini. E gi avevano alzato i pugni, e sarebbero passati a ben altro se non fosse stato che quelle parole di Acleo risultavano ridicole in quel momento. Era talmente patetico ascoltarlo che tacquero di nuovo attendendo di udire altro che li facesse divertire.

Ci nonostante, l'auriga degli Azzurri rimaneva l, a guardarli, come a voler sfidare non solamente Celer ma anche tutti i suoi sostenitori. Intanto, un buon numero di mozzi degli Azzurri si erano avvicinati e fermati proprio alle spalle del loro capo. Volevano assistere. Volevano essere testimoni diretti di quella sfida. Ne avevano sentito parlare tante volte... ma mai lo avevano visto succedere. Per loro si trattava solo di storie che si narravano nelle taverne della Suburra, di racconti del passato. Leggende.

Sono i tuoi cavalli, Celer, e tu lo sai continu Acleo. Per questo li abbracci tanto calorosamente. In ci ti riconosco un minimo di onest. Tu sai che senza di loro non varresti nulla. No, non vali nulla. Ogni tua vittoria la si deve a quei cavalli. Senza di loro non sei nessuno. Saresti soltanto uno qualunque tra noi.

Sono stato io a comprarli disse Celer separandosi da Niger.

Acleo sorrise. Quell'imbecille stava cadendo nella provocazione.

No, Celer lo contraddisse l'auriga degli Azzurri. Li hanno comprati i tuoi patroni, come nel mio caso, come nel caso di tutti. Sono i patroni a comprare i cavalli.

Ma io li ho addestrati si difese Celer. Gli sembrava assurdo doversi difendere anche dopo aver vinto, ma Acleo lo stava irritando con quella sfacciataggine con cui tentava di convincerlo di non aver meritato la vittoria.

Sono i cavalli, Celer, e questo  tutto insistette Acleo. Non sei migliore di noi. Quei cavalli porterebbero alla vittoria chiunque ci fosse a condurli. Sono i cavalli, non sei tu.

Io ho insegnato loro tutto ci che sanno fare: come svoltare, come chiudere le curve, come frenare, come accelerare... prosegu Celer con disprezzo.

Questo perch sono dei cavalli eccellenti. Lo riconosco, lo riconoscerebbe chiunque, ma tu non sei niente di speciale. Ti dai delle arie davanti a tutti noi come se fossi chiss chi, come se fossi un dio, ma non sei nessuno. Se realmente tu fossi il migliore di tutti gli aurighi, lo saresti anche senza i tuoi cavalli.

Uno degli aurighi dei Rossi si avvicin a Celer e lo prese per un braccio. Lascialo perdere gli disse. Ma in realt, lui stesso si stava infervorando. Per Marte!  la tua rabbia che ti porta a dire simili fandonie!

Acleo sorrise di nuovo, fece un passo avanti e appoggi le mani sui fianchi. Diversium! grid quindi.

Celer, che liberatosi dalla stretta del compagno si stava dirigendo verso Acleo, si blocc di colpo.

Diversium! ripet con sguardo di sfida Acleo, ancora pi forte, e poi, fissando Celer negli occhi, aggiunse: Sei migliore di tutti noi? Bene, dimostramelo, allora. Accetta la sfida. Diversium. Gareggeremo io, tu e gli aurighi sopravvissuti, ma il diversium sar solamente tra noi due... se ne hai il coraggio.

Stanno per cominciare le lotte tra i gladiatori, sono in programma rispose Celer confuso.

Gli allibratori sono gi stati informati, Celer disse uno degli oliatori degli Azzurri da dietro le spalle di Acleo. Stanno gi negoziando con i giudici e la voce si  sparsa per tutte le gradinate del Circo Massimo. Per questo la plebe sta gridando tanto.

Il pubblico vuole vederlo persever Acleo. Non importer a nessuno di posticipare di poco i combattimenti dei gladiatori. Da anni Roma non assiste a un diversium. E vogliono vederlo.

Celer non sapeva cosa rispondere.

Non accettare disse un auriga dei Rossi. Non abbiamo nulla da vincere e tutto da perdere. Oggi hai ottenuto la miglior vittoria di sempre: una vittoria nel giorno del trionfo dell'imperatore. Andiamocene. Andiamocene da qui.

S, certo, intervenne Acleo che tutti sappiano che Celer non vale nulla senza i suoi cavalli. Celer, che si crede tanto speciale, il migliore tra tutti noi, ha paura della mia proposta. Ma, Celer... E si avvicin tanto all'auriga dei Rossi da rimanere a un palmo dal naso da lui, parlandogli all'orecchio, parole segrete, private, da auriga ad auriga. Te l'ho gi detto una volta e te lo ripeto. Per quante volte ti salvino la vita, che sia in un processo o prima di un'esecuzione, Celer, ascoltami bene: lei non l'avrai mai. Mai. Sei solo un infamis, come tutti noi, condannato a questa vita. E lei ti , ti sar sempre, proibita. Anche quando non sar pi una vestale, mai sposer un auriga. Loro, i potenti, mai lo fanno con un auriga o un gladiatore. Noi siamo la feccia. Si divertono con noi, ma intanto ci disprezzano: pagano per vederci, ma ci odiano. E tu non sei nemmeno il migliore tra noi. Hai solo la fortuna di possedere degli ottimi cavalli. Non hai altro. Non sei altro.

Sono il miglior auriga di Roma disse Celer a voce alta, rispondendo a quel lungo sussurro di Acleo che nessun altro aveva potuto udire.

L'altro auriga dei Rossi guardava a terra scuotendo la testa.

Celer si avvicin ad Acleo, che era indietreggiato di un paio di passi. Se  un diversium che vuoi, allora un diversium avrai. E torn dagli aurigatores della propria squadra. Preparate tutto!

Diversium, diversium, diversium! gridarono i sostenitori degli Azzurri.

E ben presto, non solo i sostenitori degli Azzurri, ma anche quelli dei Verdi e dei Bianchi cominciarono a reclamare quella sfida, che non si vedeva accadere da... nessuno ricordava pi da quanto tempo.

Diversium, diversium, diversium!

Solo i sostenitori dei Rossi assistevano alla scena con pi timore che speranza, eppure, perfino molti di loro, si unirono a quelle ovazioni che parevano aver fatto impazzire tutti.

Nel gigantesco Circo Massimo rimbombava quell'unica parola. Diversium, diversium, diversium!

Sul palco imperiale

Traiano annu. Finalmente aveva capito cosa il pubblico stava acclamando.

Un diversium! grid forte Dione Cocceiano per farsi udire al di sopra del clamore della folla.

A quanto pare! rispose Traiano. Spiega al nostro invitato dell'India di cosa si tratta! Lo interesser sicuramente! Tu sei stato ad Alessandria e ne avrai gi visto uno!

Il filosofo assent.

Era evidente quanto l'ambasciatore Shaka fosse impressionato da quella moltitudine che non cessava di gridare, affascinato dal viso tinto di rosso dell'imperatore, sbalordito da quell'esibizione di potere e ricchezza. Era proprio cos che Traiano voleva che si sentisse quell'uomo proveniente dall'Oriente: impressionato.

75

LA LETTERA DI CELER

Fuori Roma
26 giugno del 107 d.C., hora sexta

Menenia rilesse la lettera di Celer mentre il carpentum traballava, passando sulle pietre di quella strada che l'avrebbe condotta a breve, per la seconda volta in poco tempo, alla porta della villa di Domizia Longina. Con la differenza che ora sapeva che l'ex imperatrice di Roma era sua madre, e il timore crescente di scoprire che suo padre era il terribile Domiziano la stava divorando. Nell'angoscia di quel drammatico presentimento sul segreto delle proprie origini, la rilettura delle parole di Celer agiva come un balsamo per il suo animo lacerato. Una lettera che lui le aveva fatto recapitare alla vigilia del trionfo del Cesare.

Cara Menenia,

so che non merito che tu dedichi nemmeno un istante della tua esistenza a leggere queste parole, ma, con la speranza di colui che ti ha conosciuto cos bene in passato e che conosce anche la tua nobilt d'animo, confido che quest'ultima e la tua generosit ti portino a leggere il messaggio di chi tante volte ti ha tradito.

Non merito n il tuo perdono n la tua piet. Ti ho minacciato e ho tentato di forzarti a commettere il vile gesto di abbandonare il tuo sacerdozio e fuggire con me. Poi ti ho offeso, legandomi a una donna, Helva, di bassa condizione, la quale, ci nonostante, valeva pi di me. Lei  morta nel vano intento di salvarmi, e io non avevo nemmeno capito quali sentimenti provasse per me. Distruggo tutto quello che tocco, tutto ci che si avvicina a me. Helva  morta a causa mia, e quanto a te... ho tentato di gettarti nella perdizione per puro egoismo. Non merito il tuo perdono.

Per ti scrivo perch tu sappia che, ora che mi sento cos solo, ho pensato che forse anche tu, dopo tanti anni al servizio di Vesta, ti saresti sentita allo stesso modo; e vorrei che tu sapessi che anche se siamo separati, anche se ho commesso errori che mi hanno allontanato da te, devi sapere che, se per caso avessi ancora bisogno del mio aiuto, come quando mi hai chiesto di portare un messaggio all'imperatore, puoi sempre contare su di me. E la prossima volta non chieder nulla in cambio.

Mi hai salvato la vita, ma devi sapere che forse oggi non sopravvivr al Circo Massimo. Perch commetter un'azione che una sacerdotessa non pu nemmeno immaginare, ma che un essere come me, un infamis, pu s permettersi: la vendetta. Non so se sopravvivr, ma voglio che tu sappia che se vivr, dedicher il resto della mia vita ad aspettarti. Senza fretta, con infinita pazienza. Potr essere che corra ancora al Circo, ma soprattutto addestrer e mi prender cura dei cavalli, qualcosa di simile a ci di cui ti parlai quando ti chiesi di fuggire con me. Per lo far qui, a Roma, da solo, aspettandoti fino al giorno in cui cesserai di essere vestale e sarai libera, e quel giorno, se lo desidererai ancora, come quando eravamo bambini e i pretoriani vennero a prenderti a casa dei tuoi genitori, quel giorno torner ad abbracciarti e tu non rimarrai mai pi sola.

Menenia smise di leggere e appoggi quel papiro sul petto. Calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi, mentre il carro si dirigeva a sud della citt. Celer si considerava un infamis per la propria condizione di auriga e si rivolgeva a lei come fosse un essere perfetto, ma Menenia sapeva di poter essere la figlia di Domiziano.

La figlia di Domiziano.

Quell'idea, quel dubbio, la lacerava.

L'enigma sarebbe stato presto risolto, ma se fosse stata davvero la figlia di Domiziano nemmeno il pi caldo degli abbracci avrebbe mai potuto cancellare quell'orrore. Forse Celer sarebbe morto quella mattina stessa. Forse anche lei avrebbe finito col togliersi la vita. Forse si sarebbero ritrovati nella morte.

76

UN'ALTRA GARA

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Sul palco imperiale

Cosa stanno gridando? chiese Plotina con aria distratta, ma in verit realmente incuriosita.

Diversium rispose Traiano alla moglie.

Diversium? ripet l'imperatrice. Di cosa si tratta?

 un'antica competizione, una specie di sfida tra aurighi per decidere chi tra loro  il migliore spieg l'imperatore.

Per questo sono di nuovo in pista?

Be', diciamo che... rispose Traiano, divertito dal fatto che sua moglie non avesse idea di cosa aspettarsi. Che si tratta di una gara speciale.

Carceres del Circo Massimo

L'attesa sulle gradinate del Circo Massimo era febbrile: i Bianchi e i Verdi stavano conducendo, di nuovo, i carri e i cavalli delle proprie squadre, o per lo meno quelli che erano sopravvissuti ai terribili incidenti della gara precedente, verso i carceres, ognuno occupando la medesima posizione precedente, poich non c'era stato un nuovo sorteggio. Tutto si sarebbe ripetuto esattamente allo stesso modo, ma con una piccola ed enorme differenza: Celer e Acleo si sarebbero scambiati le posizioni di partenza. Quindi, i cancelli dall'I al V sarebbero rimasti vuoti, perch quegli aurighi che prima li avevano occupati erano caduti in gara. Il secondo dei Bianchi tornava al carcer VI, il primo dei Bianchi all'VIII, mentre il terzo dei Verdi al numero X, il secondo della stessa squadra al XI e il terzo dei Rossi nel XII.

Nel frattempo Acleo, assistito dai propri aurigatores, stava salendo sulla quadriga rossa di Niger, Tigris, Raptore e Orynx, situata nello scompartimento VII, mentre Celer faceva lo stesso, salendo, per la prima volta in vita sua, su un carro diverso dal suo e situandosi nella posizione precedentemente occupata da Acleo.

Posizioni nella nuova gara

Sul palco imperiale

Dicono che ripeteranno la gara disse Vibia Sabina avvicinandosi all'imperatore; come d'abitudine, Vibia cercava di parlare il meno possibile con il marito Adriano.  cos, Cesare? Correranno nuovamente gli stessi aurighi? Non capisco.

Traiano si chin leggermente indietro per poter rispondere alla sua nipote favorita, e chiar i dubbi della giovane. Con lei lo fece.

Si tratta di un diversium. Gareggeranno gli stessi di prima, o almeno quelli che sono sopravvissuti, ma almeno due aurighi si scambieranno i carri. Si rivolse quindi a Liviano. Si sa chi ha scambiato le quadrighe?

Il prefetto del pretorio stava parlando con alcuni pretoriani della guardia. Aveva previsto quella domanda e aveva inviato Aulo perch indagasse con gli allibratori, sempre informati sulle questioni della gara. Il tribuno era appena tornato per informare il prefetto del pretorio.

S, Cesare rispose Liviano. Pare che Acleo abbia sfidato Celer a un diversium, e che quest'ultimo, l'auriga dei Rossi, abbia accettato.

Traiano non se ne stup. Se doveva esserci un diversium quel giorno, non poteva essere che tra Celer e Acleo.

Sar interessante vedere cosa succeder disse l'imperatore.

Per non capisco, cosa ci guadagna l'auriga Celer da tutto questo? insistette Vibia Sabina.

Plotina not che Traiano non si seccava per quelle domande, e che alla nipote dedicava un tempo e un'attenzione maggiori che a lei, l'imperatrice. Quanto sapeva Traiano? Lei e Adriano avrebbero dovuto aumentare le distanze, essere pi discreti, anche se non era sicura che Adriano, tanto impulsivo, avrebbe compreso la necessit di quelle precauzioni.

L'auriga dei Rossi ha vinto molte volte con la sua quadriga, e soprattutto con i suoi cavalli continu a spiegare l'imperatore a Vibia. Se Celer sar capace di vincere anche senza la propria quadriga, ma, anzi, con il carro del suo rivale Acleo, il quale, a sua volta, disporr dei magnifici cavalli dei Rossi, ci prover, senza dubbio alcuno, che  Celer, l'auriga, e non i cavalli, il migliore fra tutti. Inoltre, suppongo che circoler moltissimo denaro nelle scommesse. E poi guard Liviano.

Varie decine di migliaia di sesterzi, Cesare, conferm il prefetto del pretorio in base a quanto mi  stato appena riferito.

Ma questa  un'assurdit, una follia! disse Plotina.

Che cosa? Il denaro scommesso o il diversium?

Entrambi rispose l'imperatrice con tono deciso.

La vita  piena di follie disse allora Traiano ma l'imperatrice  una persona sempre prudente e attenta a non commettere mai una follia, e questa  la pi saggia forma di comportamento a Roma, non  cos?

Plotina deglut e tacque.

Gli aurighi, al contrario, augusto disse Plinio, che si permise di intromettersi nella conversazione, sono infames, come i gladiatori, e sono abituati a queste stupidaggini.

In ogni caso, io ho assistito ad alcuni diversium in passato aggiunse Dione Cocceiano, che aveva appena terminato di tradurre all'ambasciatore dei Kusana ci che si stava commentando. In Oriente sono molto comuni.

E di solito qual  il risultato? chiese Vibia Sabina, sempre pi interessata a quella speciale gara.

Direi che quasi sempre vince colui che corre con il carro del vincitore precedente rispose il filosofo greco, sollevato dal fatto che l'imperatore sembrasse aver dimenticato il suo scritto sulla futilit delle quadrighe.

Ma allora che senso ha questa gara? chiese Vibia Sabina.

Be', il fatto che il nostro filosofo abbia assistito solo a gare in cui ha vinto la quadriga del vincitore precedente non significa che non sia accaduto anche il contrario, e che quindi sia stato l'auriga effettivamente migliore a vincere rispose l'imperatore. Anche se nemmeno io l'ho mai visto, ho sentito parlare di casi del genere. E Traiano si guard intorno in cerca di qualcuno che potesse testimoniarlo.

Un mio amico mi rifer di aver visto vincere uno stesso auriga con due carri diversi consecutivamente, ad Alessandria comment Plinio per non ricordo il nome dell'auriga.

Anche Dione Cocceiano ne aveva sentito parlare, ma era troppo occupato a fare da traduttore per l'ambasciatore per continuare la conversazione.

Curiosamente, Cesare, le scommesse si pareggiano disse Liviano, mentre Aulo e il resto dei pretoriani continuavano a riferirgli informazioni per l'imperatore.

 davvero incredibile il fanatismo che una cosa del genere  capace di suscitare disse Adriano, intervenendo per la prima volta in quel dibattito.

Traiano fiss allora lo sguardo sul nipote. Non aveva prove riguardo alle macchinazioni di Adriano, e forse anche di Plotina, e non erano n il momento n il luogo appropriati per affrontarle, ma quanto gli sarebbe piaciuto, s, per tutti gli dei, quanto avrebbe desiderato umiliarlo proprio l, anche per una volta sola, davanti a tutti. E Traiano pens rapidamente, con la velocit propria del soldato, abituato a dover prendere le pi importanti decisioni in un istante, nel mezzo di violente battaglie, e spesso costretto a dover rischiare, pur consapevole della possibilit di un errore fatale. Traiano calcol, e ripens ad Acleo, ignobile fino al midollo, che aveva mentito in ben due processi, davanti a due diversi tribunali, e a Niger, nobile perfino nelle viscere, incapace di slealt con chi si comportava da buon cavaliere o da buon auriga, e concluse che questa combinazione di opposti non avrebbe mai potuto funzionare. E decise dunque di ignorare le parole di Celer, che lo aveva consigliato di non scommettere su di lui quel giorno. In quel momento, Traiano si lasci condurre non dalla forza della ragione ma dal puro istinto.

Bene, io scommetto su Celer fu la replica dell'imperatore al nipote se qualcuno di voi  disposto ad accettare la scommessa...

Adriano sorrise. Per lui era chiaro: l'auriga dei Rossi, quello che chiamavano Celer, era troppo risentito per poter avere anche solo una possibilit di vittoria. Lo aveva gi dimostrato nella gara precedente. Aveva tentato in tutti i modi di uccidere con il suo carro Acleo, e non era improbabile che anche ora la sete di vendetta avrebbe superato l'impegno per la vittoria; inoltre, l'auriga dei Rossi aveva vinto per pura casualit, perch i carri davanti a lui si erano schiantati nell'ultimo giro. No, quel Celer non era affatto un buon auriga. La forza stava nei cavalli.

Io, Cesare disse Adriano, pronunciando Cesare con quel tono particolare che tanto irritava Traiano. S, io accetto la scommessa e punto diecimila sesterzi su Acleo.

Cal il silenzio sul palco imperiale, in contrasto notevole con la vivacit che continuava febbrile su tutte le gradinate del Circo Massimo. Diecimila sesterzi erano una cifra enorme, perfino per un imperatore di Roma. Tuttavia, Traiano non aveva intenzione di tirarsi indietro. Il denaro era la cosa meno importante in quel momento.

Accetto disse il Cesare.

Adriano, che aveva continuato a sorridere, smise immediatamente non appena vide lo sguardo gelido che Plotina gli lanciava. Il nipote di Traiano abbass il proprio verso terra. Non era certo colpa sua se il Cesare intendeva perdere diecimila sesterzi. Meglio che finissero in mano sua che a un estraneo.

Adriano si trov costretto a mantenere lo sguardo a terra per parecchio tempo. Poi si udirono le trombe. Il diversium stava per cominciare.

Carceres del Circo Massimo

I cavalli scalpitavano e nitrivano nervosi all'interno dei cancelli. Solo nei primi cinque carceres regnava la pace poich erano vuoti, mentre dal VI al XII era tutto uno sbuffare degli animali, sudore degli aurighi e tensione.

Posizioni di partenza

Nell'arena

Improvvisamente si aprirono le porte dei cancelli e i cavalli uscirono d'un lampo, come leoni affamati a caccia di una preda. Questa volta Acleo beneficiava di una posizione di partenza pi vantaggiosa rispetto a Celer. Cos, gli fu facile posizionarsi in testa a inizio gara, ma il primo auriga dei Bianchi, che era stato quarto nella corsa precedente e desiderava migliorare il risultato e magari, perch no, ottenere la vittoria, tagli la strada ad Acleo. Quest'ultimo non ebbe i riflessi pronti per frenare i cavalli e, se fosse dipeso da lui, si sarebbe sfracellato contro la quadriga dei Bianchi a inizio corsa, ma Niger, ritrovandosi l'altro carro proprio a fianco, ebbe la prontezza e la rapidit tali da obbligare Tigris, Raptore e Orynx a frenare, evitando lo scontro. Anche il primo auriga dei Bianchi si rese conto del pericolo di quella manovra e tir le redini per frenare. Fu Celer ad approfittare di quella confusione per superare Acleo e il primo auriga dei Bianchi e affrontare il rettilineo del Circo Massimo, trovandosi quindi in seconda posizione, dato che anche il secondo dei Bianchi aveva approfittato della manovra del suo compagno e, trovandosi in una posizione di partenza pi vicina alla spina, era ora in testa. Chiss, forse quella manovra del primo dei Bianchi non era stata una casualit, ma una strategia di quella squadra per facilitare l'avanzata della quadriga bianca che partiva dalla posizione migliore. Se cos era, la cosa aveva funzionato.

Sul palco imperiale

Lo hanno fatto apposta disse Plinio. I Bianchi hanno organizzato una strategia per il diversium. Acleo e Celer credevano di gareggiare da soli, ma non  cos.

E quello che ha fatto l'auriga dei Bianchi, chiudendo la strada ad Acleo,  valido? chiese ingenuamente Vibia Sabina all'imperatore.

Qui vale tutto rispose Traiano. La maggior parte delle leggi che ci governa cessa di esistere nell'arena del Circo Massimo.

Sul rettilineo del Circo Massimo

Il secondo auriga dei Bianchi pass davanti al palco imperiale a tutta velocit, seguito, a considerevole distanza, da Celer, che tutti coloro che avevano scommesso su di lui stavano acclamando fiduciosi. L'altro auriga dei Bianchi seguiva la scia di Celer, e dietro Acleo, con il carro tirato da Niger, Tigris, Raptore e Orynx. I due aurighi dei Verdi e quello dei Rossi chiudevano la gara.

Posizioni in pista

Sul palco imperiale

Acleo non sembra avere molte possibilit di vittoria, nonostante le previsioni a suo favore disse Dione Cocceiano, il quale, accantonate le proprie considerazioni filosofiche sulle gare, non poteva evitare di lasciarsi trasportare dall'emozionante corsa tra quegli aurighi.

Gi, non sembra avere molte possibilit rispose Adriano trattenendo la rabbia. Chi lo aveva obbligato a scommettere diecimila sesterzi?

Intanto Traiano era concentrato a guardare l'auriga dei Bianchi in testa che si avvicinava alla prima curva e Celer che lo inseguiva a tutta velocit, abilmente preparato a non frenare i cavalli fino all'ultimo istante, per ridurre la distanza. L'imperatore cominci sul serio a pensare, come molti nel Circo Massimo, come tutti sul palco imperiale, che Celer avrebbe vinto: sarebbe riuscito a vincere con il carro di un altro concorrente. E quasi nessuno credeva che Acleo, pur conducendo la quadriga dei Rossi con i cavalli addestrati da Celer, potesse ormai avere possibilit di vittoria. Nemmeno lo stesso Acleo lo credeva.

Traiano si accomod sul trono imperiale che presidiava il Circo Massimo. Avrebbe vinto la scommessa e umiliato il petulante Adriano. Si stava finalmente godendo la gara. Alla fine, era riuscito a ottenere un po' di felicit nel giorno del suo trionfo.

Ma tutti si erano dimenticati di qualcuno.

Niger.

Niger.

Niger era in quarta posizione, condotto da un auriga incapace. Ma Niger non comprendeva le sconfitte.

77

LA FORZA DI ERCOLE E VULCANO

Sotterranei dell'Anfiteatro Flavio, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Carpoforo cess di ridere. Si udivano solo i feroci ruggiti di Ercole e Vulcano. Era come se le due belve intuissero che presto si sarebbero divertiti con ci che pi li aggradava. Marzio, pur arrivato fin l per uccidere il bestiarius, stava, per puro istinto, indietreggiando lentamente, passo dopo passo, ma ormai era troppo tardi. La trappola di Carpoforo cominci a funzionare nel momento in cui il vecchio si volt e con l'ascia insanguinata che teneva in mano tagli la grossa fune. La corda cedette, e in quel momento si avvi il processo per cui, senza che il bestiarius avesse bisogno di muoversi di un millimetro, le due grate delle gabbie dei leoni si sollevarono, contemporaneamente a una terza che si abbass alle spalle di Marzio, sbarrandogli l'uscita.

Benvenuto nella mia casa, gladiatore disse Carpoforo con un ampio sorriso stampato in faccia. Credevi forse che non ti stessi aspettando? Mi sottovaluti. E questo sar stato il tuo grande errore. Il tuo ultimo errore. Come vedi ho preparato tutto. Non puoi fuggire. Siamo io, tu, qui rinchiusi insieme ai miei leoni, e anche, be'... E si volt indietro un istante ...una di quelle prostitute che mi hanno portato per addestrare le tigri provenienti dall'India. L'altra se la stanno mangiando. Ho dovuto farla a pezzi prima. Le bestie sopravvissute ai viaggi cos lunghi per arrivare fin qui imparano a nutrire paura verso gli uomini, e si allontanano da loro quando ne hanno la possibilit. Ma dopo che giungono qui, nell'Anfiteatro Flavio, le fiere di Roma attaccano sempre. Non ti sei chiesto come ci riesco? Il segreto sta nell'offrire loro la carne pi saporita, proprio quella che gli uomini disprezzano tanto. Per lo si deve fare quando le bestie sono spaventate. Mi hai interrotto proprio nel mezzo del mio addestramento delle nuove tigri, un regalo di qualche ambasciatore, qualche re che ha voluto congratularsi con il Cesare di Roma; non sar per colpa mia se questo nuovo regalo non apparir in tutto il suo splendore quando uscir nell'arena dell'anfiteatro, ma ci pu aspettare. Il nostro incontro, tuttavia, non pu dilungarsi troppo. Noi due abbiamo fretta di... concludere.

E scoppi in una fragorosa risata.

Durante quel discorso, Marzio, situato al centro di quella grande stanza sotterranea, aveva osservato l'ambiente: non c'erano vie d'uscita, solo gabbie contenenti fiere che ruggivano nervose, minacciose. In una di queste, vide due tigri che divoravano il corpo senza vita di colei che era probabilmente la prostituta alla quale si era riferito Carpoforo. All'esterno della gabbia, legata da una catena con un anello fissato al suolo, c'era l'altra donna, terrorizzata, che piangeva tra tremende convulsioni generate dall'orrore che la circondava. Marzio si volt e vide i due leoni, Vulcano ed Ercole, che si avvicinavano lentamente. Perch non lo attaccavano?

Attendono il mio ordine disse Carpoforo alle sue spalle, come se gli avesse letto nel pensiero, ma non ho fretta, e mi piace provare fino a che punto sono capaci di obbedirmi.

A Marzio preoccupava avere il bestiarius alle spalle armato di un'ascia, cos si spost di lato, lasciando Carpoforo alla sua sinistra e i leoni alla sua destra. Dietro di lui, c'era la gabbia con le tigri. Non voleva nemmeno avvicinarsi troppo a quest'ultima, rischiando una zampata da quelle bestie provenienti dall'India che non vedevano l'ora di afferrarlo per trascinarlo dentro la loro gabbia.

Dimmi, gladiatore, cosa stai pensando? chiese Carpoforo. Mi sono sempre chiesto quale sia il pensiero di un uomo coraggioso prima di morire. Forse che non avresti dovuto sfidarmi?

No rispose Marzio con apparente disinvoltura. Sto pensando al tempo.

Il bestiarius, sostenendo l'ascia con entrambe le mani, sollev le sopracciglia.

Non l'avrei mai immaginato disse. Stai pensando al poco tempo che ti rimane da vivere?

I leoni si stavano avvicinando sempre pi, ma, anche se avevano le fauci spalancate gocciolanti di saliva, sembrava non avessero intenzione di attaccare il gladiatore, attendevano l'ordine. Era evidente che obbedivano al padrone con una tale disciplina che avrebbe fatto invidia a qualunque ufficiale delle legioni.

No, rispose Marzio sto pensando a quanto tempo  passato da quando i leoni hanno distrutto le lance che avevo portato con me. Le lance su cui erano infilzate le braccia dei cadaveri, complete di mani e dita. So che  quello che i tuoi animali preferiscono: le parti pi tenere.

Carpoforo corrug la fronte scura, creando una profonda ruga al centro. Il gladiatore aveva dato da mangiare a Ercole e Vulcano, ma non per questo i due si sarebbero fermati. Improvvisamente, uno dei due rugg brutalmente.

Il tempo  passato... aggiunse Marzio.

Gli occhi di Carpoforo si spalancarono a tal punto che parve stessero uscendo dalle orbite. No, non poteva essere, no. Ercole, a un tratto, invece di ruggire cominci a muoversi in modo strano. Tent di dirigersi verso Marzio, ma il gladiatore brand la spada e l'animale si trattenne; poi si diresse verso il bestiarius, che subito lo fren.

Buono, Ercole, buono! gli ordin Carpoforo. Non muoverti!

Il leone all'inizio obbed, ma poi ricominci a muoversi, da una parte all'altra, fino a quando non croll al suolo come un gigantesco ciclope svenuto.

Li hai avvelenati! Miserabile! Li hai avvelenati!

Gi rispose Marzio con tono gelido. Ma si sorprese quando il bestiarius, invece di preoccuparsi, scoppi in un'altra risata.

Ah, ah, ah! Molto furbo! Molto furbo! Devo riconoscere che sei ingegnoso e coraggioso, gladiatore, ma non  ancora finita. Hai avvelenato Ercole, che  sempre stato troppo ingordo. Con lui non sono riuscito a controllare tutto, come per esempio il suo insaziabile appetito, ma Vulcano  diverso. Sei proprio sicuro che abbia mangiato il braccio avvelenato che gli hai dato?

Marzio avvert il sudore freddo che cominciava a colargli sulla fronte. Ricord che Vulcano aveva raccolto il braccio avvelenato che aveva chiesto a Verre, il cuoco, e che se l'era portato in fondo alla gabbia, ma non aveva potuto verificare se l'animale lo avesse mangiato. Poi aveva ripetuto l'operazione con Ercole, e in quel caso la belva aveva divorato smanioso il grande boccone di fronte ai suoi occhi, sotto la luce della torcia. Ma... cosa aveva fatto Vulcano? No, non lo sapeva. L'animale si avvicin pericolosamente.

Carpoforo sorrideva. Doveva solo dare l'ordine, ma era troppo divertente vedere, finalmente, quel gladiatore in trappola.

78

IL GALOPPO DI NIGER

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Posizioni in pista

Nell'arena

Le posizioni in gara si erano mantenute invariate dopo la prima curva. Dopo la complicata partenza, la situazione sembrava essersi normalizzata, ma presto le manovre rischiose ricominciarono. C'era troppo oro in gioco. E cos, al terzo giro, l'auriga dei Bianchi in testa si apr troppo nella quinta curva, allontanandosi eccessivamente dai coni delle metae. Celer non esit un istante e condusse abilmente la quadriga azzurra verso i pericolosi coni, e il carro dei Bianchi, uscendo dalla curva, venne superato. Ora Celer era in testa.

Posizioni in pista

Nell'arena

Gli costava ammetterlo. Aveva realmente creduto di poter vincere quel folle diversium, ma aveva sottovalutato la situazione, e ora, all'improvviso, tutto cominciava a mostrarsi per ci che era.

Aveva appena concluso il sesto giro, seguito dai due aurighi bianchi e poi da Acleo, il quale, almeno per il momento, non pareva essere in grado di recuperare il terreno perduto; ma proprio in quel momento, durante quel sesto giro, l'ultimo auriga dei Rossi decise di darsi da fare e diresse i cavalli verso i coni delle metae. La sua idea era di emulare la manovra appena realizzata con successo da Celer, ma c'era una differenza: l'auriga dei Verdi che si trovava davanti a lui non si era allontanato tanto dai coni, e non c'era spazio sufficiente per poter passare. Poteva sembrare, ma non era cos.

L'auriga dei Rossi non cedette. E nemmeno quello dei Verdi.

Si scontrarono.

La quadriga rossa salt in aria roteando su se stessa e colpendo, nel suo volo fatale, l'auriga dei Verdi, che si catapult al suolo vedendo i propri cavalli avvilupparsi a quelli del concorrente in un ammasso di teste, zoccoli, nitriti infernali e sangue.

I due aurighi caddero a varie decine di passi dai coni. L'auriga verde non pot rialzarsi, dal momento che il colpo in testa lo aveva lasciato in stato di incoscienza. L'altro auriga, che aveva provocato l'incidente per colpa della sua folle audacia, strisciava ricoperto di sangue sulla pista, disorientato. Gli animali tentavano di rialzarsi, ma alcuni si erano rotti una zampa e non potevano farlo; e inoltre, per via del loro peso, impedivano ai cavalli sani che si erano ritrovati sotto di loro di scappare da quel luogo pericoloso.

Nel frattempo, le cinque quadrighe rimaste continuavano la loro corsa sul rettilineo.

Posizioni in pista

Nell'arena

Vari aurigatores dei Rossi e dei Verdi, i mozzi dell'arena e gli schiavi tentarono di liberare la pista prima del nuovo passaggio dei carri, ma c'era poco tempo. Un medico e due schiavi trascinarono via dalla pista l'auriga dei Verdi, che nonostante avesse perso conoscenza e fosse gravemente ferito, era ancora vivo. Due aurigatores lo trasportarono nei carceres. Pi complicato risult spostare i cavalli. Infine un giudice cominci a dare ordini, di fronte alla confusione e incapacit di quelli nel sistemare il disastro in cos poco tempo.

Tagliate i ganci dei cavalli feriti, idioti! Per Giove, tagliate!

E cos fecero. E tutti i cavalli sani si rialzarono e, incitati dai mozzi, corsero veloci verso i carceres, e sulla pista rimasero solo i due cavalli agonizzanti vicino alle metae. Nel frattempo, vari schiavi tentavano di ritirare i resti delle quadrighe accidentate, ma rimasero ancora due ruote, vicino ai cavalli feriti. Erano agganciate tra loro e intrappolate sotto il corpo di uno dei due cavalli.

Non potremo spostarle finch non terminer la corsa grid il giudice. Fuori, fuori!

Le quadrighe ancora in gara stavano ritornando al galoppo verso il luogo dell'incidente, dopo aver passato la settima curva e affrontato il rettilineo in direzione dei carceres. Celer fu il primo a raggiungere quel terribile punto. Con destrezza diresse i cavalli azzurri in una pericolosa manovra, in modo da non lasciare che si avvicinassero alle metae come d'abitudine, evitando quindi le ruote sganciate e i cavalli feriti. Ci l'obblig a prendere la curva larga, ma nessuno avrebbe potuto superarlo stringendo di pi senza scontrarsi con i resti dell'incidente. La situazione era molto simile a quella della gara precedente. Dietro di lui, Acleo, con sua stessa sorpresa, cominci a comprendere perch i cavalli addestrati da Celer avessero vinto tante gare: con incredibile facilit, come se Niger e gli altri si fossero solamente scaldati durante i primi giri, ora stavano accelerando in modo impressionante e superarono uno degli aurighi dei Bianchi. Quindi raggiunsero la curva, ma Niger si stava avvicinando troppo ai coni vicino ai quali c'erano le ruote sganciate, cos Acleo grid: Dextrorum! Dextrorum!.

E Acleo dimostr allora quanto bene fossero stati addestrati quei cavalli, e specialmente Niger, che vir leggermente ma quanto bastava per evitare i resti di legno e ferro che li avrebbero fatti ribaltare. Ma non fin l: subito dopo avere superato l'ostacolo, Niger riprese un galoppo velocissimo con l'aiuto di Orynx, Tigris e Raptore, in modo che, di nuovo con incredibile facilit, superarono un altro auriga dei Bianchi sul rettilineo, situandosi in seconda posizione, dietro allo stesso Celer.

Posizioni in pista

Nell'arena

Acleo sorrise. A ogni passo di Niger in quell'infinito galoppo, l'auriga azzurro si avvicinava sempre di pi al suo eterno rivale. Quei cavalli erano in grado di correre praticamente da soli. Ci che aveva creduto impossibile, d'improvviso, grazie a Niger e agli altri magnifici animali, risult a portata di mano.

Sul palco imperiale

A quanto pare disse Adriano molto pi rilassato rispetto a inizio gara Acleo ha ancora la possibilit di vincere.

Traiano rimase in silenzio. Con il volto serio osservava attento ci che accadeva in pista. Non gli importava tanto che Acleo vincesse, quanto pi il fatto che Celer, che aveva cominciato a stimare da quando gli aveva recapitato quel messaggio da Roma per avvisarlo che la sua vita era in pericolo, fosse sconfitto da quel sacrilego che non aveva esitato a mentire per ben due volte di fronte al Collegio dei pontefici. Forse avrebbero dovuto punirlo con pi ferocia. Ma non era solo questo a turbare Traiano, piuttosto non sopportava l'idea di perdere quella maledetta scommessa con Adriano. Non aveva bisogno di voltarsi indietro per sapere che il nipote stava sorridendo soddisfatto, ora che le due quadrighe erano a pari e c'era la possibilit che Acleo superasse Celer.

Nell'arena

Erano al secondo rettilineo del quinto giro e Niger aveva condotto, apparentemente senza alcuno sforzo, i propri compagni al galoppo fino a situarli all'altezza della quadriga azzurra di Celer.

Quest'ultimo agit le redini con furia. Forza, forza, forza! gridava nel vano tentativo di mantenersi in testa.

Ma fu tutto inutile.

Acleo raggiunse la prima posizione poco prima di affrontare la decima curva. Aveva la vittoria in pugno. Nulla poteva pi interferire con la dolce vendetta che stava per assaporare distruggendo per sempre la vanit di Celer. Doveva solo lasciarsi trasportare da Niger. Nulla di pi. Gli stessi cavalli che tanta gloria avevano dato a Celer ora stavano per strappargliela.

Posizioni in pista

Sul palco imperiale

Traiano, come se tutto a un tratto quel trono gli risultasse scomodo, si muoveva da una parte all'altra cercando una sistemazione adeguata. Raccolse allora da terra la tavoletta con la lista delle corse e i combattimenti dei gladiatori in programma quella mattina, e cominci a esaminarla per distogliere l'attenzione dall'arena del Circo Massimo. E not qualcosa di strano.

Liviano!

S, Cesare.

Dov' il lanista? chiese il Cesare alquanto contrariato.

Vado immediatamente a chiamarlo, augusto. E corse a parlare con Aulo.

Il tribuno raggiunse immediatamente l'allenatore dei gladiatori, il quale, potendo essere utile al Cesare in qualunque momento, era seduto molto vicino al palco imperiale.

L'imperatore vuole vederti disse l'ufficiale pretoriano a Trigesimo.

Questi si alz e segu il passo rapido del soldato. Il lanista era preoccupato. Aveva forse fatto qualcosa che aveva indisposto il Cesare? Ci sembrava, dal tono di voce del tribuno pretoriano, ma no, no, non doveva innervosirsi. Certamente l'imperatore voleva solo domandargli qualcosa sui gladiatori. Non aveva nulla da temere. Aveva organizzato delle ottime accoppiate. Un buon intrattenimento per tutti. Tuttavia, non poteva evitare di camminare teso e di deglutire.

Aulo lo accompagn fino al trono imperiale.

Qui non vedo il gladiatore Marzio, disse l'imperatore colui che tutti chiamano Senex, per via dei suoi anni.

Trigesimo non sapeva bene cosa rispondere. Abbiamo un numero dispari di gladiatori, augusto. Uno era di troppo.

E hai eliminato proprio Senex nel giorno del mio trionfo? chiese Traiano mostrando un'evidente delusione.

Non sapevo che il Cesare nutrisse un particolare interesse per questo lottatore. Se lo avessi saputo...

Be', ora lo sai lo interruppe Traiano. Spero di vederlo combattere la prossima volta che verr all'Anfiteatro Flavio o qui al Circo. Ora ti  chiaro che questo gladiatore m'interessa particolarmente?

S, Cesare, s, augusto disse Trigesimo mentre c'inchinava pi volte di fronte all'imperatore.

Traiano alz la mano sinistra e con un gesto indic ad Aulo di portar via quell'uomo. Intanto, la gara continuava. E in modo molto diverso da quanto Traiano si aspettava.

Il lanista torn al suo posto appena fuori dal palco imperiale. Si sedette di nuovo tentando di calmarsi, ma sudava profusamente. Se Senex non fosse tornato vivo dal suo scontro con il bestiarius, la sua carriera come lanista sarebbe finita. E l'ira dell'imperatore si sarebbe abbattuta su di lui. Avrebbe dovuto lasciare il Circo Massimo, assoldare dei pretoriani e discendere nell'Anfiteatro Flavio, ma non poteva, non gli era permesso lasciare il proprio posto. Se il Cesare avesse richiesto nuovamente la sua presenza... Gocce di sudore continuarono a scendere abbondantemente dalle sue tempie.

79

LA LETTERA DI IGNAZIO

Una casa modesta di Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Avvicinati sussurr Evaristo.

Alessandro si avvicin al vescovo malato. Con il frastuono proveniente dal Circo Massimo era difficile intendere le parole spezzate del suo vecchio precettore.

 meglio che riposi e non sprechi energie parlando. Domani la febbre sar passata disse Alessandro, ma il suo interlocutore scosse la testa.

No, amico mio. Il Signore mi reclama. Questo  il mio ultimo viaggio, ma la mia morte non ha importanza. Siamo solo gocce d'acqua nell'oceano. La cosa importante, Alessandro,  l'oceano, e fin dove fluiscono le sue acque, mi capisci?

S, certo rispose Alessandro, anche se non era troppo sicuro di aver inteso la metafora.

Ascoltami, Alessandro. Ascoltami bene perch mi rimane poco tempo. Tu mi rimpiazzerai nel posto di Pietro. No, non dire nulla. Ho gi parlato con gli altri e sono tutti d'accordo. Spetta a te continuare la missione di Pietro. Farai in modo che il messaggio di Cristo continui a trasmettersi a tutti, che non cada nell'oblio. Questa  la cosa essenziale. L'Impero romano  l'oceano, ma le sue acque sono ristagnate, e piene di anticristo, di cattivi cristiani e di uomini perduti. Ascoltami bene: Ignazio mi ha scritto. La missiva  giunta poco fa. E segnal con l'indice un papiro arrotolato su un piccolo tavolo.

Alessandro si alz e prese il papiro. Stava per leggerlo, ma il malato riprese a parlare.

Avrai tempo per leggerlo una e mille volte, come ho fatto io.  una lettera enigmatica ma importante. E sarai tu a dover decifrare il messaggio che nasconde. Ignazio ci annuncia la visita di un uomo. Verr dall'Oriente, in veste di commerciante. Riferisce che l quest'uomo ha donato molto denaro alle comunit cristiane e che appare a tutti come un buon cristiano, contribuendo il pi possibile a preservare il messaggio di Cristo.

Questa  una buona notizia comment Alessandro, pur intuendo che qualcosa preoccupava l'anziano vescovo.

S, cos sembra. Ogni aiuto  prezioso. A noi manca l'appoggio necessario per rimanere dove siamo e per arrivare ad altri paesi, ma il caso , e qui sta l'enigma, che Ignazio ci rivela anche che quest'uomo che giunger ha un piano segreto per preservare la parola di Cristo. E noi dobbiamo... essere cauti.

Quale piano? Come si chiama quest'uomo?

Ho la gola secca. Dammi un po' d'acqua.

Alessandro gli avvicin un bicchiere e l'anziano bevve un paio di sorsi.

Nulla mi placa la sete, ma non devo perdere tempo con queste necessit corporali. Quest'uomo si chiama Marcione, e presto giunger a Roma, come ti ho detto. Non so esattamente quando, ma la missiva di Ignazio ha ritardato e lui scrive che Marcione stava gi organizzando il suo viaggio. Non conosco il suo piano. Sarai tu a scoprirlo quando arriver, e dovrai capire se si tratta di una buona idea o di uno sproposito. Dovrai fare molta attenzione con quest'uomo dell'Oriente.

Perch tante precauzioni se quest'uomo ... se Marcione ci ha aiutato tanto?

Perch Ignazio, nella sua lettera, insiste sul fatto di non essere certo di averci inviato un angelo del Signore o di... Satana.

80

LA MORTE DI TAMURA

Nord della Dacia
26 giugno del 107 d.C., hora septima a Roma
(tre ore avanti in Dacia)

A Roma il sole iniziava la sua discesa, ma nelle zone di frontiera con la Dacia la sera gi avanzava sui faggi del Nord. Alana camminava lungo il fiume, cercando con il suo sguardo felino qualunque traccia che potesse aiutarla a seguire il tragitto percorso da sua figlia, ma non trovava nulla. Aveva gridato il suo nome decine di volte, e in risposta aveva ottenuto solo il rumore delle foglie agitate dal vento e dello scorrere delle turbolente acque nelle quali, sempre di pi, temeva fosse caduta Tamura nel tentativo di fuggire dai Romani.

Improvvisamente ud un suono alle sue spalle, e per un istante nutr la speranza di vedere la piccola, l, vicino a lei, invece ci che vide furono due cavalieri romani, ad appena una trentina di passi. Come aveva fatto a non udirli prima? Si rese conto che venivano controvento, e questo aveva coperto il rumore degli zoccoli dei cavalli. Questo e il forte rumore del fiume. Ma ormai non importava pi. I due parlavano tra loro.

 quella caduta dal precipizio disse uno.

Non  morta. La maledetta non  morta rispose l'altro.

Scoprire di essere stati ingannati da quella donna li riemp di rabbia, poich per colpa sua avevano perso fin troppo tempo. Ci che non capivano era perch quella sarmata avesse gridato tanto. Non aveva senso. O forse s? Ma s, certo. Quello che aveva udito per primo le grida di Alana intu immediatamente, non appena vide lo sguardo della donna pieno di terrore e di paura. Lui, per esperienza, sapeva che le sarmate non guardavano mai cos i Romani. Erano delle combattenti e non temevano la morte. Quella donna era troppo terrorizzata. Mentre rifletteva, il suo compagno smont lentamente da cavallo e sfoder la spada.

Per il legionario rimasto sul cavallo era ormai evidente che quella sarmata era la madre della bambina, e certamente stava gridando il suo nome nell'intento disperato di trovarla.

Arrenditi, maledetta, o questa volta ti finiremo come abbiamo fatto con le altre disse il cavaliere sceso da cavallo, avvicinandosi alla donna, la quale, con un gesto di sfida, brandiva a sua volta la spada.

Il romano si avvicin con cautela, poich aveva gi visto come quelle donne si difendevano, e difatti Alana fu rapidissima: fece per attaccarlo da sinistra, lui si difese, ma mentre stava per contrattaccare, lei gli assest un colpo sulla lorica. La corazza lo salv da una ferita mortale, ma l'impatto fu forte e cadde di lato lasciando scoperto il collo. Il resto, nonostante fosse zoppa, fu facile per Alana.

Aaah! grid il romano tentando di coprirsi la ferita al collo.

L'altro, molto pi cauto, era rimasto sul proprio cavallo a osservare la scena. La rabbia che sentiva per quella guerriera che li aveva ingannati era incredibilmente cresciuta nell'assistere a come lei feriva il compagno, un cavaliere con il quale aveva condiviso tante difficolt e alcune notti di baldoria durante quella campagna militare. L'imperatore era tornato a Roma, ma a loro era toccato rimanere l di pattuglia, ai confini del mondo, in quei maledetti boschi, lottando contro i violenti Sarmati che non volevano arrendersi. La rabbia incontenibile unita alla paura rendono l'uomo un miserabile. Il cavaliere voleva ferire quella donna nel modo pi crudele possibile: senza smontare da cavallo si abbass da un lato e segnal con la mano l'immaginaria altezza di un bambino, o di una bambina, e dovette piegarsi molto in basso per indicare la probabile statura di Tamura. Poi, prima che la donna si avvicinasse, riprese la posizione eretta e port la stessa mano con cui aveva indicato l'altezza della bambina al collo, imitando il gesto di tagliare la gola.

Alana, con gli occhi sbarrati, scosse la testa.

No, no, no! grid disperata, fuori di s, e parl in latino, perch voleva sapere, doveva sapere la verit. Menti, romano, tu menti!

Il cavaliere si sorprese del fatto che la sarmata conoscesse la sua lingua, ma rispose. Se lei lo capiva, poteva infliggerle ancora pi dolore.

Non mento. Altri cavalieri hanno trovato il corpo della bambina pi in basso. Non siamo stati noi. La bambina  morta annegata nel fiume. Vi credete coraggiose, ma  bastata un po' d'acqua a uccidere tua figlia, perch era tua figlia, non  vero? Si divert nel constatare come quella rivelazione stava conducendo alla pura agonia la guerriera che, fino a un istante prima, si era dimostrata tanto indomita.  morta insistette il romano per affondare la lama ancora pi a fondo nella piaga. Morta.

Allora Alana abbass lo sguardo e le spalle, e la spada, ancora nella sua mano ma inerte, abbandonata dalle sue braccia sconfitte.

No, no, no! ripeteva, ma quella parola non faceva altro che confermare il peggiore dei suoi presentimenti.

E cos lei, che mai si era arresa davanti ad alcuna spada, ad alcun nemico, fu sconfitta dalle parole. E cammin all'indietro, senza guardarsi intorno, senza prestare alcuna attenzione a ci che accadeva a terra, e nemmeno not il cavaliere che aveva ferito mentre, in un ultimo gesto estremo, raccoglieva il gladio e, trascinandosi verso di lei, lo conficcava nella gamba destra di quella maledetta guerriera del Nord.

Aaah! grid Alana cadendo all'indietro, sopra il cavaliere. Per puro istinto si rotol di lato e affond, ancora una volta, la propria spada nel collo di quel legionario, fino a che non fu sicura di aver reciso ogni arteria. Ma nulla le importava pi. Nella sua mente c'era solo l'immagine di Tamura che annegava in quel fiume situato alla fine del mondo, sola, spaventata, senza di lei. Tamura era morta. Ora pi nulla importava. E non c'era pi nulla per cui lottare. Marzio era imprigionato a Roma, a miglia e miglia di distanza, e la sua piccola era morta. Aveva tentato: contro tutto e tutti. Aveva tentato di sopravvivere. Lei, che desiderava solo vivere in pace, lontano da quelle guerre, ma non glielo avevano permesso. I Romani, i Daci, i Rossolani e il suo stesso popolo. Tutti erano impazziti e a lei non restava pi nulla per cui continuare a lottare.

Alana scoppi in un pianto straziante. Non era pi una guerriera. Non aveva pi forze. Nemmeno vide che l'altro cavaliere smontava da cavallo approfittando del fatto che lei fosse in ginocchio, ferita e distratta dal proprio orrore. Non lo vide perch le lacrime le impedivano persino di vedere, ma intu che quell'ignobile le si stava avvicinando, e pens di ucciderlo. Uccidere, uccidere, uccidere, come aveva fatto per tutta la vita; per, semplicemente, non trov le forze per alzarsi e lottare. Senza Tamura, no. Senza la sua piccola pi nulla contava. La spada che il romano stava sollevando, quella che l'avrebbe uccisa, era una benedizione di Bendis. Lei non poteva pi resistere.

E chiuse gli occhi.

E rimase l, quieta.

Aspettando il colpo finale.

81

LA FRUSTA DI ACLEO

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Posizioni in pista

Nell'arena

Iniziavano ad affrontare il primo rettilineo dopo la sesta curva. Acleo era ancora in testa e avanzava deciso. Dopo un inizio complicato, quei cavalli avevano superato, una a una, tutte le quadrighe che si interponevano tra lui e la vittoria, e ora cavalcavano come il vento.

Alle sue spalle, Celer, nel trambusto di quella pericolosa gara, aveva iniziato a concepire una nuova strategia. I cavalli addestrati da Acleo non sembravano galoppare al limite delle loro possibilit, e non importava quanto gridasse e agitasse le redini: quegli animali non volevano aumentare la velocit. Ma il grande auriga intuiva che, nonostante la fatica accumulatasi, potevano dare di pi. Quando fu alla decima curva, ebbe l'illuminazione. Non avrebbe voluto farlo, ma erano i cavalli del suo avversario, allenati dal suo mortale nemico. Celer deglut, prese la frusta che era agganciata sulla destra all'interno della quadriga e lanci in aria le sue stringhe di cuoio. Uno schiocco tagli l'aria sui cavalli che tiravano il carro. Fu come se fossero stati punti. Celer avvert una scossa. Gli animali accelerarono. S, era cos: avevano paura della frusta. Cos erano stati addestrati: con la paura. Celer fece risuonare la frusta con acuti schiocchi sopra gli animali, e loro continuarono ad accelerare ogni volta che udivano quel suono. Ora il carro condotto da Acleo non era pi tanto lontano. Tutto era ancora in gioco.

Acleo ud il clamore del pubblico, e ci lo mise sull'avviso. Si volt un istante guardando di sbieco alla sua sinistra: quel maledetto di Celer si stava avvicinando. E vide il suo rivale usare la frusta per minacciare i cavalli, i quali, cos com'erano stati addestrati, rispondevano correndo con nuove energie.

Per Marte! Per tutti gli dei! esclam furioso.

Non poteva essere. Per nulla al mondo poteva perdere quella gara, non una gara qualunque, ma un diversium. Se fosse stato sconfitto ora, conducendo i cavalli che avevano reso Celer vittorioso, non avrebbe mai pi gareggiato. Nessuno avrebbe mai pi scommesso su di lui. N a Roma, n in qualunque altro circo dell'Impero. Sarebbe stata la sua fine. In un diversium ci si giocava tutto. Torn a guardare di fronte a s. Stavano per affrontare l'undicesima curva della gara. L non c'erano resti di carri accidentati, quindi doveva approfittare al massimo della circostanza e stringere il pi possibile la curva per incrementare la distanza dal suo inseguitore.

Sinistrorum, sinistrorum! grid Acleo con tutte le sue forze.

Niger ud la parola ma la interpret come dextrorum. Acleo non poteva immaginare che Niger, al contrario della maggior parte dei cavalli, non riconosceva i comuni ordini per i quali dextrorum significava spostarsi a destra e sinistrorum spostarsi a sinistra; Celer lo aveva addestrato usando la parola ad laevam per la sinistra e dextrorum per la destra.

Niger non cap bene perch quell'auriga gli ordinasse di spostarsi a destra quando non c'erano ostacoli vicino ai coni delle metae, ma era incapace di contravvenire a un ordine, e quindi si spost sulla destra, secondo quanto gli pareva di aver udito, anche se il conducente non aveva pronunciato l'ordine alla stessa maniera di Celer.

Acleo si rese conto che invece di andare a sinistra Niger stava andando a destra, allargando la curva.

Sinistrorum, sinistrorum, maledetto! grid varie volte, ma quanto pi urlava quell'ordine, tanto pi quello stupido animale si allontanava dai coni, con assoluta disperazione dell'auriga.

La manovra fu un completo disastro, e Acleo, guardando di nuovo indietro per un istante, vide che Celer, i cui cavalli si erano avvicinati il pi possibile ai coni nel curvare, stava recuperando rapidamente terreno. Acleo avvert il sudore freddo che stava ricoprendo ogni millimetro della sua pelle scurita dal sole. Non era ancora finita. Aveva commesso un errore. Ma continuava a essere in testa. Si trattava solo di mantenere la posizione. Quei cavalli avevano vinto prima e lo avrebbero fatto ancora, solo che ora avrebbero portato lui alla vittoria. Doveva fare come Celer: usare la frusta. La cerc con la mano destra senza smettere di guardare avanti. Gli scivol dalle mani sudate e fu sul punto di perderla, ma reag con buoni riflessi e riusc a raccoglierla prima che cadesse dal carro. Sapeva di essere troppo nervoso. Doveva calmarsi, la gara non sarebbe finita fino all'ultima curva, e fino alla fine dell'ultimo rettilineo. Brand la frusta e la fece schioccare su Niger, Tigris, Raptore e Orynx. Ma, con sua sorpresa, i cavalli non aumentarono la velocit. Continuavano quel galoppo, veloce ma insufficiente per mantenere Celer a distanza. Acleo pass allora a fustigare direttamente la schiena dei cavalli con le stringhe di cuoio.

Il primo a ricevere la frustata fu Orynx, che reag aumentando la velocit. Il secondo fu Raptore, il quale, che fosse per la frustata o per l'accelerata di Orynx, increment il galoppo tirandosi dietro anche gli altri due animali. Acleo sorrise. Tutto sarebbe finito bene. Doveva continuare cos e la vittoria sarebbe stata sua. Un'altra frustata, questa volta per Tigris. E pi velocit ancora.

Ah, ah, ah! rise Acleo voltandosi di nuovo e constatando che Celer si stava allontanando, perdendo terreno sul rettilineo.

Nel frattempo, dietro di loro, una delle quadrighe dei Bianchi affront l'undicesima curva senza problemi, ma l'altra venne raggiunta dal terzo auriga dei Verdi, che non voleva assolutamente arrivare ultimo come nella gara precedente, e che quindi prese la curva dall'interno per tentare di superare l'auriga bianco e passare tra lui e i coni. Ma, proprio come nell'ultimo incidente, non c'era abbastanza spazio. Era incredibile come quel disastro potesse ripetersi all'infinito, gara dopo gara, e perfino pi volte nella stessa corsa. Le due quadrighe si scontrarono in maniera brutale. Animali, carri, ruote, auriga e tutto il resto saltarono per aria. Il sangue riemp l'undicesima curva. Il pubblico era estasiato.

Rimanevano solo tre carri: Acleo, seguito molto da vicino da Celer, e in ultima posizione uno degli aurighi dei Bianchi. Era uno spettacolo ineguagliabile.

E volevano di pi

Sempre di pi.

Posizioni in pista

Nell'arena

I giudici impartirono nuovamente le direttive per far ripulire l'arena dai resti dell'incidente il prima possibile. Gli schiavi si affannavano, ma, dato che questa volta si trovavano all'estremit opposta rispetto ai carceres, dovettero farlo senza l'aiuto dei mozzi delle squadre. Nel Circo Massimo il tempo era, come sempre, troppo scarso. Acleo e Celer stavano gi svoltando all'altra estremit della pista.

Di fatto, si trattava della dodicesima curva per entrambi. Quella che avrebbe segnato l'inizio del settimo e ultimo giro.

Sinistrorum, sinistrorum! torn a gridare Acleo a Niger, per questi, confondendo ancora una volta la parola con dextrorum, vir a destra, aprendosi in curva e perdendo cos tutto il terreno conquistato sul rettilineo. Aaah! Maledetto! Maledetto una e mille volte, maledetto da tutti gli dei! url Acleo e, senza esitare, assest una terribile frustata alla schiena di Niger, l'unico che fino a quel momento era scampato alla violenza del disprezzabile auriga.

Il cavallo nitr furioso. Scroll la testa mentre continuava a correre. Un'altra frustata e un'altra ancora, e ancora. Acleo stava ora scaricando tutta la propria rabbia su Niger, continuando a gridare e a guardare davanti a s.

Maledetto, maledetto da tutti gli dei! Acleo vide che Celer, ancora una volta, stava approfittando di quell'errore per recuperare terreno; la sua rabbia era incontenibile. Ti ammazzer, ti ammazzer, bestia! Dovrai morire prima di perdere questa corsa!

E l'auriga continu a infliggere frustate alla schiena di Niger. Il cavallo nitriva e perdeva fiato, il che faceva ulteriormente infuriare Acleo. L'animale non capiva cosa stesse succedendo. Gli aveva dato un ordine e l'aveva eseguito alla perfezione, e tuttavia quell'auriga continuava a colpirlo. Dalla voce era consapevole del fatto che a condurlo non fosse Celer. Qualcosa aveva percepito nei carceres, per l, prima della partenza, tutto era confuso e tutti troppo nervosi perch l'animale potesse rendersi conto del cambio di auriga; ma Niger ne aveva acquisito consapevolezza via via che la corsa procedeva, udendo quella voce che sapeva non appartenere al suo padrone. Quella voce che non pronunciava le istruzioni come Celer. Tuttavia lo aveva accettato. Era gi stato il cavallo di un altro uomo per un certo periodo, per quell'altro uomo era nobile. E ora, pur obbedendo agli ordini, riceveva quel terribile castigo.

Altre frustate.

E altre, e altre.

La schiena di Niger sanguinava. Acleo cominci a frustare gli altri cavalli vedendo che colpire Niger non serviva a nulla. E lo avrebbe ammazzato, quell'animale. S, colpendo gli altri tre, Orynx, Raptore e Tigris, finalmente la quadriga cominciava ad accelerare.

Niger, al contrario, completamente ricoperto di sangue e anche lui, a modo suo, colmo di rabbia e rancore per quell'auriga che lo aveva riempito di frustate, che li maltrattava tutti, voleva frenare la corsa, ma Orynx, Raptore e Tigris erano del tutto succubi di quella frusta infernale e non badavano al ritmo che Niger tentava di imporre: volevano solo correre, correre pi rapidamente per far terminare quel tormento il prima possibile e finire quella corsa piena di sofferenza, dolore e sangue, il loro stesso sangue che potevano fiutare mentre galoppavano senza sosta...

Niger, agganciato a quella quadriga, era inevitabilmente incatenato anche al timore cieco dei tre compagni. Non poteva fare altro che sbuffare e soffrire a ogni passo di quell'odioso galoppo in cui si era trasformata la corsa.

Questo era ci che avrebbe fatto qualunque cavallo.

Qualunque cavallo tranne Niger.

Si avvicinava la tredicesima curva. L'assurdo ordine torn a uscire dalla bocca di quell'auriga.

Sinistrorum, sinistrorum!

Ma per Niger quell'ordine non aveva alcun senso. Se avesse obbedito, ovvero, se nel suo intendere dextrorum avesse girato a destra, quello avrebbe ripreso a colpirlo. Quindi perch obbedire? Per nemmeno poteva frenare Orynx, Tigris e Raptore. Rimaneva una sola cosa da fare. Se Niger fosse stato un uomo, in quel momento tutti lo avrebbero visto sorridere di odio, rabbia e furia. Avrebbero assistito a uno dei sorrisi pi diabolici della storia.

Nella tredicesima curva stavano ancora ripulendo la pista dai resti dello scontro tra la quadriga bianca e la verde. Erano riusciti a ritirare i cavalli feriti, i due aurighi morti e gran parte dei resti dei carri, ma restavano le ruote e un pezzo di una delle quadrighe sulla destra della curva. Ci nonostante, c'era spazio sufficiente perch un carro potesse passare, se abilmente condotto, tra un resto e l'altro.

Le frustate continuavano a colpire implacabilmente la schiena di Niger.

Acleo guard indietro. Celer aveva recuperato terreno dopo l'ultimo rettilineo.

Gli allibratori continuavano ad accettare denaro. La vittoria di Celer, ormai quasi impossibile, era stata pagata molto bene, ma ora tutti scommettevano a favore di Acleo.

Un'altra frustata sulla schiena di Niger.

Quattro rivoli di sangue scorrevano dalla sommit del cavallo fino al suolo, scivolando sulle zampe dell'animale.

Il cavallo era esausto, ma non poteva fermarsi perch dipendeva dalla follia di Orynx e degli altri, che non badavano a lui e non avevano la bench minima intenzione di rallentare. D'accordo pens Niger per continuano a obbedirmi nella direzione da seguire.

Niger chiuse gli occhi per un istante. L'esitazione di fronte alla decisione finale. Stavano per entrare nella tredicesima curva. L'ultimo delfino era caduto. Tutto stava per finire, ma Niger non si rassegnava al fatto che quel crudele auriga che gli aveva lacerato la schiena fosse il vincitore della corsa.

Ma che fa questo maledetto? grid Acleo.

L'auriga si stava rendendo conto che, anche se il cavallo non si era spostato a destra perdendo spazio e tempo come aveva fatto prima, sembrava aver preso da solo l'iniziativa su come affrontare la tredicesima curva.

Acleo stava dirigendo i cavalli verso lo spazio libero tra i resti, ma Niger non era disposto ad accettare gli ordini delle redini di quell'auriga.

Fermati, maledetto, fermati! grid. Fermati! Aaah!

Niger diresse Orynx, Tigris e Raptore proprio contro i resti dell'incidente. I tre cavalli, che rispondevano a quella follia, pi agili dello stesso Niger, saltarono abilmente sulle ruote, ma lui non riusc a evitare del tutto l'ostacolo, essendo meno agile e soprattutto debilitato dalle frustate. Niger avvert un forte dolore alla zampa non appena torn ad appoggiarla dopo quel salto. Una sofferenza infinita lo invadeva, e a malapena poteva correre, ma forzato dal galoppo degli altri continuava quella corsa sottoponendosi a un dolore lancinante che attraversava ogni muscolo del suo potente corpo.

Dietro ai cavalli, le ruote della quadriga sbatterono contro quelle che giacevano al suolo: il carro intero vol in aria. Acleo lasci redini e frusta nell'assurdo tentativo di afferrare il coltello che teneva legato in vita, ma fu inutile. Quando il carro si catapult, fu sbalzato fuori senza controllo, e quando infine ricadde non lo fece sulla quadriga ormai sganciata dai cavalli e che era rotolata fino a schiantarsi contro il muro laterale del Circo Massimo, ma sulla sabbia dell'arena, con il corpo ancora legato alle redini e a quei cavalli che continuavano il galoppo.

Aaah! Fer... mi... ma... le... det... ti...!

Niger per non aveva intenzione di fermarsi. Fino alla morte di entrambi. Perch sapeva che sarebbe morto, ma lo avrebbe fatto trascinando con s quell'auriga che aveva fatto impazzire Orynx, Tigris e Raptore e lo aveva ferito.

Il corpo di Acleo fu trascinato per oltre cinquecento passi, per tutto il lungo rettilineo del Circo Massimo, fino a quando le redini si strapparono e il suo corpo rimase immobile nell'arena, con gli occhi aperti, guardando il cielo del mondo, in mezzo al fragore di un pubblico impazzito, duecentocinquantamila voci che gridavano, acclamando un solo nome.

Celer, Celer, Celer!

Fu l'ultima cosa che Acleo ud prima di esalare l'ultimo respiro, mentre vedeva, prima di morire, il rivale passargli accanto al galoppo. Celer non si prese nemmeno il disturbo di investirlo. Non ce n'era bisogno. Acleo smise di respirare. E improvvisamente ci fu solo silenzio.

Posizioni in pista

82

IL VENTRE DELL'ANFITEATRO FLAVIO

Anfiteatro Flavio, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Marzio cap che il suo piano era fallito. Tutto quello che pianificava, alla fine, falliva sempre. Non era quindi la prima volta. Carpoforo quasi sbavava di piacere, ma ritard l'ordine a Vulcano di qualche istante, e in quel brevissimo momento la mente del gladiatore, abituato ad affrontare situazioni limite, improvvis.

Attento, amico mio disse il bestiarius divertito; anche se aveva perduto quel ghiottone di Ercole, era da parecchio tempo che non si divertiva tanto ad ammazzare qualcuno. Alle tue spalle c' la tigre indiana. Non avvicinarti troppo alla sua gabbia o ti strapper la carne con una zampata.  l'animale pi feroce che abbia mai incontrato, ed  come se il lungo viaggio non l'avesse minimamente stancata. E credo che sia affamata.

 possibile rispose Marzio, e poi tutto avvenne in modo rapido. Si volt verso la gabbia, afferr l'impugnatura del chiavistello e cominci a farlo scorrere.

Che fai, imbecille? gli grid Carpoforo, innervosendosi per la prima volta dall'inizio di quell'incontro. Sei impazzito?

No rispose Marzio mentre continuava a far scorrere lentamente il chiavistello. No, Carpoforo. Non sono impazzito. Per te io sono gi morto. Ma non morir solo. Tu mi seguirai.

Apr del tutto il chiavistello, e immediatamente la tigre tent di attaccarlo con una zampata dall'interno della gabbia.

L'animale non raggiunse il gladiatore per pochissimo, ma sbattendo contro la porta, ed essendo questa ormai aperta, la spalanc e si ritrov libera.

Marzio si spost di lato, allontanandosi quanto pot dalla bestia selvaggia. Ora era il turno del bestiarius.

Carpoforo strinse i denti. Doveva decidere cosa ordinare a Vulcano: se attaccare il maledetto gladiatore o la tigre. Ma l'unico che poteva fermare quella fiera indiana era il suo leone.

Vulcano! Vulcano! url.

L'animale lo guard e il bestiarius indic con il pugno chiuso la tigre. Era il segnale. Il leone era addestrato cos bene che non esit un istante: come un fulmine si lanci con un impressionante balzo verso la tigre, che era ancora confusa dopo essere uscita dalla gabbia. Questa retrocedette. I ruggiti dei due erano infernali. Era come se il ventre dell'Anfiteatro Flavio stesse per scoppiare. Le due bestie si lanciarono in una ferocissima lotta: o la vita o la morte, tra zampate cruente, salti e morsi fatali. Appena si separarono, la tigre, ferita a una zampa, si rifugi all'interno della propria gabbia, ma Vulcano non aveva intenzione di cedere. Anche il leone sanguinava profusamente, ma lo muoveva la rabbia, e anche lui s'introdusse nella gabbia. Carpoforo avanz immediatamente. Era il momento giusto per chiuderla con il chiavistello, ma Marzio gli si par davanti ferendolo al braccio sinistro.

Aaah! grid Carpoforo, e si avvicin al gladiatore brandendo l'ascia che non aveva mai lasciato. Fammi passare, imbecille! Se quella tigre esce viva da l ci ammazzer entrambi. Dobbiamo chiudere la gabbia!

Marzio stava per lanciarsi nuovamente contro il bestiarius, ma ci che questi aveva detto era giusto. Inoltre, rinchiudendo le due bestie, lo scontro sarebbe stato solo tra lui e Carpoforo, e quella era una situazione perfetta.

D'accordo accett. Una possibilit era che fosse lui a chiudere la gabbia, ma cos il bestiarius avrebbe potuto attaccarlo alle spalle. Il miserabile era capace di questo e di ben altro. Chiudila tu!

Carpoforo esitava. Era evidente che si rendeva conto del pensiero del gladiatore, perch anche lui avrebbe potuto fare la stessa cosa, attaccandolo mentre chiudeva la gabbia.

Ma poi, all'improvviso, il bestiarius sorrise. Il gladiatore era troppo nobile per fare una cosa del genere. E troppo stupido.

Va bene, per Marte! rispose Carpoforo e avanz verso la porta della gabbia.

Si ud allora un ruggito agonizzante.

La lotta all'interno della gabbia era terminata.

Il bestiarius era davanti alla porta e, proprio nell'istante in cui la stava richiudendo, vide avvicinarsi un'immensa ombra con l'ampia e inconfondibile sagoma del suo leone prediletto. Carpoforo torn a sorridere e, invece di chiudere del tutto la gabbia, la spalanc completamente.

Credo che Vulcano abbia vinto, gladiatore disse, e scoppi a ridere. La vittoria, la sua vittoria, era a portata di mano.

Marzio indietreggi fino a fermarsi a lato della donna legata al suolo, in attesa di essere data in pasto alle altre fiere.

Credo che ti sbagli, Carpoforo disse.

Il bestiarius aveva passato troppi anni a vivere nella semioscurit di quei cunicoli. La vista non era il migliore dei suoi sensi.

Dalla gabbia emerse s il corpo di Vulcano, ma morto, e appeso alle fauci della tigre indiana, che esibiva il gigantesco cadavere come un magnifico trofeo. Lo mostrava tanto in alto che il muso di Vulcano nascondeva, con la sua lunga criniera, quello a strisce della tigre.

Nooo, nooo! grid Carpoforo furibondo.

Per favore, per favore ud Marzio da terra. Era la donna legata. Per favore, per favore... supplicava la giovane mostrando i polsi uniti da quella corda che la teneva bloccata al suolo.

Marzio la guard, ma non aveva tempo per tagliare tutte quelle corde. La ragazza, tuttavia, continuava a implorare.

Per favore... non voglio morire... per favore... continu, avvicinando i polsi alla lama della sua spada. Ma Marzio sapeva di non avere abbastanza tempo per quello. Era disceso fin l per uccidere Carpoforo, tutto il resto non contava, non importava, era... prescindibile. Eppure, lui non era come il sanguinario bestiarius. La ragazza doveva avere l'et di Alana quando lui l'aveva conosciuta. Forse anche Alana, in quel momento, si trovava in pericolo, da qualche parte nel mondo, e bisognosa di aiuto, e lui avrebbe voluto aiutare quella giovane, ma non c'era tempo, la tigre stava uscendo dalla gabbia, Carpoforo era l, ferito al braccio destro ma brandendo ancora con forza la sua ascia affilata.

Tu e il bestiarius siete uguali aveva detto Trigesimo; ma lui non era d'accordo. Marzio non massacrava innocenti da dare in pasto alle fiere, trasformandole in bestie perfino pi brutali.

Il gladiatore si abbass un istante e fece un taglio alla corda che legava i polsi della donna, con attenzione a non ferirla. La tigre per si mosse, e Carpoforo pure, cos che non pot proseguire. Marzio afferr il coltello che teneva legato in vita e lo pass alla ragazza perch terminasse da sola e si liberasse dalle altre corde che le legavano braccia e gambe. Lei le tagli rapidamente con il culter da caccia, anche perch l'energia che nasce dalla paura della morte fornisce abilit prima sconosciute, e, appena si fu liberata usc gattonando a una velocit sorprendente, svanendo tra le ombre. Marzio sapeva che la giovane non poteva uscire da l, poich tutte le porte erano chiuse da inferriate, ma cap che voleva nascondersi. Lui avrebbe fatto lo stesso. Non sapeva ancora come avrebbe fatto a uscire vivo da l quel giorno. Ma in quel momento la cosa importante era che il bestiarius non aveva ancora osato attaccarlo, rimanendo l, in piedi, attento ai suoi movimenti ma anche a quelli della tigre, che si era fermata sulla porta della gabbia, come per valutare se fosse o meno una buona idea uscire di nuovo.

Intanto Carpoforo continuava a lamentarsi per la morte di Vulcano.

Nooo! Nooo! La morte di Ercole non pareva averlo rattristato, ma quella di Vulcano decisamente s. Marzio non poteva sapere che quel leone era l'animale preferito dal bestiarius, ma dalla sua reazione se ne stava rendendo conto.

Carpoforo, contro ogni previsione immaginabile, senza alcuna esitazione sollev l'ascia e attacc la tigre. Marzio non avrebbe mai pensato che quell'addestratore potesse avere tanta forza per attaccare una tigre indiana a colpi d'ascia. E invece era cos. La tigre, ancora intontita e ferita dalla lotta contro Vulcano, fu colta di sorpresa da quell'attacco e non riusc a evitare i due profondi colpi d'ascia che le lacerarono il collo, e cadde quasi immediatamente. Croll, con il corpo del leone sopra di essa.

Allora Carpoforo si volt verso Marzio.

Bene. Con le fiere ho chiuso per oggi disse mentre si ripuliva con una mano il sangue della tigre che gli era schizzato su tutta la faccia. Adesso siamo rimasti noi due. Credi forse di riuscire a uccidermi perch non ho pi i miei animali?  questo che pensi, non  vero? Bene, allora fatti sotto.

E il bestiarius avanz verso Marzio. Il gladiatore era incredulo, poich quel selvaggio pareva non sentire il minimo dolore per la ferita al braccio. Non era possibile. Ma Carpoforo non era un uomo normale. La lama della sua ascia pass vicinissima alla testa di Marzio, ma il gladiatore si era abbassato abbastanza da evitare quel colpo mortale. Era improbabile che l'elmo da mirmillone fosse una protezione sufficiente per quell'arma brandita da una furia implacabile. Il bestiarius aggir il rivale e giunse rapido alle sue spalle. Lanci un nuovo attacco. Marzio si difese evitando con la spada il colpo dell'ascia del nemico. Nonostante tutto era sereno. Un combattimento corpo a corpo. Era la cosa migliore e sapeva di dover attendere la sua opportunit. A un certo punto il bestiarius avrebbe commesso un errore e quello sarebbe stato il momento in cui lui lo avrebbe finito per sempre.

Per talvolta capita che, se si  stati tante volte vincitori su un terreno sconosciuto, ci si rilassa troppo su quello conosciuto, ed  l che si rischia di fallire. E cos, in quella lotta uno contro l'altro, fu Marzio a commettere un errore. Quella era la lotta pi pericolosa della sua vita, e lui commise un errore. Si era dimenticato che il cadavere della tigre era proprio dietro di lui e perdeva un fiume di sangue. Un errore da principianti. Prima scivol sullo spesso strato di liquido rosso che si era esteso su tutto il suolo, poi inciamp, perse l'equilibrio e cadde sulla schiena lasciando andare la spada.

Marzio era a terra, sul cadavere della tigre, disarmato, in mezzo a tutto quel sangue che brillava sotto le luci delle torce. Immediatamente, un'enorme ombra oscur la visuale che aveva attraverso la visiera dell'elmo: era Carpoforo, che sollevava l'ascia per finirlo. Marzio port la mano al coltello, ma le sue dita non lo trovarono. Lo aveva dato alla ragazza perch si liberasse. Un altro imperdonabile errore. Non ci si pu permettere di essere clementi e generosi quando si sta lottando contro Carpoforo.

L'ascia stava per iniziare la sua discesa mortale.

Tutto era perduto.

Aaah! grid Carpoforo e si pieg su se stesso, ritardando di un secondo il suo attacco e dando cos l'opportunit a Marzio di spostarsi di lato.

L'ascia, spinta con meno forza, si conficc nel corpo della tigre morta.

Maledetta puttana! sbrait il bestiarius mentre si voltava e tagliava l'aria tutt'intorno con l'ascia, ma la ragazza che lo aveva appena ferito a una gamba con il coltello datole dal gladiatore lo evit muovendosi carponi a tutta velocit e cercando rifugio tra le ombre delle pareti. Ti ammazzer, puttana! Finir prima il gladiatore e poi sar il tuo tur...

Ma Carpoforo non pot terminare la frase.

Marzio aveva intanto recuperato la spada e gliel'aveva conficcata in una spalla.

Non era una ferita mortale, n un taglio che gli impedisse di parlare, ma la sorpresa lo lasci senza parole. Marzio poi prosegu unendo rapidit e metodo. Due tagli improvvisi ai polsi fecero s che Carpoforo lasciasse l'ascia. Poi il gladiatore lo fer alle gambe.

Uccidilo! Uccidilo! gridava la ragazza dalle ombre.

Ma Marzio non ci bad. Era troppo concentrato. Era grato alla giovane per il suo aiuto e, in fondo, anche se non aveva avuto il tempo di rifletterci, sentiva che stava sconfiggendo quel miserabile anche grazie alla generosit che aveva dimostrato nei confronti della ragazza, per aver avuto piet di lei. Rendendosi conto di essere, in realt, assai diverso dal bestiarius, questa sensazione lo riemp di tutta l'energia necessaria per fare quello che doveva fare. Dopo tutto quello che era successo, cominci a comprendere che non doveva essere lui a uccidere Carpoforo. C'era un altro modo. Aveva gi commesso l'errore di inciampare sul cadavere della tigre, non ne avrebbe commesso un secondo.

Il bestiarius, a terra, con braccia e gambe ferite, si trascinava ancora in cerca dell'ascia. Marzio si avvicin lentamente all'ascia, la prese con la mano sinistra e la scagli dall'altra parte della stanza. Poi si allontan da quel corpo ferito e raggiunse l'inferriata d'entrata di quella sala del sottosuolo dell'Anfiteatro Flavio. Da quel momento sarebbe stato meglio continuare senza l'elmo. Se lo tolse e lo lasci cadere a terra, causando un suono che rimbomb su tutte le pareti e fece ruggire le fiere in gabbia.

Prendi quella torcia disse alla ragazza, e lei obbed. Lui, nel frattempo, lasci anche la spada a terra e, afferrando con le due mani l'inferriata, la sollev gridando: Spegni la torcia e infilala sotto l'inferriata, ora!.

La donna cap immediatamente e mise la torcia sotto la grata sollevata per bloccarla e ottenere in questo modo una via di fuga. Fatto disse.

Marzio lasci l'inferriata lentamente, fino a che si appoggi sulla torcia che imped che si chiudesse del tutto, lasciando uno spazio di circa un piede d'altezza, attraverso il quale la ragazza, senza esitare un istante, scivol rapida.

Vai! E non guardarti indietro! le ordin. Vai sempre dritto!

La donna cominci a correre. Il gladiatore cess di preoccuparsi per lei. Era una ragazza sveglia. Si sarebbe nascosta in qualche angolo e quando l'indomani i pretoriani avessero riaperto l'anfiteatro per i combattimenti lei avrebbe avuto modo di fuggire da quel luogo mostruoso. E certamente non sarebbe mai pi tornata a prostituirsi vicino a quell'edificio.

Per il lavoro non era ancora finito per lui.

I pretoriani ti uccideranno quando scopriranno quello che hai fatto! disse Carpoforo, e Marzio si volt. Il bestiarius aveva perso troppo sangue per essere ancora pericoloso, per continuava a sputare veleno mentre si dissanguava. Cosa credi che succeder quando mi troveranno? Quanto credi che tarderanno a sospettare di te? Non sei forse l'unico gladiatore rimasto oggi nel Ludus Magnus? Trigesimo ti ha certamente aiutato. Quell'imbecille... Stava perdendo le forze, perfino per parlare. Qualche ufficiale pretoriano si chieder come ha fatto un gladiatore a trovare le armi e a uscire dalla propria cella del Ludus Magnus... Gi. Oggi  la mia fine, ma tu e Trigesimo mi raggiungerete presto.

Marzio non lo ascoltava nemmeno pi. Pensava ad altro. Stava ragionando. Avrebbe avuto abbastanza tempo? Non ne era sicuro, ma era l'unica soluzione. Guard indietro e vide che la torcia continuava a sostenere l'inferriata. Si avvicin dunque alla gabbia delle fiere che avevano divorato la donna fatta a pezzi da Carpoforo non molto tempo prima, anche se sembrava essere passata un'eternit.

Che cos'hai intenzione di fare? chiese il bestiarius trascinandosi, come se il fatto di muoversi lo rendesse temibile.

Marzio non rispose, si limit ad aprire la gabbia in cui erano rinchiuse tutte le bestie, poi si mise a correre verso l'inferriata semiaperta. Il modo pi rapido era passare sopra al corpo agonizzante del vecchio, e senza esitare lo scavalc con un salto. Ma Carpoforo riusc ad afferrarlo per una caviglia.

Morirai con me, maledetto! Morirai con me!

Tent di morderlo; Marzio allora lo colp con un pugno alla testa, ma il bestiarius, nonostante fosse indebolito, si afferr alla caviglia selvaggiamente, con la follia propria degli ultimi istanti di vita.

Dalla gabbia aperta uscirono due leonesse, un leone e una pantera nera. Come aveva fatto Carpoforo a evitare che quelle bestie non si attaccassero tra loro? Non ne era sicuro. Probabilmente nutrendoli costantemente con carne umana. Ma ora il problema era che la pantera puntava lo sguardo sull'unico che si stava muovendo, ed era lui, Marzio, mentre lottava per liberarsi dall'abbraccio mortale di Carpoforo.

Il gladiatore, a forza di colpi, riusc finalmente a liberarsi dalla presa del bestiarius e cominci a correre verso l'inferriata, ma la torcia, che non era di metallo ma di legno, stava per spaccarsi; aveva resistito fin troppo tempo sotto il peso di quella grata, e il gladiatore la vide cominciare ad abbassarsi leggermente. Stava per cedere.

Non importava.

Non aveva scelta.

Ud il ruggito della pantera alle sue spalle.

Marzio scivol rapidissimo sotto l'inferriata. Non ebbe nemmeno il tempo di raccogliere la spada. La cosa importante era attraversare il passaggio. La torcia si spacc in due, la grata cadde di botto e, come una fila di lance affilate, trafisse mortalmente la pantera nera che aveva cercato d'inseguirlo.

Si ud il ruggito d'agonia della bestia e Marzio vide che i suoi occhi diventavano vuoti mentre perdeva la vita. Dentro la stanza, dall'altra parte dell'inferriata, Marzio intravide la figura del bestiarius che, tentando inutilmente di brandire l'ascia, cercava di difendersi dai leoni, ma ormai non aveva pi forze n abilit.

Nooo! Maledetti! Via! Via! gridava con tutte le forze.

Marzio infil il braccio tra le grate e recuper la spada. Si alz e cominci lentamente a dirigersi verso la luce. Alle sue spalle, lasciava un leone morto avvelenato, un altro ucciso da una tigre, uccisa a sua volta da colpi d'ascia, una donna fatta a pezzi, una pantera nera trafitta da una pesante inferriata e un bestiarius che lottava per non essere divorato.

Indietro! Indietro! Ind...

La voce di Carpoforo cess improvvisamente. Marzio sorrise. Qualcosa che non faceva da molto tempo. La cosa buona era che le fiere non avrebbero lasciato nessun cadavere che i pretoriani potessero esaminare per capire ci che era successo quel giorno. E senza cadavere non c'era crimine, ma solo un bestiarius che si era fatto troppo vecchio per continuare a domare fiere: vecchio, s, e impacciato e lento. Troppo impacciato per avere a che fare con pantere e tigri.

L'ombra del gladiatore si allungava sul suolo, proiettata dalle torce del corridoio.

Torn dentro la sua cella e si mise a dormire.

Era stanco. No, nessuno avrebbe scoperto cos'era successo. Solo in quel momento ricord di aver dimenticato il proprio elmo da mirmillone accanto all'inferriata dove la pantera continuava a sanguinare.

E gli animali non mangiano il metallo.

83

LA VITTORIA PI AMARA

Circo Massimo, Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Posizioni in pista

Celer galoppava ora in prima posizione, dopo aver superato il carro guidato dal ferito Niger e dai suoi compagni, soli, senza auriga, e quasi senza nemmeno quadriga. Il carro si era distrutto, cos che, se i cavalli fossero arrivati per primi, il risultato non sarebbe stato chiaro, poich, legalmente, avrebbero dovuto tirare almeno la quadriga. Il caso volle che Niger, ormai stremato, e Orynx, Tigris e Raptore, che avevano cessato di sentire le frustate di Acleo, cominciassero a rallentare prima di arrivare alla quattordicesima e ultima curva. Celer vide il corpo maciullato di Acleo, che, liberato dalle redini, era rimasto a terra un centinaio di passi prima.

Tuttavia, non appena l'auriga vide la schiena di Niger ricoperta di sangue, per la prima volta in vita sua ebbe il desiderio di rallentare e prov vergogna per se stesso, per le corse, per il Circo Massimo e Roma intera. Per continu a dirigersi verso la vittoria, condotto dai cavalli del defunto Acleo, e, anche se lui non poteva udire nulla in quel momento, tutta Roma acclamava di nuovo il suo nome.

Celer, Celer, Celer!

Si volt un istante, per controllare lo stato di Niger, e alle sue spalle vide l'ultimo auriga dei Bianchi che si avvicinava per superare Niger e tentare di arrivare in testa. Celer si concentr allora, per non perdere proprio sull'ultimo rettilineo quel folle diversium che era costato la vita a Niger.

Posizioni in pista

Nell'arena

Il sacrificio di quel cavallo doveva essere valso a qualcosa, per lo meno ad aver ammazzato Acleo. E Celer non poteva permettere che, alla fine di tutto, la gloria andasse a un terzo.

Agit le redini spronando i cavalli della sua quadriga. Si trattava di fare l'ultimo sforzo, e loro risposero bene, senza accelerare troppo ma mantenendo il ritmo; non c'era bisogno di altro. Celer super per primo la linea del traguardo, per secondo arriv l'auriga dei Bianchi, l'unico altro sopravvissuto delle due gare di quel giorno.

Tutti aspettavano che l'auriga vittorioso compisse il suo giro di gloria intorno alla pista del Circo Massimo, ma Celer fren i cavalli davanti al palco imperiale e questi, ormai sfiniti, obbedirono immediatamente. L'auriga scese dal carro e, invece di fermarsi a salutare l'imperatore come sarebbe stata consuetudine, corse verso la linea del traguardo. Fu in quel momento che il pubblico cap: anche se la gara era gi finita, Niger aveva appena svoltato alla quattordicesima curva, e con la schiena e le zampe ricoperte di sangue, stava correndo sul rettilineo principale dell'arena. Vari mozzi della squadra dei Rossi si avvicinarono ai cavalli per tentare di fermarli e per soccorrere Niger, ma non appena l'animale vide gli aurigatores nitr furioso e si sollev su due zampe minacciando di colpirli.

Lasciatelo, per Castore e Polluce e tutti gli dei! Lasciatelo! grid Celer dalla linea del traguardo. Vuole continuare! Non capite? Nessuno lo capisce? Per lui la gara non  finita!

Tutti gli aurigatores, i mozzi, i giudici e gli schiavi che si erano avvicinati a quei formidabili cavalli che ancora continuavano a correre da soli, seguendo il ritmo zoppo di Niger, si allontanarono, aprendo un varco per lasciarli passare.

Per la prima volta in molti anni, pi di quelli che i presenti di quel giorno potessero ricordare, cal un totale silenzio sul Circo Massimo. Perfino gli allibratori si presero un momento di pausa, prima di ricominciare con i passaggi di denaro tra i clienti. Niger, completamente insanguinato per tutte le frustate ricevute, con la zampa ferita per aver saltato sui resti della quadriga incidentata, zoppicando, correva verso il traguardo. L'animale nitriva per il dolore. Tigris, Raptore e Orynx, pi tranquilli ora, senza dover pi subire la violenza della frusta di Acleo, seguivano il lento ritmo di chi li aveva sempre condotti alla vittoria e, pur intuendo che quella gara era diversa, non cessavano di obbedire al comando di Niger.

Puoi farcela, ragazzo, puoi farcela! grid Celer a distanza, non certo perch ci fosse ancora qualcosa in gioco, ma perch sapeva che Niger, al di l della sofferenza fisica, della fatica, della follia di Roma, doveva terminare quella gara come aveva fatto altre centinaia di volte. Niger era stato addestrato da Celer per concludere sempre una corsa. Contrastarlo ora lo avrebbe fatto impazzire. Per quel cavallo, la cui dignit aveva zittito perfino l'intero Circo Massimo, finire la corsa era pi importante che sopravvivere. Puoi farcela, ragazzo disse Celer con le lacrime agli occhi, senza pi gridare. L'animale era solo a pochi passi dal traguardo. Puoi farcela, Niger.

E il cavallo nitr ancora una volta, sbavando dalle grosse narici e calpestando il proprio sangue con il quale aveva tracciato tutto il percorso dalla quattordicesima curva.

Niger attravers il traguardo e immediatamente croll al suolo, trascinando con s Tigris, Raptore e Orynx, che non riuscirono a mantenersi in piedi. Accorsero gli aurigatores dei Rossi e, rapidamente, tagliarono tutte le corde che tenevano i cavalli uniti tra loro, liberando Tigris, Raptore e Orynx dal peso di Niger, che rimase steso sull'arena, sfinito, esausto, sanguinante.

Sei il migliore, Niger, il migliore tra tutti noi disse Celer abbracciandogli il collo e inzuppandosi del sangue del cavallo ferito. Sei il migliore di tutti, ragazzo. Niente e nessuno, nessuno di noi vale quanto te. Siamo tutti dei pazzi. Tutti. Niger, mi dispiace, mi dispiace... E affond il viso nel collo sudato e sanguinante dell'animale.

Tutti si fecero indietro. Un muro di silenzio li circondava. L, nell'arena, vicino alla linea del traguardo, nessuno pensava a celebrare la vittoria.

Ma poi, sulle gradinate del Circo Massimo, l'istante di umanit che aveva invaso tutti svan di colpo, come fosse stato spazzato via dalla brezza del Nord. E tutto ritorn presto alla normalit, alla sua normalit. Gli allibratori ripresero a gridare mentre si affannavano a riscuotere le scommesse, i sostenitori di Celer a far sentire la loro voce per pretendere la propria parte dopo il risultato finale di quel diversium, mentre le lamentele degli sconfitti diventavano suppliche che mai avrebbero commosso gli implacabili allibratori. Roma tornava a essere Roma.

Quell'istante di silenzio era stato solo una stranezza della quale tutti, ben presto, si sarebbero dimenticati, con l'eccezione di un auriga e di un cavallo che rimanevano abbracciati nell'arena, in mezzo a un lago di sangue.

Sul palco imperiale

Il diversium si era concluso.

Sul palco, il silenzio cominci a risultare imbarazzante e Plinio azzard un commento: Quel cavallo  migliore di qualunque auriga al mondo.

Gi, e non  la prima volta che vedo un animale migliore di qualunque uomo rispose Dione Cocceiano.

L'imperatrice si decise allora a parlare. La vita  contraddittoria disse. Oggi avrebbe dovuto essere un gran giorno per l'auriga Celer, ma da come abbraccia quel cavallo ferito non pare essere interessato a godersi la vittoria.

S,  cos rispose Traiano. Ci sono giorni nei quali, mentre si celebrano grandiosi trionfi, si viene feriti nell'animo.

Plotina finse di non aver udito quelle parole del marito e rivolse lo sguardo al vassoio di ricci di mare che uno degli schiavi stava porgendo alla coppia imperiale. Nemmeno l'imperatore, del resto, aveva voglia di dibattere in pubblico sui propri sentimenti, e si rivolse ad Aulo.

Voglio che tu faccia in modo che quell'auriga abbia tutto il necessario per prendersi cura del cavallo. Quell'animale ha lottato coraggiosamente insieme a noi, ricordi? In quel bosco del Nord. Anche se non potr pi correre non voglio che venga sacrificato. Bisogna curarlo, mi hai capito, Aulo?

S, Cesare rispose il tribuno pretoriano, che non aveva dimenticato il valore di Niger in Mesia, n nell'arena del Circo. Me ne occuper personalmente.

Bene, bene disse Traiano, e parve che la risposta di Aulo lo avesse un poco tranquillizzato, per... qualcosa era rimasto in sospeso.

L'imperatore si alz lentamente, pass a fianco di Dione Cocceiano e dell'ambasciatore Shaka, di Lusio Quieto e del resto dei legati e senatori, e si diresse verso il nipote seduto al fianco della giovane moglie Vibia.

Quello che  appena accaduto, nipote, dovrebbe insegnarti cominci l'imperatore che l'impossibile, se ci si crede profondamente, pu divenire possibile. Inoltre... Marco Ulpio Traiano si avvicin all'orecchio di Adriano, per parlando a voce alta, in modo che tutti potessero udirlo chiaramente ...dovrebbe insegnarti, nipote, che non devi mai pi scommettere contro di me. Mai pi. O la prossima volta perderai molto pi che del denaro.

Adriano tacque ma sostenne lo sguardo freddo di suo zio senza battere ciglio. Plotina, che li osservava dal suo posto, temette che Adriano fosse sul punto di dire qualcosa, ma, sul palco, nessuno si azzard a farlo.

E l'imperatore, senza abbassare lo sguardo, si avvi verso la porta che conduceva al lungo corridoio che portava direttamente al palazzo imperiale. Non aveva voglia di assistere alle lotte dei gladiatori e si sentiva stanco dopo la sfilata e quelle corse.

Liviano si alz ipso facto. La guardia! grid il prefetto del pretorio con tono alto e potente, e dozzine di pretoriani apparvero da ogni dove aprendo il passaggio attraverso cui il Cesare di Roma cammin senza essere infastidito da alcuno, in silenzio, trascinando la propria vittoria e le proprie pene, sotto la luce oscura dei suoi pensieri e quella brillante dei suoi sogni.

84

IL PI GRANDE SEGRETO

Una villa a sud di Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Il carpentum di Menenia si era incastrato in una grata della strada e gli inservienti si sforzavano di liberarlo, ma ci stavano mettendo troppo, e il cuore della vestale palpitava pi velocemente del normale. Non poteva aspettare oltre e, con sorpresa di tutti, si avvi a piedi verso la casa in cui viveva colei che ora sapeva essere sua madre. La polvere della strada le si appiccicava addosso, per via del sudore che ricopriva la sua bianca pelle, mentre percorreva l'ultimo tratto del sentiero che conduceva alla villa.

Menenia entr, per la seconda volta nella vita, nell'atrio di quella domus in cui risiedeva l'ex imperatrice di Roma.

Domizia Longina si alz dalla propria sedia non appena la vide tra gli archi del peristylium. Sei tornata disse.

S rispose Menenia, rimanendo a qualche passo di distanza mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto di seta bianca. La vestale non sapeva come rivolgersi a lei. Forse avrebbe dovuto rispondere S, madre, ma sua madre era sempre stata Cecilia, e quello le risultava ancora tutto troppo strano.

Domizia Longina percep il dubbio, il rancore, l'inquietudine sul volto di sua figlia e fece qualche passo indietro.

Perch non ti siedi? Sembri stanca le sugger mentre anche lei si riaccomodava sul proprio solium.

Menenia, molto lentamente, la imit.

Ora si trovavano faccia a faccia.

Il carpentum... si  incastrato in una grata, sulla strada disse Menenia recuperando il fiato. Ho fatto l'ultimo tratto a piedi.

Vuoi dell'acqua?

No, sto bene.

Ci fu un lungo silenzio, durante il quale nessuno schiavo apparve. Domizia aveva espressamente ordinato di non interrompere quella visita. La vestale aveva inviato un messaggio il giorno prima, annunciandole di aver chiesto il permesso a Traiano di tornare a trovarla, e Domizia era sicura che glielo avrebbe concesso, quindi quella visita non giungeva inaspettata.

 molto bello quel fazzoletto disse l'imperatrice.

 di seta bianca, viene da Xeres; un regalo dell'imperatore per ogni vestale.

Il Cesare  un uomo generoso e di buon gusto comment Domizia guardando piacevolmente colpita quel fazzoletto bianco ed elegante che la vestale teneva nella mano destra.

Menenia annu. Di nuovo silenzio.

L'imperatore mi ha detto che sei mia madre disse infine la vestale.

Un'altra pausa senza parole.

 cos conferm Domizia.

La giovane guardava l'ex imperatrice con uno sguardo cos colmo di domande che non pot evitare di formulare quelle pi urgenti, che palpitavano nel suo cuore, e delle quali pi temeva le risposte. Avrebbero dovuto chiarire prima altre questioni. Cos si era detta. Ma s'ingannava.

Perch? chiese la giovane.

Perch ti ho abbandonata? Perch ti ho consegnata a Menenio e alla sua famiglia? Credevo che l'imperatore ti avesse spiegato anche questo.

Mi ha detto che lo hai fatto per proteggermi da... Menenia non seppe come continuare, non sapeva se dovesse dire Domiziano o mio padre, e quel dubbio, quel terribile dubbio che l'aveva condotta fin l, la tormentava pi di qualunque altra domanda, ma non osava continuare.

Per proteggerti da Domiziano, s, per questo mi sono separata da te rispose Domizia.

Menenia sospir sollevata. Sua madre non si era ancora riferita a Domiziano come a suo padre. Forse era figlia di quell'attore. Era la sua pi grande speranza, ma Domizia riprese a parlare.

Separarmi da te  stata la cosa pi difficile che ho affrontato nella mia vita, la pi dolorosa, e fidati, ne ho passate tante. L'antica imperatrice di Roma distolse lo sguardo, guardando verso la fontana, come se non stesse pi parlando a Menenia ma ricordando il tormentato passato della propria vita a voce alta, per se stessa. S, ho vissuto momenti difficili, e altri incredibili, e sempre con enorme dolore. Poi s'interruppe e torn a guardare la figlia. Era assolutamente necessario che mi separassi da te. Tu non puoi immaginare cosa significasse quel periodo, condividere con un folle ogni giorno della mia vita. Tutto ci che era intorno a me, tutto ci che desideravo, che amavo, o anche solo apprezzavo, veniva immediatamente distrutto. Ho perduto un figlio per colpa della pigrizia di... dell'imperatore... e ho perduto il mio primo marito, e dopo il mio grande amore, il grande imperatore Tito, per colpa di Domiziano, e fui testimone del tormento a cui fu sottoposta la figlia di Tito, mia cugina; lo vidi con i miei stessi occhi e pensai... quando ti ebbi tra le braccia, appena nata, non potei evitarlo, pensai che Domiziano sarebbe stato capace di fare lo stesso con te, chiunque tu fossi. Anzi, perfino peggio: ti avrebbe fatto ancora pi male di quello che fece a Flavia Giulia se avesse scoperto chi eri in realt. Per questo dovetti allontanarti da me. Tutto ci che stava intorno a me moriva, Menenia, tutto moriva. E in maniera orribile. Ti ho abbandonato per salvarti.

La vestale ascoltava come fosse una sfinge di pietra. Aveva udito quelle stesse spiegazioni per bocca dell'imperatore, ma la voce di sua madre era pi convincente.

Per Vesta, comprendo quello che hai passato disse Menenia, e not che sua madre sospirava e sembrava tranquillizzarsi un poco. Lo capisco e... ti ringrazio... Non sapeva se elogiare i propri genitori adottivi fosse opportuno; ma voleva anche far capire alla sua vera madre che la decisione di separarsi da lei era stata logica e che lei non aveva sofferto per essa. I miei genitori, voglio dire, il senatore Menenio e sua moglie Cecilia, mi hanno sempre trattato bene, e poi, nell'Atrium Vestae, nella Casa delle vestali, le Vestali Massime, prima Cornelia e poi Tullia, e le altre sacerdotesse che mi hanno educata, anche loro sono state sempre buone con me. Molto buone. Sono stata fortunata. E questo lo devo a te, e volevo che tu lo sapessi.

Domizia sorrise lievemente. Anche se sei stata costretta a rinunciare al tuo amore per quell'auriga?

Menenia esit un istante prima di rispondere, ma poi lo fece con decisione. Anche cos. S. Sono grata per la vita che mi  stata concessa. E, in ogni caso, fu Domiziano a scegliermi come vestale, e non tu.

Questo  vero conferm Domizia. Lo fece perch cominciava a sospettare, per riuscimmo... Finalmente la sua tirannia e crudelt ebbero fine, e cos non ebbe modo di rovinare una vita ragionevolmente felice, da quanto mi hai detto.

No, non pot farlo rispose Menenia.

L'ex imperatrice di Roma si alz e cominci a passeggiare vicino alla fontana. Tutto stava venendo alla luce e sua figlia non le serbava rancore. Aveva sempre sperato che la sua bambina, ora adulta, un giorno comprendesse quel necessario distacco del passato, per aveva anche sempre temuto quell'incontro, e che ogni verit venisse a galla. La ragazza avrebbe potuto reagire male e...

In quel momento l'ultima domanda di Menenia la colse di sorpresa.

Sono figlia di Paride, non  vero? Quell'attore.

Domizia si rese conto che restava da chiarire la cosa pi importante per sua figlia. Prima non ci aveva pensato, ma era una cosa ovvia: la ragazza aveva temuto di essere figlia del terribile Domiziano. E chi non lo avrebbe temuto? L'ex imperatrice si ferm e si volt a guardare la figlia. Se lo meritava per il suo coraggio e ormai era abbastanza matura per affrontarlo.

Capisco cosa hai dovuto passare insistette la vestale, per credo che sia giunto il momento che tu mi dica la verit sulle mie origini. Non m'importa di essere la figlia di un attore. Non m'importa, davvero, perch  ci che sono, non  vero?

Domizia Longina si sedette di fronte a Menenia. La ragazza avrebbe desiderato udire qualunque cosa tranne che era la figlia di Domiziano.

Devi capire, Menenia, e questo  molto importante, che un'imperatrice di Roma non potrebbe mai permettersi di avere una figlia da un attore. Ebbi una relazione con Paride per umiliare... per arrecare danno a Domiziano, per no, non sei la figlia di Paride, non sei figlia di quell'attore; sei figlia di un imperatore di Roma disse Domizia.

Le doleva terribilmente averlo detto, non era stata capace di trovare le parole giuste, ma vedendo la fronte corrugata della figlia, e come s'incurvava sulla sedia, non aveva potuto evitarlo. Se fosse stata in piedi sarebbe caduta dopo quel duro colpo.

Menenia si sent morire. Non poteva essere vero. Oppure s? Forse questo spiegava perch avesse provato ci che una vestale mai dovrebbe provare; per questo era stata cos vicina al commettere crimen incesti, anche se era sempre riuscita a controllarsi; per questo era stata sul punto di rispondere s a Celer e fuggire da Roma con lui quando gli aveva chiesto aiuto per portare il messaggio all'imperatore Traiano. Dentro di lei lottavano due forze contrapposte: il sangue di sua madre contro il sangue di un orribile padre, il sangue del divino Augusto contro il sangue del pi vile di tutti i Cesari. Menenia era talmente travolta da quel fiume di pensieri che quasi non riusciva a udire la madre, che continuava a parlare con voce sempre pi alta, per recuperare la sua attenzione. La giovane si lasci cadere a terra e, inginocchiata, raccolta nel proprio dolore, cominci a parlare per negare a se stessa quella verit, scuotendo la testa freneticamente, come se quel gesto potesse cambiare la sua vita, le sue origini e l'intera Roma.

No, no, no! Non sono figlia di Domiziano, e tu non sei mia madre! Sono figlia di Menenio e di sua moglie Cecilia, e tutto questo  un incubo!  solo un incubo, e non sta accadendo realmente! Non  vero! Tu menti! L'imperatore Traiano mente! Tutti mentono! Mentivano prima e mentono ora! No, non voglio ascoltare altro! Non voglio ascoltare altro, mai pi! Non voglio pi parlare!

Scoppi a piangere e si port le mani sulle orecchie per tapparsele e non udire pi nulla, mentre nella sua mente risuonava, come il galoppo di un cavallo, la risata di Domiziano, ci che lui le aveva detto, quella stessa notte in cui l'avevano portata via dalla casa di Menenio: Ritorner da te, piccola, puoi stare sicura che presto o tardi, anche quando penserai che sar impossibile, ritorner da te, dovessi farlo dal regno dei morti. Aveva creduto di essere scampata a quella maledizione dal giorno in cui era stata assolta dall'accusa di crimen incesti e invece ora sapeva che suo padre era tornato da lei, dal regno dei morti. Proprio come aveva predetto.

Voleva solo morire. Il suicidio le apparve una benedizione. Sollev lo sguardo in cerca di una daga, di un coltello, di qualunque cosa che potesse tagliarle le vene.

85

LA PARTIA E L'ARMENIA

Palazzo reale, Ctesifonte, Partia
26 giugno del 107 d.C., hora septima a Roma.
Ora del tramonto in Partia

Il re partico Osroe si sedette sul trono del palazzo imperiale di Ctesifonte. Il sole stava tramontando sulla citt del fiume Tigri, ma lui attendeva la visita del fratello. Partamasiri arriv come sempre in ritardo all'appuntamento con il re, ma Osroe non se la prese. Disponeva di poche forze per recuperare il controllo assoluto della Partia, e con la ribellione di Vologase a est dell'Impero, era fondamentale poter contare sull'aiuto di Partamasiri. Suo fratello non era molto sveglio, ma proprio per questo facilmente manipolabile, e quindi poteva convincerlo a partecipare a imprese rischiose senza che lui si rendesse conto del reale pericolo. Il candidato perfetto per il suo progetto. Ma prima di tutto doveva assicurarsi che capisse il suo piano.

Partamasiri entr nella sala seguito da alcuni guerrieri partici, per questi, a un gesto del re, si fermarono prima dell'entrata e richiusero le porte. Suo fratello si guard indietro un istante e, corrugando la fronte, si avvicin al trono.

A quanto pare, non vuoi che ci ascoltino, fratello disse.

Osroe sospir. Sarebbe stato meglio un maest alla fine della frase, ma era evidente che Partamasiri non intendeva assoggettarsi al protocollo, soprattutto in privato. Non importava. In quel momento non era la cosa essenziale.

Ho pensato a ci che mi hai chiesto tempo fa disse.

La caccia agli elefanti? chiese Partamasiri con un tono di speranza che cancell le rughe dalla sua fronte.

No, non si tratta di questo. Osroe sospir di nuovo, prima di spiegarsi. Con Vologase a est, che sta bloccando i passaggi verso l'India, nulla del genere  possibile al momento. Mi riferisco all'altra questione di cui abbiamo parlato. Mi riferisco al fatto che tu divenga h [re].

hn h?

No, non re dei re, questo  il mio posto, e quello a cui Vologase anela. Ma mi pare giusto che anche tu abbia un regno.

Partamasiri abbass lo sguardo come un bambino defraudato, ma immediatamente scacci le ombre che popolavano la sua mente e sorrise.

Re di quale regno, fratello?

h dell'Armenia rispose Osroe deciso.

Gi...

Forse mio fratello non  soddisfatto dell'Armenia?

Oh, s, certo.  un regno prospero, ma non  forse Exedare, nostro cugino, il re dell'Armenia?

S, per le cose devono cambiare spieg Osroe. Ho inviato vari messaggeri a Exedare, reclamando il suo appoggio con guerrieri e provvigioni per soffocare la ribellione di Vologase, ma quel miserabile di nostro cugino pare non aver avuto nemmeno tempo per rispondere, quindi ho deciso di riorganizzare prima l'Armenia, rafforzarla e nominarti re, e allora potremo utilizzare le risorse di quella ricca regione per recuperare il controllo sull'intera Partia.

Partamasiri annu. Si tratta dunque di una missione importante, quella che mi chiedi.

Osroe si sorprese del fatto che suo fratello capisse, ma se ne rallegr.

Lo , per dobbiamo essere d'accordo che tu non agirai come ha fatto Exedare quando avrai ottenuto il trono di Artaxata.

No. Se mio fratello, il hn h, mi far re di Artaxata, allora otterr tutto quello che serve per sconfiggere Vologase rispose Partamasiri, non per autentica lealt, ma perch gli appariva un piano perfetto: lui sarebbe rimasto comodamente seduto sul trono di Artaxata, al sicuro nella capitale fortificata, inviando tutto ci che serviva a suo fratello e aspettando di vedere cosa sarebbe successo nella guerra tra Osroe e Vologase. S, questo avrebbe fatto. Esisteva anche la possibilit che i due si debilitassero tanto, nel lottare l'uno contro l'altro, che alla fine l'uomo pi forte della Partia sarebbe stato lui stesso. Partamasiri sorrise in silenzio. Suo fratello lo credeva uno stupido, ma lui fingeva. E fingeva bene.

Allora... accetti? insistette Osroe cercando conferme.

Tuttavia, Partamasiri aveva un dubbio. E Hrom? chiese.

Che cos'ha a che vedere Roma con tutto questo? chiese Osroe irritato.

Be', fratello, voglio dire hn h, re dei re, il h hromayig, il Cesare di Roma, viene da anni informato su ci che accade in Armenia.

Osroe medit un istante. Per essere uno stupido, Partamasiri, talvolta, rifletteva sensatamente.

Non preoccuparti di questo. Il Cesare  troppo occupato con le sue guerre in Occidente. E se non sar d'accordo con la tua incoronazione patteggeremo con lui. No, il Cesare di Roma non  un problema, senza Vologase.

Tutti commettiamo errori di calcolo nella nostra vita.

86

IL SANGUE DI UNA VESTALE

Una villa a sud di Roma
26 giugno del 107 d.C., hora septima

Menenia, isterica, camminava per l'atrio, girando intorno alla fontana, come un lemur all'entrata dell'Ade. Una vestale non pu essere toccata, ma non si poteva nemmeno uccidere un imperatore per quanto pazzo o miserabile fosse. Tuttavia, era da parecchio tempo che ci che si poteva o non si poteva fare non contava pi per Domizia Longina. La vecchia imperatrice di Roma afferr sua figlia per un braccio, la ferm e le diede un sonoro ceffone.

Menenia si riprese come se si risvegliasse dal peggiore dei suoi incubi.

Non sei figlia di quell'attore, ma non sei nemmeno figlia di Domiziano! Non sei figlia di Domiziano! Per tutti gli dei, Menenia, ascoltami! Ora siediti e ascoltami! Ascolta tua madre e taci!

La giovane annu lentamente. Aveva la mano destra sulla guancia, rossa per il ceffone di sua madre. L'aveva colpita con forza, ma forse era stato necessario. Era confusa: non era figlia di Domiziano, ma nemmeno di quell'attore?

Si sedette. Ci volle un po' perch si calmasse.

Allora... di chi? Di chi sono figlia?

Domizia torn a sedersi sul solium, di fronte a Menenia. Sei figlia di un Cesare, ma di un vero Cesare. Non sei figlia del terrore, dell'odio e della pazzia, ma figlia di un uomo nobile, valoroso e forte...

Ma l'imperatore Traiano ha negato di essere mio padre replic la vestale ancora pi confusa.

Traiano? ripet Domizia sorpresa. Poi pieg di lato il capo e sorrise. No, Traiano  nobile, senza dubbio, e anche valoroso e forte, ma Traiano non sa amare una donna come fui amata io. No, piccola, Traiano non  tuo padre. Tu sei figlia di un dio. Tu sei figlia del divino Tito.

La fontana scorreva, senza riposo. Il vento soffiava piacevolmente tra gli angoli dell'atrio.

No... non capisco... l'imperatore Tito era gi morto quando io nacqui.

S. Tuo padre mor senza conoscerti.  un peccato. Sarebbe stato molto orgoglioso di te. Deve esserlo ora, da dove ci guarda. Da dove ci veglia. Ti spiegher tutto, e non ci saranno pi segreti che ci separeranno, ma ascoltami bene e senza interrompermi.

Menenia, rigida sulla sua sella, annu; sua madre continu a parlare.

Bene, cos va meglio, molto meglio. Vediamo. Come raccontarlo? S, ecco, io ero gi incinta quando cominciai la relazione con Paride.  vero che ci che feci con quell'attore fu per dispetto, per umiliare Domiziano, ma anche perch volevo nascondere la tua origine. Se Domiziano avesse saputo che aspettavo una figlia da Tito non ti avrebbe ucciso da bambina, di questo sono sicura, non sarebbe stato abbastanza crudele per la sua mente contorta. Ti avrebbe lasciato crescere per poi fare a te ci che fece a Flavia Giulia, gongolandosi nella sua continua vendetta contro il fratello morto. Per questo era essenziale che, una volta che non avessi potuto pi nascondere la mia gravidanza, l'imperatore Domiziano potesse pensare che eri frutto di una relazione senza importanza. Curiosamente, la sua reazione nello scoprire la relazione con Paride mi facilit le cose: decise di esiliarmi. Dato che da settimane non si avvicinava al mio letto, non si rese conto che ero incinta, e quando la cosa inizi a essere difficile da nascondere agli occhi di tutti, arriv il benedetto esilio. Partorii lontano dagli sguardi di Roma e il resto gi lo sai. La tua origine, figlia mia,  molto pi nobile di quanto avresti mai potuto immaginare. E non c' una sola goccia di sangue di Domiziano nelle tue vene. Tutto il suo sangue si sparse tempo fa, nella stanza imperiale. Tutto. Te lo assicuro. Menenia la guardava con la bocca aperta. Domizia continu il suo racconto. Giovane vestale, sei figlia di un'ex imperatrice di Roma che discende dal divino Augusto e del divino Tito. Menenia, sei figlia di un dio. Qui nella terra degli uomini conta la protezione del Cesare Traiano, legato alla tua vita dalla promessa che suo padre fece a tuo nonno, mio padre, di proteggere sempre la nostra famiglia; e nel mondo degli dei c' qualcuno che certamente veglia su di te costantemente. Per questo sei tanto forte, per questo riesci in ogni cosa. Per questo sei speciale.

Il getto della fontana si udiva in ogni angolo dell'atrio, con quel suo costante gorgoglio di acqua chiara. Il sole proiettava grandi ombre e spargeva calore su tutto il mondo. Cominci a sollevarsi una brezza pi intensa, un vento leggero che sembrava voler portare via tutto il dolore del passato nel regno dell'oblio.

A volte, la notte cominci Menenia mi mancano le carezze di mia madre... della mia madre adottiva. Cecilia mi accarezzava sempre prima di dormire.

Si alz e si avvicin a Domizia Longina. La vecchia imperatrice di Roma vide che Menenia si inginocchiava davanti a lei e avvicinava la sua testa, molto lentamente, al suo grembo, offrendo i suoi capelli perch potessero essere accarezzati.

Sei una vestale, disse Domizia con voce vivace nessuno pu toccarti.

Lo so disse Menenia, ma non si mosse dalla sua posizione. La sua testa stava quasi per toccare con i capelli la stola della madre. Ma chiesi al Pontifex Maximus il permesso e me lo concesse. Gli chiesi che mia madre, la mia vera madre, mi potesse toccare. E Traiano mi disse di s, anche se solo durante questa visita.

Quindi non ho trasgredito al Pontifex Maximus dandoti quel ceffone poco fa.

No conferm Menenia, ancora inginocchiata davanti a sua madre e con un lieve sorriso.

Mi dispiace di averti colpito.

Non importa... madre.

Era la prima volta che Menenia usava quell'appellativo per riferirsi all'ex imperatrice di Roma.

Domizia Longina, molto, molto lentamente, accarezz per qualche istante i lunghi capelli lisci, brillanti e setosi di sua figlia, mentre una lacrima scivolava sul suo volto. La vestale prov una pace infinita.

Dopo poco la giovane si riprese e torn a sedersi.

Mi resta un ultimo dubbio, madre.

Avanti, Menenia rispose Domizia. Anche se non c' pi nessun segreto che rimane da svelare.

L'imperatore mi disse che la schiava e i liberti che mi portarono dal senatore Menenio morirono poco dopo.

 cos conferm Domizia.

Chi li uccise?

L'ex imperatrice di Roma sollev la testa. Li uccise l'avidit. Vollero tentare qualcosa di troppo pericoloso e persero. Non aggiunse altro.

Menenia si limit ad annuire. Sua madre doveva essere il nemico pi terribile che qualcuno potesse avere. La vestale aveva udito storie incredibili, pettegolezzi di ogni tipo, su ci che era accaduto la notte in cui assassinarono Domiziano, ma la ragazza, coscientemente, decise di non domandare pi nulla. Senza dubbio, esistono cose che  meglio non rivangare.

87

LA GUERRIERA PI CORAGGIOSA

Nord della Dacia
26 giugno del 107 d.C., hora septima a Roma
Ora del tramonto sulla frontiera dacica

Alana restava immobile, attendendo la morte.

 finita, maledetta! Per Marte,  finita! grid il cavaliere romano mentre abbassava il gladio con tutta la sua forza sul collo non protetto e abbandonato della guerriera sarmatica.

E Alana non si mosse di un millimetro. Imperturbabile, attendeva il colpo di spada sulla sua pelle esausta.

Aspett.

Si ud un tonfo.

Aaah! Un breve grido.

Il colpo non arriv.

Si ud il clang di una spada che cadeva sulle pietre della riva del fiume.

Le lacrime di Alana si erano ormai seccate. Non voleva ricevere la morte piangendo.

Apr gli occhi e vide il cavaliere che stava per ucciderla in piedi, disarmato, che, lasciato cadere il gladio, teneva le mani alla gola e si voltava goffamente. Alana, che non capiva ancora cosa fosse successo, ebbe un'intuizione e si alz lentamente, come pot, perch la ferita alla gamba le faceva molto male. Fu allora che not che nella parte posteriore del collo del cavaliere romano era entrata una freccia di piccole dimensioni. Alana riconobbe subito il tipo di freccia, piccola ma mortale. Il cavaliere fece un passo in avanti, allontanandosi dal fiume e da Alana, come stesse tentando di raggiungere quel nemico sconosciuto e inaspettato che lo aveva sorpreso alle spalle. Ma il romano non riusc ad andare oltre: con ancora le mani sulla gola mor soffocato nel suo stesso sangue e cadde di colpo. Mentre cadeva proprio davanti a lei, Alana vide allora apparire la figura di una bambina di otto anni che brandiva il suo arco tanto piccolo quanto efficace.

Alana ricadde in ginocchio. Tamura! disse, e le lacrime, questa volta di felicit, tornarono a fluire dai suoi occhi. Tamura!

E la bimba corse verso sua madre, lasciando l'arco a terra, fino a trovarsi avvolta nel pi forte degli abbracci possibili.

Mamma, mamma! diceva la piccola tra le lacrime che versava senza freno. Da guerriera era tornata a essere bambina, in un istante.

Cos, con due cadaveri romani distesi sul fogliame, accanto al fiume, tra i faggi del bosco e con i due cavalli come unici testimoni muti di quell'incontro, madre e figlia rimasero abbracciate per un lungo momento, ma che a loro sembr un brevissimo istante. Infine, con Tamura viva, al suo fianco, Alana recuper l'energia guerriera e inizi a parlare.

Prendi il tuo arco disse. Ora quell'arco non era pi un inutile gioco, e ricord immediatamente quella volta che Tamura aveva messo in pericolo la vita per recuperare quell'arma; forse, dopotutto, non era stata una cattiva idea recuperarla; ma continu a dare istruzioni alla bambina. E prendi le redini di quel cavallo. Io prender l'altro.

Ma quando Alana cerc di camminare pot fare un passo appena. Continuava a sanguinare dalla parte posteriore del polpaccio.

Prender io i due cavalli disse Tamura decisa, e sua madre annu. Mentre la bambina prendeva gli animali, lei strapp un pezzo della tunica che indossava e, dopo averlo immerso nell'acqua del fiume ed essersi ripulita la ferita, lo us come benda. Non era perfetta, ma l'emorragia si ferm. La ferita non sembrava grave. Sarebbe stato terribile se non avessero avuto i cavalli, perch non era in grado di camminare, ma con gli animali potevano scappare dai loro persecutori.

Guard Tamura. La bimba, con incredibile abilit, si era avvicinata lentamente a ognuno degli animali e questi, vedendola cos piccola, sicura e tranquilla, non avevano avuto il minimo timore; docilmente si erano consegnati alla bambina come se da subito l'avessero riconosciuta come la loro nuova padrona.

Riuscirai a salire, mamma? domand la piccola.

Alana si mise in piedi e con un'agile spinta della gamba sana riusc ad arrampicarsi fino al dorso del cavallo che le aveva avvicinato la figlia.

Un gemito scapp ad Alana a causa dello sforzo.

Stai bene, mamma?

Sto... bene. Fa un po' male ma sto bene. Ora... riuscirai a salire sul tuo cavallo da sola?

Improvvisamente, Alana si rese conto che avevano sempre aiutato Tamura a salire sui cavalli da quando cavalcava. Avrebbe dovuto prima aiutare la piccola e poi salire sul suo. Sapeva che ora avrebbe dovuto smontare, aiutare Tamura e poi rimontare, con tutto il dolore che quell'operazione poteva causarle, per non c'era altro...

Ecco fatto, mamma! disse la bambina eseguendo un salto sorprendente anche per sua madre. Per non arrivo a prendere le redini!

La piccola, concentrata com'era ad arrampicarsi sul cavallo, aveva dimenticato di prendere le redini, e ora le sue corte braccia non erano abbastanza lunghe per raggiungerle. Ma dato che Tamura gli trasmetteva tranquillit, l'animale rimase calmo.

Aspetta disse sua madre e avvicin il suo cavallo al passo fino a prendere lei le redini dell'altro animale e passarle a sua figlia. Ora sai che bisogna montare a cavallo dopo aver preso le redini.

S, mamma rispose la bambina.

Andiamo disse allora Alana. Dobbiamo allontanarci velocemente da qui.

E cavalcarono prima al passo e poi al trotto, dirette a nord, lungo quel fiume, allontanandosi dai domini di Roma.

Hai ucciso il tuo primo guerriero disse Alana non appena il dolore alla gamba sembr diminuire.

La bambina per tardava a rispondere. Ti riferisci al romano che ti stava per... attaccare? domand alla fine.

S, certo conferm Alana mentre continuava a cavalcare.

Ci fu un breve silenzio.

Non era il primo disse la piccola.

Alana fren il cavallo e la bambina la imit fermandosi di fianco alla madre.

Vuoi dire che hai ucciso altri Romani?

S, madre.

Quanti?

Altri due.

Quando?

Un poco prima di udirti chiamarmi dal fiume.

Sua madre rimase pietrificata, la guard con la bocca aperta.

Come li hai uccisi?

Nello stesso modo. Con il mio arco. Puntando sempre al collo.

E non hai sbagliato nemmeno una volta?

No.

Allora hai gi ucciso tre guerrieri disse Alana come se avesse bisogno di pronunciare quelle parole a voce alta per poterci credere.

S conferm la bambina.

Alana annu lentamente con la testa. Era chiaro che Tamura non aveva pi tanto bisogno di protezione come prima.

Hai solo otto anni e gi sei una perfetta guerriera continu sua madre guardandola con orgoglio e felicit infinita. Non incontreremo un solo uomo, n tra i Sarmati n in tutto l'Impero romano, che ti meriti. Non so dove potremo conoscere qualcuno che sia all'altezza del tuo coraggio, piccola. Non lo so.

88

UN GUERRIERO DELL'ALTRO MONDO

Grande Muraglia, Xeres
27 giugno del 107 d.C.

Li Kan si volt velocemente e tagli la gola del guerriero Hsiung-nu1 con la lama della spada d'acciaio, ferro fuso e forgiato. Il sangue del nemico gli schizz in faccia, ma se lo tolse con rapidit per girarsi e affrontare altri Hsiung-nu che si stavano lanciando contro di lui. Combattevano dall'alto dei loro cavalli. Gli animali nitrivano nervosi. Li Kan era avanzato troppo e si era ritrovato circondato da quel gruppo di nemici, ma il suo ardore nella lotta era contagioso e una dozzina dei suoi compagni era accorsa in suo aiuto. La potenza della cavalleria dell'Impero fu tale che gli Hsiung-nu decisero di ritirarsi.

Era stata solo l'ennesima scaramuccia ai piedi delle gigantesche fortificazioni difensive della frontiera settentrionale dell'Impero del Dragone Giallo.

Li Kan consegn il suo cavallo a una delle sentinelle della torre di vigilanza e sal per la scala. Voleva osservare l'orizzonte dall'alto e accertarsi che gli Hsiung-nu si fossero realmente ritirati.

Con la corazza ancora macchiata dal sangue dei nemici, guard verso occidente dall'alto della Grande Muraglia. Aveva ventitr anni, l'et in cui si reclutava la maggior parte dei giovani nell'Impero Han, ma lui si trovava gi da diversi anni al servizio dell'esercito del Nord. Il padre guerriero aveva fatto in modo che si arruolasse prima del solito, e il suo coraggio lo aveva gi distinto negli scontri di frontiera contro i bellicosi Hsiung-nu, fino al punto da essere notato dagli ufficiali superiori. Presto sarebbe arrivata una promozione. Ma per Li Kan il mondo era piccolo. Guardava verso Occidente, dove si estendevano i territori dominati dagli Hsiung-nu, pi in l c'erano le regioni degli Yuezhi2, e poi l'Impero An-shi3. Questo dicevano. Ma la cosa pi sorprendente che si raccontava era che, ancora pi lontano, alla fine del mondo, c'era Da Qin4, un impero tanto grande quanto il territorio che governavano gli Han, e ugualmente potente o forse di pi.

Stai sorvegliando il mondo, Li Kan?

La voce lo sorprese alle spalle. Era talmente assorto che non si era reso conto dell'arrivo del chi tu-wei, il comandante della cavalleria.

S, mio signore.

Qualche altro movimento degli Hsiung-nu?

No, mio signore. Sembra che si siano ritirati, per il momento. Non erano in molti.

Bene. Speriamo che duri. Ci render meno doloroso fare a meno dei tuoi servigi.

Li Kan non sapeva a cosa si riferisse il chi tu-wei.

Ho sempre combattuto bene, mio signore... disse il giovane guerriero dalla muraglia.

Tranquillo, ragazzo. Non  una brutta notizia. Lo shou, il governatore, ha richiesto un gruppo di uomini che si siano distinti per il loro coraggio sulla frontiera, per inviarli alla capitale.

A Luoyang, signore?

 cos. Lo shou ha ricevuto un messaggero dallo stesso Yu-shih chung-ch'eng, l'assistente personale del ministro del lavoro, uno dei nove ministri dell'imperatrice vedova. Sembra che Fan Chun, cos si chiama questo consigliere, abbia richiesto uomini coraggiosi per rinnovare la guardia imperiale o qualcosa del genere. Ho fatto il tuo nome.

S, chi tu-wei.

Il comandante della cavalleria sospir. Andrai a Luoyang, un viaggio di diverse centinaia di li5, nella capitale del mondo, ma dovrai essere tanto vigile quanto lo sei stato sulla muraglia, o anche pi, mi capisci? L'imperatore  un bambino, e da quanto dicono... abbass la voce ...un po' capriccioso, ed  l'imperatrice vedova colei che sta eseguendo il compito di reggente, che di fatto governa, anche se non in maniera ufficiale. E quando c' una reggenza temporanea, ci sono sempre anche delle congiure.  una grossa opportunit, ragazzo, ma devi stare molto attento.

Li Kan nutriva una grossa stima verso il proprio comandante. Dopo la morte dei suoi genitori, il chi tu-wei si era comportato come un vero e proprio tutore con lui.

E cosa dovr fare? chiese il giovane guerriero.

Il comandante della cavalleria rispose con sicurezza. Essere leale all'imperatrice vedova reggente, che  colei che ha richiesto questi nuovi uomini. E non vacillare mai. La lealt  sempre premiata, e il tradimento, prima o poi, viene sempre scoperto. Coloro che credono il contrario a Louyang muoiono. E s'incammin, ma prima di allontanarsi si ferm un istante e si volt verso Li Kan. E ripulisciti, soldato; non voglio che il governatore dica che ho inviato dei pezzenti alla capitale dell'Impero. Sorrise.

Il giovane guerriero han annu, mentre tentava di togliere il sangue hsiung-nu con le mani.

Louyang si disse Li Kan a bassa voce, guardando dall'alto delle mura, questa volta in direzione sud. Louyang. La capitale del mondo pens, mentre il vento del Nord sventolava le orgogliose bandiere imperiali han lungo tutta la muraglia.

1. Nome con cui i Cinesi si riferivano agli Unni.

2. I Kusana del Nord dell'India.

3. La Partia.

4. Roma.

5. Unit di misura di lunga distanza. Un li equivaleva a 0,415 km.

89

INTRECCI

Il mondo
Qualche giorno pi tardi

L'auriga Celer s'inginocchia accanto a Niger, nelle stalle di Roma. Il cavallo, disteso a terra, sopporta, tra nitriti di dolore, le cure del suo padrone alla zampa ferita. Ha smesso di sanguinare, e pare che l'animale si senta pi forte, ma preferisce ancora giacere tra la paglia e il fieno mentre Celer gli sussurra parole dolci all'orecchio.

Menenia si congeda, dopo una nuova visita, da una madre orgogliosa, che guarda la figlia, vestale di Roma, entrare nel carpentum che la riporter in citt. Domizia Longina ricorda, proprio come sua figlia, la terribile risata di Domiziano, ma ora  lei a permettersi un grande sorriso di vittoria. Menenia si allontana da l felice e triste allo stesso tempo: enormemente felice per avere ritrovato l'amore di una madre, ma immensamente triste per il ricordo dell'amicizia con Celer, spezzata per sempre dalle bizzarrie della dea Fortuna. Le rimane la speranza di un altro incontro lontano nel tempo. Potr ancora sentire l'abbraccio di Celer intorno al suo corpo? La speranza, nonostante tutto, domina ora il suo animo.

Marzio mangia il rancio d'orzo che gli hanno appena servito nel Ludus Magnus, mentre ascolta uno dei gladiatori che continua a parlare della strana morte di Carpoforo tra le fauci delle sue fiere. La cosa strana  che non sia accaduto prima dice qualcuno. Marzio resta in silenzio, masticando ogni cucchiaiata dei suoi cereali nell'attesa del prossimo combattimento. Un altro, e un altro, e tanti quanti saranno necessari per uscire nuovamente da l e fare ritorno nel Nord. Lui ormai non parla pi con nessuno. Morto Attilio, morto Akkas, senza il molosso, forse dovr uccidere tutti quelli che lo circondano per poter ritornare da Alana e Tamura. Mangia con calma. Far il necessario, ma le forze non sono pi quelle di un tempo. In fondo,  consapevole che solo un colpo di fortuna potr portarlo via da l.

Trigesimo, il lanista del Ludus Magnus, esamina l'elmo da mirmillone che un pretoriano gli ha consegnato un paio di giorni prima. Lo hanno trovato accanto al corpo di una pantera morta nella grande sala sotterranea delle fiere in cui hanno trovato anche il corpo di Carpoforo. Non sa bene che fare. Il pretoriano, senza dubbio, informer i suoi superiori e la notizia del ritrovamento di quell'elmo nel luogo in cui il bestiarius  morto giunger presto al prefetto del pretorio. Ha bisogno di riflettere.

Nel frattempo, nel cuore della Dacia conquistata da Roma, nella necropoli della nuova capitale Ulpia Traiana, la pioggia perenne del Nord bagna la grande pietra funeraria in onore di Longino. Un tuono irrompe nel cielo della provincia romana. E, oltre le mura di Ulpia Traiana, tra la moltitudine di faggeti dei monti Ora?tie, l dove le pattuglie di legionari hanno ancora paura di addentrarsi perch rimangono dei Daci e dei Sarmati liberi, mimetizzati negli immensi boschi, Alana e Tamura si nascondono con i loro archi tesi. Un cervo si  fermato ad abbeverarsi in un ruscello. La bambina tende il suo arco sotto lo sguardo attento della madre. Una saetta vola con la velocit di un lampo. L'animale cade con la freccia conficcata tra gli occhi. Alana ha perso un poco la vista, ma con Tamura e il suo arco questo non  pi un problema quando  ora di cacciare.

Pi a sud, il legatus Tettio Giuliano cammina sul ponte pi lungo del mondo. Si ferma proprio al centro e contempla il fiume Danubio, vinto da un imperatore e da un architetto capaci entrambi d'immaginare l'impossibile.

A Roma, Apollodoro di Damasco progetta dei nuovi sogni su un papiro, disegni con cui dare forma ai desideri dell'imperatore: mercati, biblioteche e una colonna che si erga al centro di tutto per ricordare al mondo, per sempre, la grande vittoria di Traiano sui Daci.

Ma il mondo  ancora pi grande, e un ambasciatore dell'Impero kusana del Nord dell'India attende paziente nell'Aula Regia del palazzo imperiale l'arrivo del Cesare. Ha portato con s degli straordinari doni, ma anche una proposta che solo un temerario potr accettare. L'ambasciatore guarda l'alto tetto della grande Domus Flavia mentre corruga la fronte: questo imperatore romano sar tanto audace? Sar capace di accettare la pi grande delle sfide?

Poco pi in l, in una gigantesca sala, tra le ombre delle colonne di uno dei grandi peristili porticati del palazzo, Adriano, nipote del Cesare, parla con un uomo che risponde con la voce rauca e che lo guarda da dietro un lungo naso.  il suo vecchio tutore, Publio Acilio Attiano, che ascolta e annuisce ripetutamente mentre riceve istruzioni.

Ancora a Roma, ma lontano dal palazzo imperiale, un folto gruppo di cristiani prega mentre d sepoltura al vescovo Evaristo. Il nuovo successore di Pietro, Alessandro, tiene nelle sue mani un papiro arrotolato con una lettera di Ignazio, mentre chiede al Signore che lo illumini per capire se il messaggero che giunger dall'Oriente  veramente un inviato da Dio o forse il peggiore degli anticristo.

Nel frattempo, in Frigia, un ricco commerciante prepara un lungo viaggio verso la capitale dell'Impero. Sa ci che si deve fare, ma dubita che i vescovi dell'Occidente sapranno comprenderlo. Eppure vuole tentare. No, questo non  esatto: lo far in ogni modo, con o senza di loro. E se sar necessario, anche contro di loro.

A Ctesifonte, Partamasiri organizza una festa con i suoi amici. Ci sono schiave e molto alcol. Presto sar re, e questo vale bene una festa. Nel frattempo suo fratello Osroe calcola, nel palazzo reale lungo il Tigri, di quante truppe avr bisogno per affrontare una campagna militare contro Vologase. Si ritiene soddisfatto, dopo i suoi calcoli. Con l'Armenia sotto il suo controllo, disporr delle forze necessarie. Il mondo cambier. Molto. E presto.

Li Kan scende dalla Grande Muraglia della frontiera dell'Impero han. Ha scrutato l'orizzonte in cerca dei movimenti degli Hsiung-nu, ma pare che, alla fine, questi abbiano deciso di rimanere tranquilli e non assaltare le fortificazioni. Pensa che sentir nostalgia per i combattimenti, quando sar nella guardia dell'imperatrice vedova, e non  sicuro di sapersela cavare nella lussuosa Luoyang. Intuisce che la sua vita sar diversa, come la sua misteriosa origine, discendente di guerrieri sconosciuti. Di questo non ha mai parlato con nessuno. Nemmeno con il suo comandante. Suo padre gli raccont la storia della sua oscura origine poco prima di morire.  il suo segreto. E, arrivato il momento, ti chiameranno a Luoyang. Alla fine avranno bisogno di noi perch siamo i guerrieri migliori, figlio. Questo gli preannunci suo padre. E ora quella profezia sta per compiersi.

A Roma, Marco Ulpio Traiano entra nella sala del trono. L'Aula Regia  piena di ambasciatori da tutto il mondo, da tutte le province di Roma e dalle regioni e dai regni oltre i suoi confini. Ora tutti lo vogliono come alleato. Tutti lo temono. Lui, tuttavia,  ancora stordito dai troppi misteri rivelatigli nel giorno del suo trionfo; Vibia Sabina  ancora triste, Plotina distante da lui e pericolosamente vicina ad Adriano, e suo nipote sta tramando qualcosa insieme al vecchio Publio Acilio Attiano...

L'esistenza  una grande follia, e quel palazzo imperiale  maledetto per davvero, esattamente come lo aveva avvertito anni prima Domizia Longina. L'imperatore sospira. Sente sollievo per aver adempiuto ancora una volta al giuramento fatto a suo padre, avendo difeso Menenia, nipote di Corbulone, contro tutti i nemici di Roma. E sa di essere potente per avere piegato i Daci una volta per tutte; ma Traiano si sente anche triste, stanco e solo. I suoi pensieri, mentre si siede sul trono imperiale, viaggiano fino alla necropoli di Ulpia Traiana. Non vedr mai pi Longino. Se il suo amico avesse lasciato la sua mano durante quella caccia nella lontana Hispania... ma il mondo deve andare avanti, continuare, e lui, per ci che pu, deve dare un senso all'eroismo del suo amico perduto, governando con giustizia, onore e coraggio. Pensa a Lusio Quieto e annuisce senza dire nulla, tra s e s. Ricorda i piani segreti di Giulio Cesare e si distende, lentamente, sull'enorme trono imperiale, apprezzando la possibilit di essere un autentico Cesare.

E mentre gli ambasciatori, lontani dalle tribolazioni e meditazioni di Traiano, presentano i loro omaggi all'imperatore, centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone si radunano nelle strade che conducono alla grande arena che s'innalza vicino al palazzo imperiale. Quella stessa mattina, un nuovo giorno di festa per celebrare il trionfo sulla Dacia, si terranno altre corse di quadrighe, e tutta Roma si prepara per un'altra memorabile giornata nel Circo Massimo.

EPILOGO

Densus, ad appena tre o quattro miglia a nord di Ulpia Traiana
In qualche momento del VI secolo d.C.

Dopo circa centosessantacinque anni dalla conquista di Traiano, l'imperatore Aureliano ritir le legioni romane dalla Dacia. Quel territorio cessava di essere sotto il dominio dell'Impero romano. Giunsero allora i Goti, e quindi gli Unni.

E poi scomparvero.

Fu la volta dei Gepidi, che si stabilirono sull'intera regione. Gli antichi dei romani scomparvero, e i Gepidi adottarono, a loro modo, una forma di cristianesimo e cessarono di perseguitare i monaci che predicavano la parola di Cristo.

Furono costruite le prime chiese.

Poi arriv il VI secolo d.C.

Traian era un contadino.

Le gelate avevano distrutto il raccolto, e la fame regnava nella piccola citt di Densus. Traian non aveva nulla con cui sfamare la moglie e i suoi tre figli. Ne avevano avuti quattro, ma erano sopravvissuti in tre, di cinque, quattro e due anni. Probabilmente, quell'inverno sarebbe stata la fine per tutti loro se non avesse trovato presto una soluzione.

I monaci offrono lavoro gli disse un altro contadino.

Dove? chiese Traian.

Nella citt morta. Hanno bisogno di uomini forti per costruire delle chiese, e pagano con il cibo.

Traian non ci pens un istante e s'incammin verso la citt morta. Tutti i sentieri erano innevati, e il freddo era tanto intenso da gelargli le ossa, ma lui era abituato alla fatica quotidiana nei campi e quell'inclemenza non era una novit.

In breve raggiunse la citt morta. Pass vicino al grande circolo di pietra dove i vecchi raccontavano che si erano celebrati, in passato, combattimenti mortali tra selvaggi guerrieri, mentre migliaia di persone acclamavano i vincitori e schernivano gli sconfitti. Questo un centinaio di anni prima. Lui non era sicuro che quelle storie fossero vere. Pass accanto agli edifici abbandonati, in rovina, dove un tempo vivevano quelle antiche popolazioni dimenticate da tutti. Volt a sinistra notando una folla riunita e si avvicin per scoprire se era l che si offriva lavoro.

 esatto gli rispose un monaco che sembrava essere il capo in quel luogo. Sei forte?

Traian si tir su le maniche della vecchia giacca di lana e scopr dei muscoli ben torniti, che avrebbero potuto essere anche pi grossi con dei pasti decenti.

D'accordo gli disse il monaco. Se lavorerai bene ti daremo cibo per te e la tua famiglia per tutto l'inverno.

Traian accett e vide che c'erano dei grandi carri a lato del cammino, e una specie di grossa puleggia con cui tentavano di trasportare delle pietre gigantesche che avevano estratto da un campo vicino, e vari uomini che tiravano le corde per sollevare la prima pietra; dopo poco, sudati ed esausti, rinunciarono, incapaci di raggiungere l'obiettivo.

State tentando di mettere quella grande pietra sul carro? disse segnalando una specie di concio con delle lettere incise in superficie, lettere che nessuno, l, sapeva decifrare.

S gli risposero alcuni, ancora stanchi, con le mani sulla schiena dolorante.

Andiamo disse Traian, e tir la corda con forza. La fame riesce a fornire un'energia incredibile quando s'intuisce di potere ottenere presto un pasto.

Non solo riusc a sollevarla, ma anche a spostarla dal proprio posto. Quella scena lasci tutti sbalorditi e immediatamente si unirono a lui, e cos riuscirono a caricare la prima pietra sul carro. Ripeterono l'operazione con le altre pietre, e i monaci, contenti di vedere che il lavoro finalmente procedeva, portarono pane e formaggio per tutti. Uno di loro cominci a parlare di Cristo mentre mangiavano.

Faceva freddo, per l, mangiando pane e formaggio, ascoltando i racconti di quel monaco, si stava bene. Al tramonto, affrontarono il cammino con i carri verso Densus, dove i monaci, in cima a una collina, volevano costruire la chiesa.

Traian torn a casa con pane e formaggio per la famiglia.

Domani ci daranno carne di cervo. Questo ci hanno promesso disse alla moglie, che piangeva vedendo che finalmente i bambini avevano da mangiare. Sopravvivremo all'inverno aggiunse Traian. Adesso vado a dormire.

Le giornate di lavoro si ripeterono nelle settimane successive. Il lavoro era duro, ma la ricompensa valeva la fatica e i monaci erano generosi quando si lavorava bene. Traian era il pi apprezzato da quei monaci, che parlavano loro di Cristo durante i pasti; s'interessarono a lui e cominciarono a insegnargli a leggere. A Traian quella sembrava una sciocchezza, ma dato che i monaci gli stavano fornendo lavoro e cibo, accett, pi per curiosit che per reale interesse.

Un giorno, Traian tent di decifrare alcune parole incise su una delle colonne all'interno della chiesa che stavano costruendo con le pietre della citt morta.

L... O... N...G... I... N.

Traian si ferm a riflettere, mentre ripeteva quelle lettere nella propria mente. Chi sar Longino? si chiedeva. Quale sar la sua storia? Chiunque fosse, la pietra di quell'uomo sconosciuto gli stava dando il cibo per l'inverno. Qui starai bene, chiunque tu sia disse Traian alla pietra, come se il nome inciso su di essa potesse udirlo. Questa sar una chiesa, quando termineremo il lavoro. Un luogo sacro. Un buon posto dove stare.

Traian usc dall'edificio in costruzione, raccolse il pasto che i monaci avevano preparato per la sua famiglia e torn verso casa per la notte.

Sulla collina di Densus, sotto la luce della luna piena, la sagoma di un santuario in costruzione si ergeva bellissima e ben definita, nel mezzo dei sogni degli uomini.
...
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FINE.
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APPENDICI.
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NOTA STORICA.

(Avvertenza: leggere solo una volta terminato il romanzo)

La chiesa di Densus si pu raggiungere attraverso due vie principali. Dal Sud-Ovest della Romania, dalla citt di Caransebe?, percorrendo circa ottanta chilometri fino ad arrivare alle rovine di Sarmizegetusa Ulpia Traiana, la capitale della Dacia che l'imperatore ispanico ordin di costruire dopo aver distrutto l'antica Sarmizegetusa Regia di Decebalo, le cui tracce si trovano pi a nord. A partire dall'enclave di Ulpia Traiana, che merita senz'altro una visita, se si prosegue per questa strada in direzione di Ha?eg, si deve imboccare la prima deviazione a sinistra. Purtroppo, per chi volesse visitare Densus esistono solo scarse segnalazioni con lo scopo di non perdersi se si viene da nord, quindi, invece di scegliere la prima deviazione,  raccomandabile continuare e prendere la seconda strada a sinistra, stretta ma asfaltata. Se si sceglie quest'ultima via, allora le indicazioni possono essere di maggiore aiuto.  importante tener presente, infatti, che intorno a Densus il viaggiatore incontrer sicuramente contadini molto gentili ma che parlano unicamente la lingua romena. Ci sono anche numerose greggi che attraversano frequentemente la strada. Quindi, o s'imbocca la seconda strada a sinistra, o, se si proviene da Ha?eg, da nord, si devono percorrere sette o otto chilometri e poi prendere la strada che dunque rimarr sulla destra.

Una volta raggiunta Densus, si deve cercare la collina pi alta e da l, dalla cima, vi apparir la chiesa medievale, il santuario cristiano pi antico della Romania. La sua data di costruzione oscilla tra il III e il XIII secolo, anche se tutto farebbe supporre che, probabilmente, risalga all'epoca dei Gepidi o forse addirittura agli Avari del Medioevo, anche se il santuario  stato ultimato definitivamente solo nel XIII secolo. Il visitatore potr osservare come i contrafforti delle mura esterne s'innalzano su delle colonne romane. Tanto i conci alla base delle mura quanto le pietre delle colonne derivano dalle rovine dell'antica Ulpia Traiana. Com' accaduto in tanti altri luoghi d'Europa, gli abitanti della regione hanno smantellato gli edifici pagani, come l'anfiteatro di Ulpia Traiana, per costruire edifici cristiani. Non esiste pietra intagliata in modo migliore.

Se ci si sofferma qualche momento a osservare il luogo, alla fine, non chiedetemi come, apparir il pope o sacerdote ortodosso del posto, che vi aprir gentilmente la chiesa e vi permetter di visitare l'interno. Non chieder denaro, per vi far capire che non si devono scattare foto, quindi vi offrir qualche immagine religiosa ortodossa, di buona fattura, a prezzi ragionevoli.

All'interno, se si osservano le quattro colonne che sostengono la struttura della chiesa, ci si render conto che esse contengono numerose iscrizioni funerarie, poich si tratta delle solide e robuste lapidi della necropoli di Ulpia Traiana. E se si guarda con pi attenzione si scoprir, in una di queste colonne, la lapide di Longino.

Riguardo a questa, esiste un dissenso tra storici, fonti e resti archeologici. Da ci che  narrato nei due volumi, Circo Massimo e L'ira di Traiano, e da ci che il lettore che viaggia fino a Densus potr constatare, in quella lapide si parla di un tale C. Longino Massimo, mentre nel romanzo mi sono riferito a lui come a Gneo Pompeo Longino. Questo  il nome completo che lo storico Adrian Goldsworthy riferisce, nei suoi studi, al legatus di Traiano, anche se non specifica da dove lo ha ricavato. Altri storici, come Philip Matyszak, preferiscono riferirsi a questo personaggio storico con il solo nome di Longino, poich le fonti classiche, in particolare quella di Cassio Dione, non specificano altro su questo legatus, se non che si chiamava Longino ed era stimato dall'imperatore Traiano. Questa lapide nella colonna della chiesa di Densus sar davvero la pietra funeraria dello stesso Longino amico di Traiano la cui vita  narrata in questo romanzo? Non lo sappiamo con certezza, per  possibile. Il sacerdote ortodosso di Densus ne  assolutamente convinto e non sar certo io a persuaderlo del contrario; personalmente, mi piace pensare che il nobile Longino, non sapendo dove si trovino i suoi resti mortali, almeno possieda una lapide che sostiene un santuario, la chiesa pi antica di tutta la Romania. Mi sembra un luogo bellissimo in cui ricordare la sua vita e il suo coraggio.

Naturalmente, oggi il nome Traian  molto diffuso in Romania.

Se poi visiterete la citt di Densus, ricordate di portare con voi del pane per i numerosi cani senza padrone e perennemente affamati che incontrerete l e, in generale, in quasi tutti i luoghi della Romania. Di solito non sono aggressivi, ma sempre molto insistenti per ottenere un po' di cibo.

Quanto c' di storicamente fondato e quanto d'inventato in Circo Massimo e ne L'ira di Traiano? Come per i miei romanzi precedenti, ho cercato un equilibrio tra entrambi gli aspetti, per vorrei ora specificare quali dati provengono dal reale passato e quali ho apportato per dare alla storia un tono pi romanzato. Per la maggior parte, tutti i riferimenti alle due guerre daciche seguono fedelmente ci che ci narra Cassio Dione. Purtroppo, come ho gi anticipato in una nota al testo in Circo Massimo, il lungo scritto di Traiano su queste campagne, intitolato De bello dacico,  andato perduto insieme ad altri testi che avrebbero apportato maggior chiarezza su queste lotte per il dominio della Dacia. Quindi, in molti casi,  bene appoggiarsi in maniera integrativa ai dati archeologici, come quelli dei rilievi della Colonna Traiana a Roma, sulla quale sono stati ricreati i dettagli di quelle due guerre e i loro avvenimenti principali. In questo modo, scopriamo che la seconda battaglia di Tape, il contrattacco di Decebalo nella Mesia Inferiore e la battaglia di Adamclisi sono abbastanza fedeli a ci che sappiamo essere avvenuto. Inoltre, ci sono giunte informazioni sull'importanza di queste due campagne belliche dalle brevi comunicazioni dei messaggeri, dai codici cifrati e dall'utilizzo dei segnali di fumo dalle torri di sorveglianza del Danubio. I codici cifrati impiegati nel libro sono quelli che usavano gli imperatori precedenti, grazie a quanto ci racconta Svetonio, e supponiamo che anche Traiano usasse simili codici per le sue comunicazioni. Quello che ho tentato di fare  stato un ritratto sintetico ma abbastanza fedele della seconda campagna militare, terminata con l'assedio di Sarmizegetusa Regia e la sconfitta finale di Decebalo. I personaggi di Vezinas, Diegis, Bacilis sono menzionati da diverse fonti storiche e come tali vengono descritti nel romanzo. Sulla figura di Dochia c' invece pi confusione: secondo alcuni era la sorella di Decebalo, secondo altri la figlia, per altri ancora la moglie. Ho optato per la sorella. Ma non c' dubbio che si trattasse di un familiare molto importante nella cerchia del re dacico.

Due episodi che sicuramente a molti lettori sono apparsi particolarmente romanzati provengono invece dalle fonti classiche: sto parlando del tentato assassinio di Traiano organizzato da Decebalo attraverso alcuni disertori e del suicidio di Longino per evitare di essere un impedimento all'avanzata delle legioni di Traiano. Ed  sempre Cassio Dione a testimoniare come Decebalo avesse nascosto l'oro deviando il corso del fiume Sargentia, e come venne poi ritrovato grazie al tradimento di Bacilis. Ho inoltre voluto fornire un ritratto il pi fedele possibile al poco che sappiamo sugli usi e costumi dei Daci, in relazione alla loro religione, ai sacrifici e alle altre usanze culturali e militari. Per gli appassionati, esistono molte rovine delle fortificazioni daciche di Sarmizegetusa Regia, Blidaru, Costesti, Piatra Rosie e altre sui monti Ora?tie, nel centro della Romania, che si possono visitare. Per la maggior parte si tratta di enclave spettacolari, per, purtroppo, di difficile accesso.  quindi raccomandabile che, se si decide di intraprendere un tale viaggio, ci si fornisca di un fuoristrada in ottime condizioni. Non  conveniente, per, specificare all'impresa che affitta le auto la vostra intenzione di raggiungere con il veicolo Sarmizegetusa Regia. Esiste un detto romeno nella regione Ora?tie che afferma che chi riesce a raggiungere le fortezze di Blidaru e Costesti in un solo giorno, vedr tutti i suoi sogni realizzarsi. Io non ci sono riuscito, ma spero di avere presto una seconda possibilit.

La parte del romanzo di maggior fantasia  quella che riguarda le gare delle quadrighe e il personaggio della vestale. Sia Celer sia Menenia sono personaggi di finzione, ma ci che loro mi hanno permesso di descrivere del mondo romano  vero. Le gare delle quadrighe si reggevano su regole e usi descritti nel romanzo. La mia maggior licenza  stata quella di trasferire l'abitudine del diversium dall'Oriente a Roma. Questo tipo di competizione  documentata negli ippodromi dell'Oriente dell'Impero romano e non ne rimane traccia a Roma, ma questo non significa che non si sia celebrata una qualche forma di diversium durante gli oltre sette secoli di storia attiva del Circo Massimo. Curiosamente,  perfino esistito un tale Celer accusato di crimen incesti con una vestale, ma nel periodo della Repubblica.

Anche il personaggio della sacerdotessa di Vesta  immaginario, ma il mondo delle vergini vestali, le loro abitudini, le loro leggi e perfino l'incredibile potere che potevano esercitare su Roma, com' spiegato nei libri,  fedele alla realt del sacerdozio. Di fatto, la legge di Numa  stata testimoniata negli scritti di Plutarco, come il lettore avr avuto modo di rendersi conto dalla citazione che appare nel testo.

Non esiste invece testimonianza di un processo per crimen incesti durante l'epoca di Traiano, ma  anche vero che ci sono giunte, curiosamente, solo le prove di quei processi per i quali le vestali furono condannate. Ci ci apre due possibilit: o non si  mai assolta una vestale accusata di crimen incesti (ci sono riferimenti a qualche caso di assoluzione, ma che poi fu ritrattato e la vestale condannata); oppure, forse, in caso di assoluzione, si cancellava ogni traccia del processo perch l'immagine della vestale non fosse danneggiata. Non lo sappiamo. In ogni caso, quello che ho desiderato fare  stato fornire una rappresentazione dettagliata di come avveniva un processo per un cos grave crimine durante la Roma imperiale dell'inizio del II secolo; e cos, tanto il controllore di clessidre, l'esistenza di un avvocato difensore, di un accusatore, o di un presidente che risultava essere l'imperatore in qualit di Pontifex Maximus, cos come di un tribunale composto dal Collegio dei pontefici, sono tutti dati storici. Per questa parte avrei potuto scegliere di inventare un avvocato immaginario, ma avendo il magnifico Plinio, noto per le sue doti durante i processi di Roma in quell'epoca, ho preferito dargli mandato per difendere Menenia. Perci ho inserito Plinio il Giovane, i cui processi contro senatori corrotti sono stati registrati in varie fonti classiche, per difendere un personaggio inventato in un processo che, se avesse avuto realmente luogo, si sarebbe svolto in un modo molto simile a come l'ho narrato in Circo Massimo.

Anche le varie peripezie di Marzio, Alana e Tamura sono inventate, ma questi personaggi servono a descrivere aspetti reali dell'epoca, come il gi citato tentativo di assassinio nei confronti di Traiano organizzato da Decebalo, le alleanze e gli scontri tra Sarmati e Daci durante il lungo conflitto con Roma, la vita dei Sarmati o il traffico di organi dei cadaveri dei gladiatori nell'Anfiteatro Flavio. La credenza che il sangue dei gladiatori potesse essere un rivitalizzante sessuale o che il loro fegato fosse un rimedio contro l'epilessia, per quanto assurdo possa sembrare, era realmente data per vera in epoca romana.

Carpoforo fu un bestiarius vissuto tra la fine del I secolo d.C. e l'inizio del II secolo d.C. Viene menzionato in varie fonti classiche e si dice che utilizzasse metodi terribili per dominare gli animali impiegati nei giochi dell'Anfiteatro Flavio.

Del resto, ci sono altri aspetti del romanzo che si avvicinano a dettagli derivati dalla storia reale.

Per esempio, il caso dell'impressionante costruzione del ponte di Apollodoro di Damasco sul Danubio. In questa parte, ho voluto spiegare le tecniche di costruzione dell'epoca utilizzate per un progetto di cos enorme portata. Di fatto, anche oggi, costruire un ponte sul Danubio richiederebbe un incredibile sforzo d'ingegneria e un investimento economico non da poco. Il fatto che Apollodoro di Damasco sia riuscito in cos pochi anni a costruirlo con tecniche antiche di millenovecento anni, rende questo ponte un'opera sorprendente. I suoi resti sono tuttora visitabili presso la sponda romena di Drobeta-Turnu Severin e in quella corrispondente in Serbia.

Non  mia intenzione competere con Javier Sierra e il suo magnifico El maestro del Prado, ma per coloro che non possono permettersi un viaggio fino ai monti Ora?tie consiglio, se lo desiderano, di cercare la scultura del guerriero dacico in una delle sale del Museo del Prado a Madrid; in questo modo, la Dacia non apparir pi cos lontana.

Gli sporadici riferimenti ai cristiani dell'epoca, con le loro molteplici credenze ed eresie, per quanto mi riguarda seguono le informazioni riconosciute e forniteci dagli studiosi sull'epoca.

In quanto al miserabile personaggio di Mario Prisco,  un vero personaggio storico: un senatore terribilmente corrotto che fu effettivamente giudicato durante l'epoca di Traiano, proprio come il romanzo racconta, e condannato all'esilio dopo essere stato costretto a restituire 700.000 sesterzi alle casse pubbliche. Non sappiamo invece quale fu il suo destino dopo quella condanna, ma sono convinto che Mario Prisco, se ne avesse avuto l'opportunit, per assurda o complessa che fosse, avrebbe tentato con tutte le forze di vendicarsi dell'imperatore di Roma. Prisco aveva gi ordinato la morte di molti innocenti durante la carica di governatore e non ho ragioni per supporre che il suo carattere potesse cambiare durante l'esilio. Tuttavia, non abbiamo alcuna prova che sia stato lui a consigliare a Decebalo l'assassinio di Traiano e, quando questo fall, il sequestro di Longino. Ma  un dato certo che Decebalo utilizz molti disertori in qualit di consiglieri militari durante le guerre daciche.

Altra cosa veritiera  il fatto che Augusto nascose alcuni scritti di Giulio Cesare e su questo si sono elaborate varie ipotesi, come la possibilit che si trattasse di poesie giovanili o di testi non troppo ben scritti a livello retorico, cos come lo sono altre opere posteriori che ci sono giunte. Si  quindi ipotizzato che forse Augusto non volesse che l'immagine del suo divinizzato predecessore potesse deteriorarsi agli occhi dei posteri. Altro fatto vero  che Giulio Cesare elabor dei piani militari per attaccare la Dacia e la Partia, piani che non pot, per, portare a termine a causa del suo assassinio avvenuto nel marzo del 44 a.C. Anche questi scritti furono forse nascosti da Augusto? Difficile saperlo, tuttavia, quello che invece sappiamo,  che sia Svetonio che altri autori si riferiscono spesso a degli scritti di Giulio Cesare che non ci sono mai pervenuti. Evidentemente, questi supposti piani espansionistici si trovavano in opposizione con la politica di Augusto, la cui scelta era di non oltrepassare il Reno, il Danubio e l'Eufrate; e, forse, occultare questi testi era un modo per evitare problemi e nascondere tale contraddizione: Augusto portava il nome di Cesare, cos come gli altri imperatori, ma non voleva perseguire i suoi stessi scopi. Sono giunti questi piani nelle mani di Traiano? Sappiamo che l'imperatore ispanico, molto probabilmente, nomin Svetonio bibliotecario e gli ordin una riorganizzazione delle malmesse biblioteche pubbliche di Roma. A partire da questo dato, ogni congettura  possibile.

La relazione tra Adriano e Plotina  un tema di grande controversia che ha generato ogni tipo di teoria. La maggior parte degli storici accetta l'esistenza di un qualche legame tra i due, in relazione alla politica di successione della famiglia imperiale. Se questo legame fu pi o meno intimo  invece discutibile, anche se sappiamo che il matrimonio tra Adriano e Vibia Sabina fu realmente infelice, per non dire terribile. Inoltre, ci risulta dalle fonti classiche che Adriano, in certi momenti, ricorse ai servizi di Publio Acilio Attiano, suo antico tutore, anche se non possiamo risalire precisamente a quando e in che modo, tranne che per i fatti che ebbero luogo durante l'ultimo anno del governo di Traiano. Ma qui sto anticipando, poich tutto ci che riguarda la campagna in Partia e gli ultimi anni del potere di Traiano ... un'altra storia.

Infine, rimane da affrontare una questione a mio parere importante: Domizia Longina ebbe una figlia? Non possiamo saperlo con certezza. Sulla base delle date dei diversi accadimenti  perfettamente plausibile che Domizia Longina fosse rimasta incinta di Tito e che, approfittando dell'esilio al quale era stata condannata da Domiziano, avesse occultato la nascita del bambino, maschio o femmina che fosse. Ci di cui sono abbastanza sicuro, ed  difficile che qualcuno riesca a persuadermi del contrario,  che se Domizia Longina partor durante l'esilio, dovette fare tutto il possibile per nascondere la cosa a Domiziano, per paura che questi uccidesse il bambino o la bambina. O che lo facesse soffrire come aveva fatto con le sue nipoti. Come sono convinto che, se realmente avvenne un parto in tali circostanze, Domizia Longina ebbe la capacit di trovare il modo per nasconderlo. Di fatto, non esiste accordo tra gli storici sulla possibilit che la moglie di Domiziano abbia avuto un figlio. Di fronte a questo vuoto di informazioni, ho sfruttato la mancanza di prove immaginando che ci fosse successo, che Domizia Longina abbia partorito una figlia e che abbia ingannato tutti occultando una parte di storia, un enigmatico segreto su cui noi possiamo solamente... fantasticare.

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GLOSSARIO DEI TERMINI LATINI

Ade (dal latino Hades): il regno dei morti.

Ad laevam: verso sinistra; potevano essere impiegate anche altre espressioni per questa indicazione, come per esempio sinistrorum.

Alatores: assistenti durante una partita di caccia; aiutavano i pressores a spaventare gli animali perch uscissero dalle loro tane o a preparare le trappole.

Alba linea: linea tracciata sulla pista del Circo Massimo, dove il giudice sosteneva una corda decidendo se la partenza delle quadrighe era valida o meno. Se la partenza era valida abbassava la corda per lasciar passare i carri e far continuare la gara; in caso d'infrazione, invece, la manteneva alta per evitare il passaggio dei carri.

Ab urbe condita: letteralmente, dalla fondazione della citt. Era il sistema di datazione che prendeva come riferimento l'anno di fondazione di Roma, ossia il 754 a.C. Nell'opera  utilizzata per lo pi la datazione in uso nel calendario moderno (che prende avvio dalla nascita di Cristo), ma a volte si esplicita anche la relativa data del calendario romano:  un espediente per far capire al lettore come i Romani rapportassero gli eventi e il trascorrere del tempo alla fondazione della loro citt.

Aequimelium: quartiere che si estendeva a nord del Vicus Iugarius e a sud del tempio di Giove Capitolino.

Aerarium: erario pubblico dello Stato romano che si alimentava con le tasse portuali e altre imposte sulle attivit commerciali.

Africa Nova: provincia romana che corrispondeva approssimativamente alla regione dell'antica Numidia (oggi parte della Tunisia e dell'Algeria occidentale).

Agger: terrapieno, di solito di terra accumulata, che le legioni romane costruivano per accedere alle alte mura di una citt nemica durante gli assedi.  assai noto l'agger che i Romani innalzarono per accedere all'inespugnabile Masada, nella provincia della Giudea. Pare che Traiano abbia ordinato la costruzione di un agger di terra e di pietre per raggiungere la cima delle mura di Sarmizegetusa, anche se su questo dato mancano precise informazioni archeologiche e storiche.

Ala, alae: singolare e plurale del sostantivo latino indicante l'unit della cavalleria ausiliaria di una legione romana.

Alaudae: letteralmente le allodole, nome della legione V, creata da Giulio Cesare. Durante il regno di Domiziano fu sconfitta a nord del Danubio, sotto il comando del prefetto del pretorio Cornelio Fusco. I loro stendardi finirono nelle mani del re dei Daci Decebalo, in ricordo dell'umiliazione inflitta a Roma.

Alimenta: programma di distribuzione di viveri tra i cittadini pi bisognosi di Roma varato dall'imperatore Nerva. Questi ebbe appena il tempo di avviare il provvedimento, ma il suo successore Traiano lo port avanti durante il suo governo.

Andabata, andabatae: gladiatore costretto a combattere alla cieca, con un elmo che gli copriva gli occhi. Nella Roma imperiale molti condannati a morte erano sottoposti a questo supplizio.

Anfiteatro Flavio: era l'anfiteatro pi grande al mondo, oggi meglio noto come Colosseo. Fu costruito a Roma sotto il regno di Vespasiano, inaugurato da Tito e in seguito ampliato da Domiziano. Vi si svolgevano spettacoli di caccia, esecuzioni di massa di condannati a morte e probabilmente anche naumachiae, rappresentazioni di battaglie navali, ma  passato alla storia per essere il luogo destinato alle lotte gladiatorie.

Annales: archivio storico dell'antica Roma; in questi documenti venivano registrate le nomine dei magistrati e ogni accadimento importante.

Annona: la razione di grano distribuita gratuitamente dallo Stato ai cittadini liberi di Roma. Per lungo tempo fu soprattutto la Sicilia a rifornire di grano la capitale dell'Impero, ma nell'epoca in cui  ambientato il romanzo, il maggior esportatore di frumento era l'Egitto.

Ante diem VI calendas Iulias: i sei giorni precedenti al primo di luglio. Dato che i Romani contavano dal giorno che si prendeva come riferimento (in questo caso le calendae, il primo del mese), il giorno a cui si riferisce era il 26 di giugno.

Anticato: opera nella quale Giulio Cesare attacca il proprio nemico politico, Catone il Giovane, con ogni tipo di argomento. Siamo a conoscenza della ferocia di tali critiche grazie ad alcuni frammenti del testo a noi pervenuti.

Apocalypsis: uno dei libri della Bibbia. Il suo controverso contenuto, cos come i dubbi sui possibili autori, ha fatto s che fosse uno degli ultimi a essere considerato dalla Chiesa come testo sacro. Generalmente si accetta l'ipotesi che l'autore sia san Giovanni Evangelista, ma certe ipotesi lo riconducono a un altro Giovanni. Ho deciso di considerare l'ipotesi pi accredita, identificando l'autore con Giovanni, il discepolo pi giovane di Cristo. Le interpretazioni sulle metafore e le profezie contenute nella Apocalisse sono infinite.

Apodyterium: spogliatoio delle terme dove i clienti potevano svestirsi.

Aqua Appia: il pi antico e uno dei principali acquedotti che riforniva di acqua le fontane e le domus di Roma.

Aqua Augusta: acquedotto della citt di Pompei prima della grande eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Aqua Claudia: uno dei pi importanti acquedotti di Roma.

Aqua Marcia: uno dei pi grandi acquedotti di Roma.

Aqua Virgo: uno dei grandi acquedotti di Roma. Il suo nome deriva da una leggenda che narra di una giovane vergine che indic a un soldato dove trovare la fonte da dove si sarebbe creato l'acquedotto. Fu costruito durante l'epoca di Augusto.

Aquarii: fontanieri; addetti al rifornimento d'acqua ai piani pi alti delle insulae romane.

Argiletum: viale che partiva dal Foro in direzione nord, con il grande Macellum a est.

Armamentarium: deposito delle armi nell'accampamento legionario o nei castra praetoria di Roma.

Armaria: i grandi armadi a muro in cui erano conservati i rotoli nelle biblioteche di Roma antica.

Armentarii: mozzi delle scuderie appartenenti alle varie squadre di quadrighe del Circo Massimo.

Atrium Vestae: la casa dove risiedevano le vergini vestali, le novizie del sacerdozio sacro e la Vestale Massima. Era situato al centro di Roma, all'interno del Foro, a lato del tempio di Vesta.

Atramentum: l'inchiostro di colore nero ai tempi di Plauto.

Atriense (dal latino atriensis): lo schiavo di pi alto rango in una domus romana. Godeva di grande fiducia da parte dei padroni e supervisionava, per lo pi in autonomia, il lavoro degli altri schiavi.

Augur: sacerdote romano incaricato di prevedere il futuro, soprattutto attraverso l'osservazione del volo degli uccelli. Plinio il Giovane fu nominato augur dall'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Augur publicus populi romani quiritium: titolo completo degli augures pubblici di Roma.

Auguraculum: lo spazio sacro in cui l'augur realizzava i riti per predire il futuro.

Augusto, augusta: formula di cortesia riservata agli imperatori e ai membri della famiglia imperiale da lui designati. Era la massima onorificenza nobiliare che si potesse ricevere.

Aula Regia: il grande salone delle udienze del palazzo imperiale, situato in un'ala della Domus Flavia. Pare che al centro della sala l'imperatore Domiziano avesse fatto collocare un imponente trono sul quale accoglieva i suoi sudditi.

Aurigator: assistente degli aurighi delle diverse squadre.

Aurum: oro.

Auspex: augur di famiglia.

Auctoritas: autorit, potere.

Ave, Caesar, morituri te salutant: Ave, Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano.

Aves inferae: volo basso degli uccelli considerato un cattivo presagio.

Ballistae: catapulte, macchine da guerra romane utilizzate durante gli assedi alle fortezze o alle citt nemiche protette da mura.

Basilica Emilia: basilica civile costruita nel 179 a.C. per volere delle famiglie Fulvia ed Emilia, motivo per il quale all'inizio fu chiamata basilica Fulvia-Aemilia. Dopo il restauro condotto nel 78 a.C. da Emilio Lepido, tuttavia, le rimase soltanto l'appellativo Emilia. In seguito, fu ricostruita molte altre volte: nel 54 a.C. (i lavori terminarono nel 34 a.C.) e nel 14 a.C. Non era un edificio imponente come la basilica Giulia, ma aveva comunque dimensioni notevoli: era lunga circa ottanta metri e larga trenta.

Basilica Giulia: era situata a una delle estremit del Foro. Le sue dimensioni erano ragguardevoli, con i suoi cento metri di lunghezza. Fu eretta nel luogo in cui prima si trovava la basilica Sempronia, che i Gracchi, a loro volta, avevano fatto costruire dove anticamente si trovava la casa di Scipione l'Africano. La basilica Giulia aveva quattro navate laterali e una grande navata centrale. Il progetto fu iniziato da Giulio Cesare (da cui prende l'appellativo Iulia), ma sarebbe stato terminato dall'imperatore Augusto.

Bellaria: dolci, ma anche datteri, fichi secchi e uva passa. Si servivano in una lunga comissatio.

Bestiarius, bestiarii: schiavo o liberto incaricato della cura delle belve negli anfiteatri. Carpoforo fu uno dei pi famosi e terribili bestiarii di tutti i tempi. I suoi crudeli giochi tra belve ed esseri umani disarmati appassionarono per anni il popolo di Roma.

Betica (dal latino Baetica): provincia romana nella Hispania meridionale, di cui erano originari gli imperatori Traiano e Adriano. Si trattava di una provincia fortemente romanizzata.

Biga: carro trainato da due cavalli.

Bona caduca o bona vacantia: legge mediante la quale l'imperatore poteva incorporare al proprio patrimonio le propriet o eredit di coloro che morivano senza aver fatto testamento.

Bona damnatorum: legge mediante la quale l'imperatore poteva incorporare al proprio patrimonio le propriet o eredit di coloro che erano stati condannati per tradimento.

Bucinator, bucinatores: singolare e plurale del termine usato per indicare i trombettieri delle legioni.

Bulla: amuleto di solito fatto indossare ai neonati per allontanare gli spiriti malvagi.

Calceus: calzatura tipica romana simile a uno stivale, allacciata con corde o cinghie.

Calidarium: nelle terme romane, la sala con piscina riscaldata.

Caligae: le calzature militari.

Calo, calones: singolare e plurale del termine usato per indicare lo schiavo di un legionario. In genere i calones non prendevano parte alle azioni militari.

Canes gallici: cani della Gallia; cani specializzati a cacciare lepri o altre prede di piccolo taglio.

Capite velato: con la testa coperta da un cappuccio, un velo o simili. Alcuni riti richiedevano che gli officianti si coprissero il capo.

Carcer: scompartimento da dove uscivano le quadrighe in gara situato a un'estremit del Circo Massimo. C'erano dodici scompartimenti e gli aurighi che si trovavano nella posizione centrale, proprio di fronte alla pista, erano naturalmente i pi favoriti, a differenza di coloro che si trovavano alle estremit.

Cardo: linea tracciata da nord a sud che costituiva la via principale di un accampamento romano, o che un augur disegnava nell'aria per dividere il cielo in differenti sezioni quando doveva interpretare il volo degli uccelli.

Carmina et prolusiones: raccolta di poemi scritti da Giulio Cesare e citati in opere classiche, dei quali sono pervenuti solo pochi frammenti.

Carpe diem: espressione latina che significa cogli l'attimo, vivi l'istante presente, dal poema Carmina (1, 11, 8) del poeta Orazio.

Carpentum: piccolo carro, solitamente a due ruote. Le vestali utilizzavano frequentemente questo tipo di veicolo per spostarsi in Roma o nei dintorni della citt.

Carroballista: carro dentro il quale si montavano le balestre per lanciare lunghe lance contro i nemici. Traiano lo introdusse come originale novit militare per attaccare la temuta cavalleria catafratta sarmatica.

Cassis: elmo addobbato da un pennacchio costituito da piume rosse e nere.

Castore (in latino Castor): insieme al fratello gemello Polluce, era uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, denominato dei Cstori o di Castore e Polluce, era il luogo di culto degli equites, i cavalieri romani. Il nome di entrambi gli dei era spesso usato come interiezione.

Castra praetoria: accampamento fortificato della guardia pretoriana, costruito da Seiano, prefetto del pretorio sotto l'imperatore Tiberio, a nord di Roma.

Casus belli: motivazione per cominciare una guerra. Roma, dai tempi della Repubblica, cercava sempre una giustificazione valida per iniziare una nuova guerra e tale giustificazione era nominata appunto Casus belli.

Catafratto, catafratti (dal latino cataphractus): cavalleria corazzata tipica degli eserciti della Persia, della Partia e di altri regni d'Oriente. La peculiarit di queste unit erano le robuste corazze che proteggevano sia il cavallo sia il cavaliere, rendendoli praticamente invulnerabili. I Romani subirono numerose sconfitte da queste compagini, finch non introdussero, a loro volta, dei catafratti nella cavalleria. Ad apportare tale innovazione fu l'imperatore Traiano.

Cathedra: sedia senza braccioli e dotata di uno schienale leggermente ricurvo. All'inizio era usata soltanto dalle donne, per la sua forma elegante, ma presto il suo utilizzo si estese anche agli uomini. In seguito fu usata dai giudici e dai maestri di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.

Cave canem: espressione latina che significa attenti al cane. Compare in molte iscrizioni rinvenute in diverse abitazioni delle citt romane.

Caveae: gradoni dei grandi edifici pubblici di Roma, come teatri, anfiteatri o circhi.

Centesima rerum venalium: tassa straordinaria che si applicava solo per scopi militari.

Chirurgus: medico chirurgo.

Circo Flaminio: uno dei grandi circhi, o piste da corsa, di Roma. Era pi piccolo del Circo Massimo e vi si disputavano i giochi della plebe.

Circo Massimo: il circo pi grande del mondo antico. Dopo i restauri di Giulio Cesare, i suoi gradoni potevano ospitare pi di 150.000 spettatori. Era il luogo in cui si organizzavano spettacolari corse di carri. Era situato tra i colli Palatino e Aventino, dove da sempre si svolgevano corse e giochi. Dopo i lavori di ampliamento, la pista divenne lunga pi di 600 metri e larga pi di 200.

Circumvallatio: palizzata o muro di pietra innalzato dagli eserciti romani durante l'assedio di una citt nemica. Alcuni degli esempi pi famosi sono il muro di pietra che Tito ordin di costruire intorno a Gerusalemme durante il suo assedio, o la muraglia costituita da torri di vigilanza e accampamenti che Scipione Emiliano ordin di costruire intorno a Numanzia. Ma, probabilmente, la pi nota circumvallatio  la doppia palizzata che Giulio Cesare innalz ad Alesia durante la battaglia contro i Galli di Vercingetorige. Meno conosciuta  invece quella che ordin Traiano intorno a Sarmizegetusa, poich le fonti classiche forniscono pochi dati a riguardo, anche se  provato che l'imperatore opt per questa scelta durante il suo lungo assedio alla capitale dacica.

Claudia: appellativo della legione VII, che a volte veniva chiamata legione VII Claudia Pia Fidelis. Il nome originario era Macedonica, ma acquis l'appellativo Claudia per la fedelt dimostrata all'imperatore Claudio durante le rivolte del 42 d.C.

Clausurae: nel romanzo, il termine si riferisce alle grandi palizzate che Traiano ordin di innalzare presso varie gole o passi di montagna della Dacia con lo scopo di impedire o rallentare gli spostamenti delle truppe daciche. Il termine significa anche chiusura, da cui deriva convento di clausura da dove solitamente i monaci e le monache non possono uscire.

Clivus Argentarius: viale che parte dal Foro in direzione ovest lasciando alla sinistra le carceri e alla destra la grande piazza del Comitium. All'altezza del tempio di Giove incrocia la Porta Fontinalis e continua verso ovest.

Clivus Orbius: viale a nord dell'Anfiteatro Flavio che terminava nel quartiere della Suburra.

Clivus Victoriae: viale parallelo al Vicus Tuscus, che dal Forum Boarium permetteva di raggiungere il Foro principale di Roma all'altezza del tempio di Vesta.

Cloaca Massima: la pi grande tra le gallerie dell'antico sistema fognario di Roma. Prendeva avvio dall'Argiletum, attraversava il Foro da nord a sud e la Via Sacra, poi percorreva il Vicus Tuscus fino a sfociare nel Tevere. Era tristemente nota per il cattivo odore che ne esalava, ragion per cui, in epoca repubblicana, si decise di interrarla. In epoca imperiale era gi sotto la superficie del suolo e costituiva l'asse centrale di una delle tre reti fognarie della citt.

Cloacula, cloaculae: singolare e plurale del termine fogna. Nello specifico, faceva riferimento ai tunnel della complessa rete fognaria di Roma.

Codex, codices: codice; libro creato con vari fogli di papiro o pergamena cuciti tra loro.

Cubito: antica unit di misura di origine antropometrica che generalmente indicava l'altezza di un oggetto prendendo come riferimento lo spazio tra il gomito e l'estremit di una mano aperta. Tale unit cambiava leggermente da una civilt all'altra, anche se nella maggior parte del mondo ellenistico essa equivaleva circa a mezzo metro, 0,46 metri per i Greci e 0,44 per i Romani.

Cognomen: terza parte del nome romano, che indicava la famiglia di appartenenza. Si ritiene che molti cognomina traessero origine da qualche caratteristica o aneddoto di uno dei membri, ma si ignora l'esatta provenienza del cognomen Traiano.

Cohortes urbanae: in epoca imperiale era il corpo militare derivato dalle legiones urbanae dell'epoca repubblicana. Si trattava di truppe incaricate della protezione di Roma ed entravano in azione in caso di assedio della citt.

Cohortes vigilum o vigiles: era il corpo di sorveglianza notturna creato dall'imperatore Augusto, destinato soprattutto a domare i frequenti incendi che divampavano in numerosi quartieri di Roma.

Comissatio: periodo di tempo trascorso a tavola, di solito dopo un ricco banchetto. Poteva durare anche tutta la notte.

Comitium: Tullo Ostilio predispose un ampio spazio chiuso a nord del Foro dove il popolo si potesse riunire. A nord del Comitium, inoltre, fu costruita la Curia Hostilia, dove si sarebbero tenute le assemblee del senato. In genere i senatori, prima di ogni seduta, si ritrovavano nel Comitium.

Commentarii de bello civili: letteralmente Commenti sulla guerra civile, sono i libri scritti da Giulio Cesare dove si raccontano gli scontri militari avvenuti contro Pompeo e i suoi seguaci.

Commentarii de bello gallico: letteralmente Commenti sulla guerra gallica, in cui Giulio Cesare descrive con grande minuzia la sua conquista della Gallia, della Gallia Belgica, dell'Elvezia e di parte della Germania.

Conditores: mozzi delle scuderie del Circo Massimo responsabili di ungere bene le ruote delle quadrighe.

Congiarium: elargizione speciale che l'imperatore offriva ai cittadini di Roma per celebrare un trionfo militare. Traiano fu particolarmente generoso con queste offerte. Di fatto, quella donata dopo le guerre daciche fu la maggiore mai concessa.

Consilium o Consilium augusti: stato maggiore del legatus o dell'imperatore durante le campagne militari oppure insieme di consiglieri imperiali, di solito liberti, che raccoglievano informazioni per conto del Cesare allo scopo di coadiuvarlo nel governo di Roma. Potevano far parte del consilium anche senatori o altri alti funzionari dello Stato romano.

Contubernium: l'unit minima di una coorte romana, composta da otto legionari che condividevano la tenda e i pasti.

Corona muralis: onorificenza militare di cui venivano insigniti i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima degli altri soldati.

Corone d'oro: decorazioni militari.

Corona vallaris: onorificenza militare; era una sorta di corona dorata le cui decorazioni rappresentavano una palizzata. Era concessa a chi riusciva ad attaccare per primo una fortezza nemica.

Coryceum: sala utilizzata per gli esercizi fisici all'interno delle terme romane.

Crimen incesti: il peggior crimine del quale una vestale poteva essere accusata. Si riferiva alla possibilit che la vestale avesse perso la propria verginit. In questo caso, si teneva un processo davanti al Collegio dei pontefici, sotto la presidenza del Pontifex Maximus. Se la vestale veniva ritenuta colpevole era condannata a essere sepolta viva.

Calendae: il primo giorno di ogni mese. Corrispondeva alla luna nuova.

Cubiculum, cubicula: singolare e plurale del sostantivo usato per indicare una piccola stanza adibita a dormitorio.

Culter venatorius: coltello da caccia.

Cum imperio: comando di un esercito.

Curator: amministratore o responsabile di un'attivit della vita pubblica di Roma. Nel precedente romanzo, L'Ispanico, compare la figura del curator, ovvero l'incaricato della pulizia e della manutenzione della complessa rete fognaria della citt, anche se nell'antica Roma il termine curator poteva essere riferito ad altri incarichi, come per esempio alla persona che si occupava della gestione degli acquedotti.

Curator aquarum: l'amministratore, e talvolta il senatore, responsabile del mantenimento degli acquedotti e dei rifornimenti d'acqua di tutti i quartieri della capitale dell'Impero. Frontino fu uno degli incaricati che meglio e pi seriamente si occup degli acquedotti di Roma.

Curia o Curia Iulia: l'edificio del senato che sostitu quello pi antico, la Curia Hostilia, eretto nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, dal quale prese il nome. Nel 52 a.C. la Curia Hostilia fu distrutta da un incendio e al suo posto fu costruito un edificio ancora pi grande, intitolato alla famiglia pi potente dell'epoca. Nella Curia Iulia si svolsero le sedute del senato per tutta la durata dell'Impero, finch non fu rasa al suolo da un nuovo incendio, durante il regno di Marco Aurelio Carino, nel III secolo d.C. Diocleziano la fece restaurare e ampliare. Il termine curia pu essere usato anche per riferirsi alla classe senatoria.

Cursus honorum: locuzione con cui si indica la trafila della carriera politica. Un cittadino romano poteva ascendere nella scala sociale ricoprendo differenti cariche politiche e militari, partendo dalla nomina a consigliere della citt fino all'incarico di questore, pretore, censore, console o, in casi straordinari, dittatore. In epoca imperiale il cursus honorum dipendeva essenzialmente dai buoni rapporti intrattenuti con l'imperatore.

Damnatio memoriae: maledizione della memoria di una persona. Quando un imperatore moriva, il senato era solito deificarlo, ovvero trasformarlo in una divinit, tranne se si era rivelato un tiranno. In questo caso il senato si riservava il diritto di maledirne la memoria: si distruggevano tutte le statue dell'imperatore in questione e se ne cancellava il nome da tutte le iscrizioni pubbliche. Si raschiava addirittura la sua effigie dalle monete affinch non rimanesse alcun segno dell'esistenza del tiranno. Durante il I secolo il senato ordin una damnatio memoriae per l'imperatore Caligola, un'altra per Nerone e infine una per Domiziano, come raccontato ne L'Ispanico.

De analogia: opera sull'oratoria scritta da Giulio Cesare, ora perduta.

De Aquaeductu urbis Romae: Sugli acquedotti della citt di Roma. Si tratta del rapporto pi dettagliato sulla rete di rifornimenti di acqua della citt di Roma, elaborato da Frontino durante l'epoca di Nerva e di Traiano.

De architectura: Trattato di Vitruvio sull'architettura. Fu il testo utilizzato per secoli dagli architetti imperiali di Roma e, posteriormente, del Rinascimento.

De astris liber: un volume sul calendario e sugli astri scritto da Giulio Cesare che, purtroppo,  andato perduto. Sappiamo della sua esistenza dagli autori classici.

De ea re quid fieri placeat: formula mediante la quale il senato invitava i senatori a discutere un tema con assoluta libert.

De Vita Caesarum: l'opera pi nota di Svetonio che narra la vita dei primi cesari di Roma, da Cesare fino a Domiziano.

Decumanus: la strada principale di una citt romana che andava da est a ovest. Il termine indicava anche la linea tracciata in aria da un augur per interpretare il volo degli uccelli.

Defrutum: condimento molto usato dai Romani a base di mosto d'uva bollito.

Deiectio gradus: perdita del rango di ufficiale.

Deiotariana: legione XXII stanziata in Egitto che invi una vexillatio durante l'assedio di Gerusalemme.

Devotio: sacrificio supremo di un generale, un ufficiale o un soldato, che donava la propria vita sul campo di battaglia o si suicidava per salvare l'onore dell'esercito.

Dextrorum: verso destra; indicazione degli aurighi ai propri cavalli durante le gare del Circo Massimo.

Dicta collectanea: testo di Giulio Cesare che raccoglie frasi e detti famosi o rilevanti in latino e greco. Il testo  andato perduto.  conosciuto anche con il titolo greco di ?p?f???ata.

Dimachaerus: gladiatore il cui equipaggiamento constava di scarse protezioni e che combatteva con due spade, due pugnali o due bastoni.

Diversium: gara di quadrighe durante la quale due aurighi scambiavano i propri carri cos che se il carro del vincitore era stato distrutto l'auriga poteva ancora tentare la vittoria. Se l'auriga era capace di ripetere la vittoria con altri cavalli dimostrava di essere il migliore. Questo tipo di competizione era molto popolare nei grandi ippodromi o nei circhi dell'Oriente dell'Impero romano.

Dominus et Deus: Signore e Dio. Fu la formula che l'imperatore Domiziano volle per s, considerandosi di origine divina. Tutti dovevano rivolgersi a lui utilizzando questa espressione, soprattutto negli ultimi anni del suo regno.

Domus: tipica abitazione romana della classe pi abbiente; di solito era composta da un vestibolo che si apriva su un grande atrio, al centro del quale si trovava l'impluvium. Intorno all'atrio si distribuivano le stanze principali e in fondo era situato il tablinum, un piccolo studio o la biblioteca della casa. Nell'atrio c'era un piccolo altare per offrire i sacrifici ai lari e penati che vegliavano sul focolare domestico. Le case pi lussuose prevedevano un secondo atrio aggiuntivo sul retro, di solito con portici e giardini, chiamato peristilio.

Domus Aurea: il grande palazzo che l'imperatore Nerone fece costruire nel centro di Roma su un terreno pubblico espropriato, dopo lo spaventoso incendio che divamp nella citt durante il suo regno. Nerone accus i cristiani di averlo appiccato, ma, di fatto, ne approfitt per far edificare su gran parte della zona rasa al suolo una colossale residenza con oltre mille stanze, soffitti decorati e rifiniture in marmo e pietre preziose. Vespasiano vi abit per qualche tempo, in attesa che fosse portato a termine il nuovo palazzo imperiale, la Domus Flavia. Tuttavia, ordin che i giardini della Domus Aurea fossero restituiti al popolo, e nell'area dove sorgeva il palazzo di Nerone fece costruire il gigantesco Anfiteatro Flavio.

Domus Flavia: la domus imperiale eretta nel cuore di Roma per volere della dinastia Flavia. Domiziano fu il principale promotore del progetto e il primo a stabilirvisi. In questo edificio si svolsero le vicende del 18 settembre del 96, narrate ne L'Ispanico. L'Aula Regia, i grandi peristili porticati, le stanze imperiali e l'ippodromo sono le sezioni pi notevoli del palazzo.

Donativum: retribuzione straordinaria che gli imperatori elargivano ai pretoriani per celebrare la loro ascesa al potere. Galba si rifiut di pagarla, generando un forte malcontento tra i soldati della guardia pretoriana, che appoggiarono la rivolta di Otone. Questi, salito a sua volta al trono, non esit a corrispondere loro il donativum. Domiziano fu particolarmente generoso con i pretoriani allo scopo di assicurarsi la loro fedelt.

Dun: fortezza in lingua celtica, da cui deriva dunum, la parte finale dell'antico nome di Belgrado: Singidunum o fortezza del falco.

Duplicarius: secondo nel comando di una turma o unit di cavalleria nell'esercito romano; risponde direttamente al centurione o capo del reggimento della cavalleria.

Dux: generale.

Edipo (Oedipus): tragedia scritta da Giulio Cesare e citata da alcuni autori classici. Non essendoci pervenuta non  possibile sapere se si trattava di un'opera originale o di una mera copia del classico greco.

Editor: il maestro dei giochi. Nel caso dei munera, gli spettacoli gladiatori, era incaricato non solo di organizzarli, ma anche di decidere se i lottatori dovessero essere graziati. In epoca imperiale, tuttavia, si limitava a confermare la volont del Cesare. C' un editor anche nel Circo Massimo, il quale finanziava frequentemente le gare durante particolari festivit.

Eolo (in latino Aeolus): il dio dei venti.

Epistulae ad Ciceronem: lettere dirette a Cicerone da Giulio Cesare. Il contenuto ci  sconosciuto, anche se  possibile che Svetonio, Nepote e altri storici dell'antica Roma le avessero lette.

Epistulae ad familiares: corrispondenza privata di Giulio Cesare, andata perduta.

Equites singulares augusti: corpo speciale della cavalleria incaricato della protezione personale dell'imperatore.

Erectores: nel Circo Massimo, gli incaricati di indicare il numero dei giri che restavano per terminare una gara attraverso i delfini di bronzo o le grandi uova di pietra.

Ercole (in latino Hercules): equivalente del greco Eracle; figlio illegittimo di Zeus e della regina Alcmena, sedotta con l'inganno. Per assimilazione, nella mitologia romana Ercole era il figlio di Giove e Alcmena. Le sue molteplici fatiche comprendono il viaggio di andata e ritorno nel regno dei morti, che cost una severa punizione al dio Caronte. Il suo nome era spesso usato come interiezione.

Et cetera: espressione latina che significa eccetera.

Etera: cortigiana o prostituta di lusso in Grecia e, per estensione, in tutto il mondo ellenistico. Erano dame di compagnia che, oltre a essere belle, dovevano essere state educate alla letteratura, alla musica o alla danza. Di solito si trattava di straniere o di ex schiave. Godevano di una considerevole importanza sociale essendo le uniche donne permesse ai simposi o banchetti greci, e la loro opinione era sempre rispettata. C' chi riconosce nelle antiche etere una condizione simile a quella delle geishe giapponesi.

Falera, falerae: singolare e plurale di medaglia o placca consegnata come onorificenza militare da indossarsi sul petto.

Falx, falces: singolare e plurale del sostantivo indicante le lunghe spade ricurve usate dai Daci. Erano molto temute dai legionari romani che, con il passare del tempo, dovettero approntare protezioni pi robuste a braccia e gambe per proteggersi dalle loro lame.

Fasces: fascio di rami di betulla o di olmo legati da lacci di cuoio rosso per formare un cilindro che esibivano i lictores come simbolo di potere della persona, magistrato, sacerdote o vestale, che accompagnavano.

Fasti: erano cos definiti i giorni propizi per gli atti pubblici o per celebrazioni di qualsiasi tipo.

Feliciter: espressione usata durante un matrimonio per congratularsi con gli sposi.

Fellatrix: prostituta che praticava sesso orale. Essendo una pratica abietta alle matrone romane, le fellatrices erano molto richieste.

Flamen Divi Augusti: sacerdote del culto dell'imperatore.

Flamen Quirinalis: sacerdote del culto del dio Quirino.

Flamines maiores: i sacerdoti pi importanti dell'antica Roma. I flamines erano consacrati a una divinit. I flamines maiores erano consacrati al culto delle tre divinit maggiori: Giove, Marte e Quirino.

Flaminica: sacerdotessa, sposa del flamen Dialis (flamine diale), costretta ad abbandonare il sacerdozio di Giove se il marito falliva nei suoi compiti. Assisteva il coniuge nei suoi riti e da sola realizzava sacrifici durante particolari momenti del calendario romano.

Flavia Felix: appellativo della legione IV creata da Vespasiano a partire dalla legione IV Macedonica; il suo emblema era il leone. Prese parte alle guerre contro i Daci sotto il comando dell'imperatore Traiano.

Forum Boarium: area dell'antica Roma situata sulle sponde del Tevere, in fondo al Clivus Victoriae, dove si teneva il mercato del bestiame.

Forum Holitorium: area di Roma adibita a mercato della frutta e della verdura.

Frigidarium: sala delle terme romane dotata di piscina con acqua fredda.

Fuscina: tridente da caccia o di un gladiatore.

Galbiana: legione VII che prende il nome dall'imperatore Galba. In seguito fu unita alla I Germanica, dando luogo alla VII Gemina, guidata per molti anni da Marco Ulpio Traiano.

Galerus: copricapo, di pelle o di altro materiale, che proteggeva dal sole. Poteva ricoprire il capo anche per altri motivi, per esempio per seguire il regolamento dei riti religiosi.

Gallia Narbonense: provincia romana che comprendeva tutto il Sud della Gallia.

Garum: pesante, ma succulenta, salsa di pesce di origine ispanica che i Romani introdussero nella loro cucina.

Gemina: gemella. Era il termine impiegato dai Romani per indicare una legione nata dalla fusione di due o pi legioni, come avvenne per la VII Galbiana, che fu chiamata Gemina quando si un con la I Germanica. Lo stesso successe con la legione XIV (o XIIII) dopo la fusione con un'altra legione non identificata che sicuramente aveva preso parte alla battaglia di Alesia. Anche altre legioni, come la X o la XIII, ricevettero questo appellativo.

Gens: nomen di una famiglia o trib di un clan romano.

Germanica: legione I che successivamente fu unita alla legione VII Galbiana per creare la legione VII Gemina, situata nella regione di Len, in Spagna, durante il regno di Domiziano. Fu sotto il comando di Marco Ulpio Traiano per vari anni.

Germanicus: appellativo che gli imperatori si attribuivano quando ottenevano una grande vittoria sulle trib germaniche. Anche l'imperatore Domiziano si attribu questo titolo per la sua presunta vittoria sui Catti.

Giove Ottimo Massimo (in latino Iuppiter Optimus Maximus): la divinit suprema, assimilata al greco Zeus. Il Flamen Dialis era il suo sacerdote pi importante. Giove divenne il protettore della citt di Roma e garante dell'imperium, per questo il triumphus era sempre in suo onore.

Gladio (dal latino gladius, gladii): spada a doppia lama di origine iberica, introdotta nelle legioni romane durante il periodo della Seconda guerra punica.

Gladiatrix: controparte femminile del gladiatore nell'arena degli anfiteatri romani. Numerose fonti classiche confermano l'esistenza di queste lottatrici (Stazio, Giovenale, Marziale e Svetonio, tra gli altri). Nell'epoca del tardo Impero romano fu persino promulgata una legge che proibiva la partecipazione di gladiatrici nei munera. Va precisato che il termine di per s non appare nelle fonti classiche, dove si parla di donne guerriere.

Gymnasium: edificio in cui i giovani (soltanto maschi) apprendevano le discipline sportive, le scienze o le arti.

Hasta pura: riconoscimento di cui era insignito un soldato per aver vinto una disputa o salvato un cittadino. Pare che fosse concessa anche al primus pilus che veniva congedato con onore.

Hasta velitaris: nome usato per riferirsi ad armi destinate a essere lanciate come il gaesum o verutum.

Hoplomachus: gladiatore che usava una lancia come arma principale, pur avendo in dotazione anche una spada. Per la sua difesa utilizzava uno scudo circolare di bronzo. Per compensare le dimensioni ridotte dello scudo, poteva proteggersi le gambe con gli schinieri.

Hora prima: la prima ora del giorno romano, che si divideva in dodici ore. Corrispondeva all'alba.

Hora sexta: la sesta ora del giorno romano che corrispondeva a mezzogiorno. Fu l'ora stabilita dai congiurati per assassinare l'imperatore Domiziano. Dal termine sexta deriva l'attuale parola spagnola siesta.

Hordeum: zuppa d'orzo, alimento molto usato nella dieta dei gladiatori.

Horreum, horrea: singolare e plurale del termine che indicava i magazzini costruiti vicino ai moli del porto fluviale di Roma.

Hypogeum: complessa rete di gallerie scavate sotto l'arena dell'Anfiteatro Flavio. Attraverso una serie di montacarichi sollevati mediante pulegge, i gladiatori o le fiere potevano emergere direttamente nell'arena suscitando lo stupore del pubblico.

Idus: in base al calendario romano le idus corrispondevano al giorno 13 dei mesi di febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre e al giorno 15 dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre. Le idus pi famose sono, senza dubbio, quelle di marzo dell'anno 44 a.C., quando Giulio Cesare fu assassinato.

Ignominia missio: espulsione dall'esercito con disonore.

Iliade: la grande opera classica di Omero in cui  narrata la guerra tra Greci e Troiani.

Immunes: i legionari di categoria intermedia, situati tra i legionari principales e i legionari munifices.

Impedimenta: l'insieme di scorte e vettovaglie che i legionari trasportavano durante una marcia.

Imperator: in origine titolo conferito a un generale romano posto al comando di una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni. In epoca imperiale, il termine pass a indicare la persona che deteneva il potere su tutte le legioni dell'Impero, cio il Cesare, che esercitava il potere militare supremo.

Imperator Caesar Augustus: titolo che il senato conferiva al principe, ovvero all'imperatore o Cesare.

Imperium: in origine si trattava della manifestazione del potere divino di Giove in coloro che, in qualit di consoli, esercitavano il potere politico e militare della Repubblica. L'imperium comportava anche il comando di un esercito consolare composto da due legioni insieme alle relative truppe ausiliarie.

Imperium proconsulare: potere su tutte le province di Roma.

Impluvium: piccola piscina, o vasca, situata al centro dell'atrio della domus romana, in cui si raccoglieva l'acqua piovana destinata a usi domestici.

Indictiones: tasse create appositamente con uno scopo particolare, per esempio per finanziare un'opera pubblica come un ponte o un acquedotto.

Indigitamenta: documenti che raccoglievano le litanie liturgiche e le informazioni sui riti religiosi dell'antica Roma e che si conservavano solitamente all'interno della Regia.

In extremis: espressione latina che significa all'ultimo momento.

Infamis: colui che si dedicava ad attivit ignobili per lucro. I gladiatori e gli aurighi venivano classificati sotto tale categoria, poich sempre male considerati, soprattutto dalle classi patrizie e da quelle pi benestanti.

In situ: letteralmente sul luogo, l.

Insula, insulae: singolare e plurale del termine che indicava un edificio a uso abitativo. In epoca imperiale le insulae raggiungevano anche i sei o sette piani di altezza. La loro costruzione spesso avveniva seguendo criteri approssimativi, e non di rado si verificavano crolli o incendi con ingenti danni.

Ipso facto: espressione latina che significa in quel momento, immediatamente.

Iustum matrimonium: matrimonio legale per diritto giuridico, secondo il codice romano; viene anche chiamato iustae nuptiae.

Lanista: era il preparatore dei lottatori in una scuola gladiatoria.

Lari (dal latino lares): gli dei che vegliavano sul focolare domestico.

Laticlavius: tribuno che agiva come secondo del legatus di una legione, sostituendolo se necessario e, nel caso, assumendo il grado di tribunus laticlavius pro legatus. Era frequente che il grado di tribuno laticlavio fosse occupato dal figlio di un senatore perch acquisisse familiarit con l'ambiente militare.

Laudatio: discorso celebrativo in onore di un defunto o di un eroe.

Laudes Herculis: poema celebrativo in onore di Ercole scritto da Giulio Cesare, andato perduto.

Lautumiae: carcere costruito accanto alle antiche prigioni. Nelle Lautumiae venivano i rinchiusi prigionieri di guerra e le condizioni, per quanto estreme, erano comunque migliori di quelle delle antiche prigioni o Tullianum. C' chi pensa invece che a Roma esistesse una sola prigione che a volte era nominata Tullianum, e altre Lautumiae.

Lectus medius: uno dei tre letti su cui i Romani si sdraiavano per mangiare. Gli altri due erano il summus e l'imus. Il lectus medius e il summus erano riservati agli invitati, soprattutto il lectus medius, posizionato al centro della sala dove si consumavano i pasti e dunque destinato agli ospiti pi prestigiosi. Il lectus imus era usato dall'anfitrione e dai suoi famigliari. Ogni lectus poteva accogliere fino a tre persone.

Legatus, legati: ufficiali, rappresentanti o ambasciatori, con diverso grado di autorit durante la lunga storia di Roma. In questo romanzo il termine fa riferimento all'uomo al comando di una legione, il legatus legionis.

Legatus augusti: legato al comando di varie legioni e nominato direttamente dall'imperatore.

Legatus legioni: generale al comando di una legione.

Legio: legione. Il termine diede origine al toponimo Len, citt della Spagna.

Lemures: gli spiriti dei defunti, in genere maligni, adorati e temuti dai Romani.

Lemuria: festa celebrata in onore dei lemures, spiriti dei defunti. Si celebravano i giorni 9, 11 e 13 di maggio.

Lena: in un postribolo era la proprietaria o la donna che lo dirigeva.

Leno: mezzano o proprietario di un postribolo.

Lex Iulia de vicesima hereditatum: tassa di successione a favore dell'erario militare.

Libri pontificales: libri dove si trascrivevano gli accordi delle riunioni segrete del Collegio dei pontefici romano.

Lictor: funzionario pubblico romano che prestava servizio di scorta al console. Quest'ultimo aveva diritto a dodici lictores, il dittatore a ventiquattro. Durante la Repubblica, furono incaricati della protezione dei diversi magistrati della citt. In epoca imperiale, inoltre, era un lictor a rappresentare ciascuna curia ai comitia curiata, la pi antica assemblea popolare di Roma.

Limes: confine dell'Impero romano. Ampi settori del limes erano molto ben fortificati, come nel caso della frontiera con la Germania o, in seguito, il vallo di Adriano in Britannia.

Litterae: piccole tavole di pietra utilizzate a volte come entrata del teatro.

Lituus: il bastone sacro degli augures, che terminava con una piccola incurvatura.

Lorica: la corazza dei legionari romani fatta di maglie di anelli metallici o, in seguito, di squame o placchette di metallo. Quest'ultimo tipo, a partire dal Rinascimento,  chiamata dagli studiosi lorica segmentata.

Ludi: giochi. Ne esistevano diversi tipi: circenses, quelli celebrati nel Circo Massimo, in cui prevalevano le corse di carri; ludi scaenici, che si svolgevano nei grandi teatri di Roma, in cui venivano rappresentate opere comiche o tragiche e spettacoli di mimi, molto popolari in epoca imperiale. Sono da annoverare anche le venationes, spettacoli di caccia, e infine i pi famosi, i ludi gladiatorii, ovvero le lotte tra gladiatori nell'anfiteatro.

Ludus latrunculorum: gioco da tavolo di strategia al quale giocavano spesso i legionari.

Ludus Magnus: la pi grande scuola gladiatoria di Roma. Fu costruita accanto all'Anfiteatro Flavio, al quale si pensa fosse collegata attraverso un lungo tunnel.

Luperci: sacerdoti che durante le festivit del mese di febbraio toccavano con delle stringhe di cuoio le donne credendo che questo rituale aumentasse la loro fertilit. Tali stringhe di cuoio si denominavano februa e da qui deriva il nome del mese di febbraio.

Macellum: uno dei pi grandi mercati della Roma antica, situato a nord del Foro.

Machinae tractoriae: le macchine costruite per manipolare e sollevare pietre o altri materiali pesanti.

Magnis itineribus: avanzata a marce forzate.

Maius tympanum: massiccia ruota impiegata per muovere le gru di notevoli dimensioni, grande abbastanza da contenere al suo interno vari schiavi incaricati di farla girare.

Manica: protezione di cuoio o metallo con cui i gladiatori si coprivano gli avambracci durante i combattimenti.

Marte (in latino Mars): dio della guerra e dei campi. A lui venivano consacrate le legioni nel mese di marzo, quando si preparavano per le campagne militari. Di solito gli si sacrificava un agnello.

Mausoleo di Augusto: la grande tomba dell'imperatore Augusto, costruita nel 28 a.C. e dalla forma di grande pantheon circolare.

Medicus: medico; professione molto apprezzata a Roma, tanto che Giulio Cesare concesse la cittadinanza romana a tutti coloro che la esercitavano.

Memento mori: Ricordati che devi morire era la frase che uno schiavo diceva all'orecchio di un console o proconsole durante il suo triumphus. In epoca imperiale, protagonisti delle parate trionfali - e destinatari del monito - erano gli imperatori ma, di fatto, era piuttosto improbabile che un Cesare, per orgoglio, fosse disposto ad ascoltarlo.

Metae: grandi coni di pietra situati ai due estremi della spina del Circo Massimo che segnalavano la fine della pista e quindi il punto in cui le quadrighe dovevano curvare; esse servivano anche a proteggere le decorazioni poste al centro della pista, ma rappresentavano anche un grave pericolo per gli aurighi che gli si avvicinavano eccessivamente per stringere la curva. L'avvicinamento eccessivo generava spesso brutali incidenti nei quali gli aurighi sbattevano prima contro i coni e poi tra loro.

Metallarius, metallarii: operai specializzati nell'estrazione di pietra nelle cave o in operazioni simili.

Metamorfosi (Metamorphoseon libri XV): poema in quindici volumi composto dal poeta Ovidio che narra la storia mitologica del mondo dalla sua creazione fino alla deificazione di Giulio Cesare.

Miglio (in latino mille passus): i Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo all'incirca a 1,4 o 1,5 metri; pertanto, un miglio corrispondeva approssimativamente a 1.400 o 1.500 metri. Sebbene esistano discordanze sul valore esatto di questa unit di misura, nel romanzo mi sono attenuto a questa indicazione.

Miles gloriosus: una delle commedie pi famose di Tito Maccio Plauto. Come per tutte le opere di Plauto, la data della prima rappresentazione  incerta, anche se la maggior parte degli studiosi concorda sul 205 a.C. Il carattere fortemente critico del testo ha fatto s che in molti lo abbiano definito una delle prime opere antimilitariste della storia della letteratura. Eppure era molto famosa tra i legionari per la sua comicit, evidente gi dal titolo, che letteralmente significa il soldato fanfarone.

Minium: minio o cinabro; minerale dal quale i Romani estraevano il minio, un pigmento che si utilizzava per creare il colore rosso dei dipinti.

Mirmillo, mirmillones: singolare e plurale del sostantivo indicante un tipo di gladiatore che indossava un grande elmo con una cresta simile alla pinna dorsale di un pesce. L'unica arma che aveva in dotazione era una spada e per proteggersi usava un voluminoso scudo rettangolare concavo.

Missus: graziato. Era definito cos il gladiatore cui veniva risparmiata la vita nonostante la sconfitta in combattimento.

Mitte: espressione usata dal maestro dei giochi o dal pubblico per chiedere di risparmiare la vita a un gladiatore in caso di sconfitta.

Mola salsa: una speciale farina impiegata in vari rituali religiosi e preparata dalle vestali mescolando farro, vino e sale.

Mulsum: bevanda molto comune e apprezzata dai Romani, preparata mescolando vino e miele.

Munera gladiatoria: giochi in cui combattevano decine di gladiatori, di solito a coppie.

Mura serviane: fortificazione costruita dai Romani nel IV secolo a.C. per proteggersi dagli attacchi delle citt latine contro le quali spesso combattevano per ottenere l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli finch, in epoca imperiale, furono costruite le grandi Mura aureliane. Alcuni resti delle Mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione Termini di Roma.

Murex: mollusco gasteropode dal quale si estraeva il materiale necessario per il color porpora. Si raccoglieva in vari luoghi dell'Asia Minore e della Fenicia.

Naturalis Historia: enciclopedia scritta in trentasette volumi da Plinio il Vecchio, nella quale l'autore riassume le conoscenze dell'epoca romana su arte, storia, botanica, astronomia, geografia, zoologia, medicina, magia, mineralogia e tanto altro. Per redigere quest'opera, Plinio si document su pi di duemila codici diversi, impresa strabiliante se si considera che fu composta nel I secolo d.C.

Nefasti: i giorni non propizi per atti pubblici o celebrazioni.

Nettuno (dal latino Neptunus): in origine era il dio delle acque dolci. In seguito, per assimilazione con il dio greco Poseidone, diventer anche il dio del mare. Domiziano arriv a credere che Nettuno gli obbedisse quando le acque del Reno inghiottirono l'immenso esercito dei Catti.

Nobilitas: gruppo selezionato dell'aristocrazia romana composto da tutti coloro che avevano ottenuto il consolato, ovvero la massima magistratura dello Stato.

Nodus Herculeus o nodus Herculaneus: nodo con il quale si legava la tunica della sposa durante le nozze romane e che rappresentava il carattere indissolubile del matrimonio. Solamente il marito poteva sciogliere il nodo alla prima notte di nozze.

Nomen: detto anche nomen gentile o nomen gentilicium. Indica la gens (stirpe, trib) cui una persona apparteneva. Marco Ulpio Traiano faceva parte della gens Ulpia, quindi il suo nomen era Ulpio.

Nonae: nel calendario romano il settimo giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il quinto dei restanti mesi; ovvero, il settimo giorno dei mesi da 31 giorni e il quinto giorno dei mesi con meno di 31 giorni.

Nundinae: nel calendario romano i giorni di mercato.

Oppugnatio repentina: attacco alle posizioni nemiche appena localizzate che si effettuava senza montare l'accampamento e attendere il momento adeguato. Si basa sull'effetto a sorpresa.

Optio: ufficiale delle legioni sotto il comando del centurione.

Optio carceris: ufficiale incaricato del carcere.

Ornatrix, ornatrices: singolare e plurale del sostantivo latino indicante la schiava incaricata della cura della padrona, compresi il trucco e, soprattutto, l'elaborazione delle complesse acconciature esibite da alcune patrizie romane, in particolare dalle imperatrici.

Ostiarii: i portinai delle insulae della Roma imperiale.

Palaestra: nelle terme, era uno spiazzo pianeggiante destinato alla pratica di esercizi fisici.

Palla: mantello che le donne indossavano sopra la tunica.

Paludamentum: mantello militare chiuso da una fibbia, simile al sagum, ma pi lungo e di color porpora. Distingueva il generale.

Panis militaris: pane militare.

Pater familias: il capofamiglia, sia nelle cerimonie religiose sia in tutti gli ambiti giuridici.

Patres conscripti: padri coscritti/inscritti (nella lista del senato); formula con la quale, abitualmente, ci si riferiva ai senatori. Questa denominazione deriva dall'antica espressione patres et conscripti, ovvero patrizi e [plebei] aggiunti.

Patria potestas: l'insieme di diritti e doveri che le leggi dell'antica Roma riconoscevano ai genitori rispetto alla vita e ai beni dei loro figli.

Penates: divinit che vegliavano una casa.

Pentapaston: gru costruita con cinque pulegge semplici; la loro unione in un solo meccanismo permetteva di dotare di molta forza il macchinario perch potesse sollevare pietre pesanti tonnellate.

Peristilio (dal latino peristylium): ampio cortile porticato su cui si affacciavano le stanze della casa. Era consuetudine che i Romani approfittassero di questo spazio per creare eleganti giardini di fiori e piante esotiche. Nella Domus Flavia c'erano molti peristili porticati.

Pileatus, pileati: singolare e plurale del termine indicante i nobili dacichi che giuravano lealt al loro re.

Pileus: copricapo frigio della statua di Marsia situata nel Foro. Dal momento che il copricapo simboleggiava la libert, gli schiavi lo toccavano sperando nella liberazione.

Pilum, pila: singolare e plurale del termine con cui si indica l'arma degli hastati e dei principes. Era formata da un'asta di legno lunga un metro e mezzo, che culminava in una sbarra di ferro della stessa lunghezza. Ai tempi dello storico Polibio - e molto probabilmente anche nell'epoca in cui  ambientato il romanzo - il ferro veniva incastrato nel legno tramite spessi ganci. In seguito uno dei ganci sarebbe stato sostituito da un chiodo che si spezzava quando l'arma rimaneva conficcata nello scudo nemico, facendo s che il manico di legno si staccasse. L'avversario, di conseguenza, era obbligato a liberarsi dello scudo perch l'asta non gli fosse d'intralcio nei movimenti. All'epoca di Giulio Cesare, lo stesso effetto si otteneva mediante una punta di ferro impossibile da estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava tra gli 0,7 e 1,2 chilogrammi e poteva essere scagliato a una distanza media di venticinque metri, anche se i legionari pi esperti riuscivano a lanciarlo fino a quaranta. Quando colpiva il bersaglio, il pilum si conficcava nel legno, e addirittura in una lastra di metallo, fino a tre centimetri di profondit.

Pollice verso: secondo alcune fonti classiche era il gesto con cui l'imperatore o l'editor dei giochi ordinavano la morte di qualcuno. Di fatto non esistono testimonianze attendibili che dimostrino in quale direzione dovesse essere rivolto il pollice. Nel quadro del pittore francese ottocentesco Jean-Lon Grme - che si intitola proprio Pollice verso - il pubblico punta il pollice verso il basso. Ed  questa la versione pi utilizzata anche nelle trasposizioni cinematografiche hollywoodiane. Acuni storici ritengono che per condannare a morte qualcuno, in realt, si usasse la mano tesa, come nell'atto di tagliare qualcosa. In assenza di resti archeologici che riproducano la scena  impossibile dirimere la questione in maniera definitiva. Da alcuni vasi rinvenuti in Francia nel 1997 si  dedotto che il pugno chiuso indicasse la concessione della grazia per il lottatore sconfitto, ma non esistono raffigurazioni della condanna a morte.

Polluce (dal latino Pollux): insieme al fratello gemello Castore  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio (detto dei Cstori o di Castore e Polluce) fungeva da archivio all'ordine degli equites, i cavalieri romani. Il nome delle due divinit era spesso usato come interiezione.

Pompa: la sontuosa sfilata che aveva luogo durante varie cerimonie pubbliche. La pompa del Circo Massimo era particolarmente spettacolare, con le dodici quadrighe in gara che sfilavano intorno alla pista della grande arena

Pontifex Maximus: la massima carica sacerdotale della religione romana. Risiedeva nella Regia ed esercitava piena autorit sulle vestali, preparava il calendario (con i giorni fasti e nefasti) e redigeva gli annali di Roma. In epoca imperiale, era spesso l'imperatore in persona a ricoprire questa carica durante tutto il suo regno o parte di esso. Domiziano ne approfitter per giudicare e condannare a morte diverse vestali.

Porta Capena: una delle porte delle Mura serviane, vicina alle pendici del colle Celio.

Porta decumana: l'ingresso di un accampamento romano alle spalle del praetorium del generale.

Porta praetoria: l'ingresso di un accampamento romano di fronte al praetorium.

Porta principalis dextera: l'ingresso di un accampamento romano alla destra del praetorium.

Porta principalis sinistra: l'ingresso di un accampamento romano alla sinistra del praetorium.

Porta Sanqualis: porta delle mura di Roma situata nel settore occidentale della collina del Quirinale.

Porta Triumphalis: porta di ubicazione sconosciuta attraverso la quale il generale vittorioso entrava nella citt di Roma per celebrare il trionfo.

Porticus Aemilia: enorme edificio, costruito dalla Gens Aemilia tra il 193 a.C. e il 174 a.C., di quasi 500 metri per 90, sito nel porto fluviale di Roma. Vi si immagazzinavano i prodotti che arrivavano via mare, per poi distribuirli in tutta la citt attraverso il Tevere.

Porticus Metelli: edificio costruito da Metello Macedonico nel 147 a.C., poi demolito per consentire la costruzione della Porticus Octaviae.

Porticus Octaviae: una delle grandi biblioteche pubbliche dell'antica Roma, sita a Campo Marzio.

Portus Magnus: nome con il quale si conosceva il maggiore dei due porti di Siracusa, un'enorme baia che ospitava una delle pi grandi flotte del Mediterraneo dell'antichit.

Post mortem: dopo la morte.

Postumus: l'ultimo o post humus, colui che nasce dopo che si  gettato humus, ovvero terra, sul cadavere del padre morto.

Potestas tribunicia: potere tribunizio.

Praefectus castrorum: ufficiale incaricato di tutto ci che riguardava il funzionamento di un accampamento romano.

Praefectus urbi: prefetto della citt di Roma; in epoca imperiale, esercitava il suo potere su tutte le questioni relative ai rifornimenti e alla sicurezza della citt entro un raggio di cento miglia dal centro di Roma, compreso il porto di Ostia.

Praenomen: nome proprio di una persona. Nel caso di Marco Ulpio Traiano, il praenomen era Marco.

Praetorium: tenda o alloggio del comandante di un esercito romano. Si installava al centro dell'accampamento, tra il quaestorium e il foro. Il legatus o lo stesso imperatore, se era lui a dirigere la campagna, teneva l le sue riunioni di stato maggiore.

Prandium: pranzo. Il prandium consisteva normalmente in carne fredda, pane, verdura fresca o frutta, ed era accompagnato da vino. Era di solito frugale, come la colazione, mentre la cena era il pasto pi abbondante.

Pressores: persone, di solito schiavi, incaricate di precedere una partita di caccia per spaventare le prede e farle uscire dalle proprie tane in maniera che fosse pi facile catturarle.

Prima mensa: la prima portata di una cena o di un banchetto.

Prima vigilia: la prima delle quattro parti in cui era suddivisa la notte nell'antica Roma.

Primus pilus: il primo centurione di una legione, di solito un veterano che godeva di grande fiducia presso i tribuni e il console al comando della legione stessa.

Princeps Senatus: il senatore pi anziano. La sua posizione gli garantiva numerosi privilegi, come quello di poter prendere la parola per primo in un'assemblea. In epoca imperiale, l'imperatore stesso poteva ricoprire tale carica indipendentemente dalla sua et.

Principalis: in un gruppo di legionari, rappresentava la categoria superiore, prima degli immunes e dei munifices.

Procurator bibliothecae augusti: il bibliotecario imperiale, incaricato dall'imperatore di supervisionare l'ordine delle biblioteche di Roma e la conservazione dei papiri contenuti in quegli antichi centri di cultura. Anche se non  del tutto confermato, pare che Gaio Svetonio Tranquillo fu il bibliotecario imperiale, almeno per un periodo, durante l'epoca di Traiano.

Procuratores domi: i liberti o gli schiavi incaricati di spianare la sabbia dell'arena del Circo Massimo in maniera uniforme su tutte le piste.

Pronao (dal latino pronaus): sezione frontale di un tempio classico che funge da atrio alla grande navata centrale.

Provocator, provocatores: singolare e plurale del sostantivo usato per definire il gladiatore che combatteva armato di gladio e di un grande scudo. Gli era concesso proteggersi il torace con un pettorale - solitamente in bronzo - chiamato cardiophylax.

Pugio: pugnale lungo circa 24 cm per una larghezza alla base di 6. Grazie a una nervatura centrale, che ne aumentava lo spessore, l'arma era molto resistente e in grado di trapassare una cotta di maglia.

Puls: acqua e farina mescolate, una specie di polenta. Un alimento molto comune tra i Romani.

Pulvinar: il grande palco imperiale nel Circo Massimo, situato al centro delle gradinate, esattamente di fronte al punto in cui le grandi piste dell'arena si dividevano a met, e da dove l'imperatore e la sua famiglia assistevano alle gare delle quadrighe e ad altri eventi importanti.

Quadriga: carro trainato da quattro cavalli.

Quadrireme: nave militare con quattro file di remi. Variante della trireme.

Quaestor: aveva il compito di amministrare i viveri e le vettovaglie delle truppe legionarie; controllava le spese e si occupava di altre questioni amministrative.

Quaestor imperatoris: questore imperiale.

Quaestorium: all'interno di un accampamento romano, in epoca repubblicana o imperiale, la grande tenda o l'edificio in cui lavorava il quaestor. Di solito era vicino al praetorium, al centro del campo.

Quarta vigilia: le ultime ore della notte, prima del sorgere del sole.

Quinaria, quinariae: unit di misura per le quantit d'acqua nell'antica Roma, che equivaleva, approssimativamente, a 40 metri cubi in 24 ore.

Quinquereme: imbarcazione militare con cinque ordini di remi. Era una variante della trireme, che aveva soltanto tre file di rematori.

Quinqunx: unit di peso nell'antica Roma che equivaleva approssimativamente a 137 g.

Quo vadis: significa Dove vai?.

Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: Vi riferiamo, o padri coscritti, quale sia il bene e la buona sorte per il popolo romano dei Quiriti. Era la formula con cui si era soliti dare avvio a una seduta del senato.

Rapax: nome della legione XXI creata da Augusto. Lott contro Civile nel 70 d.C. e in seguito prese parte alla rivolta del legatus Saturnino. Trasferita da Domiziano sul Danubio, sub una disastrosa sconfitta per opera delle truppe sarmatiche nel 92 d.C.

Regina sacrorum: moglie del rex sacrorum. Se lei mancava ai propri compiti, il marito aveva l'obbligo di abbandonare il sacerdozio.

Relatio: lettura o presentazione da parte del senato del risultato di una votazione.

Retiarius, retiarii: singolare e plurale del sostantivo indicante il gladiatore che combatteva con un tridente, o fuscina, lungo 1,60 metri, e un piccolo pugnale, o pugio. Aveva in dotazione anche una rete dal diametro di tre metri. Se il retiarius la perdeva senza prima aver immobilizzato l'avversario, molto probabilmente sarebbe uscito sconfitto dal combattimento.

Rex sacrorum: era il sacerdote romano che assumeva la direzione di tutti i riti che realizzavano anticamente i re di Roma. Era uno dei sacerdoti pi potenti e rispettati.

Rictus: termine che significa smorfia.

Ruina montium: tecnica mineraria consistente nella perforazione della montagna attraverso potenti getti d'acqua che, sgretolando la roccia, portavano in superficie il minerale o il metallo ricercato, in genere oro o argento. Era la tecnica usata nella famosa zona di Las Mdulas, vicino a Len, dove si trovava un'antica miniera d'oro.

Saepta venationis: partite di caccia all'interno di riserve private dove le prede non potevano avere una via di fuga.

Sagittarius, sagittarii: singolare e plurale del termine indicante il gladiatore specializzato nel tiro con l'arco. Se a scontrarsi erano due sagittarii, questi si posizionavano a due estremit opposte e si scagliavano frecce l'uno contro l'altro fino a ferirsi a morte. Qualche freccia poteva perfino finire accidentalmente sugli spalti e colpire il pubblico.

Sagum: mantello usato dai soldati chiuso di solito da una fibbia. Era leggermente pi lungo della tunica, e fatto di una lana pi spessa. Il generale al comando indossava un mantello pi lungo e di color porpora, il paludamentum.

Sannita (dal latino samnis): gladiatore che lottava con una spada corta e pesante, protetto da un grande scudo e con indosso un elmo dotato di cresta e visiera.

Saturnalia: feste in cui ci si abbandonava all'ebbrezza e agli eccessi. Erano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore di Saturno, il dio della semina.

Scheda, schedae: singolare e plurale del termine con cui si indicavano le strisce di papiro utilizzate per scrivere. Pi schedae potevano essere unite a formare un rotolo.

Scoparii: spazzini.

Scorpione: speciale catapulta utilizzata durante gli assedi.

Scortum: persona che si prostituisce. Insulto che poteva dirigersi a uomini e a donne. L'imperatore Domiziano lo utilizz contro il legatus Saturnino, fatto che caus la ribellione militare di due legioni.

Secunda mensa: seconda portata di un banchetto.

Secunda vigilia: seconda delle quattro parti in cui gli antichi Romani dividevano la notte.

Secutor, secutores: singolare e plurale del termine indicante il gladiatore armato di spada e scudo rettangolare. La visiera del suo elmo aveva soltanto due piccole fessure che gli davano una visuale molto ristretta. Probabilmente indossava una protezione sulla gamba sinistra, mentre la destra era scoperta e il piede scalzo.

Sella: il pi semplice tipo di sedia romana, simile a uno sgabello.

Sella castrensis: piccola sedia a uso militare, senza schienale.

Sella curulis: sedia priva di schienale, impreziosita dai piedi di marmo curvi e incrociati, pieghevoli per facilitarne il trasporto. Era lo sgabello che il console portava con s nei suoi spostamenti.

Senaculum: ne esistevano due, uno di fronte all'edificio della Curia, dove si riuniva il senato, e un altro accanto al tempio di Bellona. Entrambi erano degli spazi aperti, molto probabilmente porticati all'epoca. Il primo veniva utilizzato dai senatori per discutere e deliberare, il secondo per ricevere gli ambasciatori stranieri ai quali era proibito l'accesso alla citt.

Senatum consulere: mozione presentata da un console al senato per richiederne l'approvazione.

Sevir equitum romanorum: ufficiale della cavalleria romana.

Sibyllinus: particolare, stravagante, strano. Termine che deriva dalla Sibilla Cumana, la profetessa che offr al re Tarquinio i libri con le profezie sul futuro di Roma, spesso interpretate dai sacerdoti nei modi pi svariati e con scopi opportunistici in base alle necessit dei governanti romani. I tre libri della Sibilla Cumana, o Sibyllini, furono custoditi nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio fino a quando, nel 83 a.C., un incendio non li danneggi gravemente. Dopo la loro ricomposizione, Augusto li deposit nel tempio di Apollo Palatino.

Sica, sicae: singolare e plurale del termine indicante la spada corta o pugnale, dalla lama ricurva, usata da diversi popoli nemici di Roma, come i Giudei di Gerusalemme o i Daci a nord del Danubio.

Signifer: soldato incaricato di portare lo stendardo della legione.

Silva, silvae: singolare e plurale del termine indicante il componimento della poesia latina che Stazio utilizz molto spesso, soprattutto nelle sue lodi dell'imperatore Domiziano.

Singi: falco, termine di origine celtica.

Singulares: corpo speciale della cavalleria che aveva il compito di proteggere l'imperatore.

Sipho: pompa di bronzo utilizzata per l'estrazione di acqua durante la realizzazione di varie opere pubbliche romane; funzionava attraverso un meccanismo a pistoni, che risult per inadeguato per i terreni fangosi poich il fango lo occludeva.

Solium: sobria e austera sedia di legno dotata di spalliera dritta.

Sparsores: mozzi delle scuderie del Circo Massimo incaricati delle pulizie.

Spatha: gladio pi lungo usato in genere da centurioni, tribuni e ufficiali di una legione romana.

Spina: il grande muro di pietre e mattoni innalzato al centro del Circo Massimo e degli altri circhi dell'Impero. Era solitamente decorato con statue o altri elementi rilevanti. Nel Circo Massimo, in particolare, erano presenti gli obelischi portati dall'Egitto, i delfini di bronzo e le uova di pietra che indicavano quanti giri mancavano alla fine della gara.

Spoliarium: stanza di un anfiteatro in cui venivano squartati i cadaveri degli uomini, delle donne o i corpi delle belve morti durante i giochi.

Stans missus: graziato in piedi. Il gladiatore cui veniva risparmiata la vita perch rimasto in piedi durante tutto il combattimento. Equivaleva quasi a una vittoria.

Statu quo: significa nello stato o situazione attuale. Status quo  la formula con cui generalmente si utilizza l'espressione, ma non  corretta poich non rispetta le regole della grammatica latina, rompendo la concordanza dei casi declinati di ognuna delle parole.

Status: espressione latina che significa stato o condizione di qualcosa. Pu riferirsi sia allo stato di una persona in base alla sua professione sia alla sua posizione sociale.

Stilus: piccola asticella appuntita a un'estremit usata per scrivere su tavolette di cera, incidendole, oppure su fogli di papiro, dopo averla intinta in inchiostro nero o colorato.

Stola: tunica o mantello che faceva parte dell'abito delle matrone romane. Di solito era lunga, senza maniche e arrivava fino ai piedi. Era fissata sulle spalle con due piccole chiusure chiamate fibulae e al busto con due sottili cinture, una sotto il seno e una attorno alla vita.

Strigilis, strigiles: singolare e plurale del termine indicante lo strumento metallico, a forma di arco, con cui i Romani si asciugavano - facendo scorrere via l'acqua in eccesso - dopo essere usciti dalle piscine delle terme, prima di usare un vero e proprio panno.

Subligaculum: indumento intimo simile alle mutande; pezzo di tela con cui venivano coperte le parti intime.

Sucula: argano che poteva essere impiegato per diverse funzioni, ad esempio per muovere le pulegge di una gru.

Tablinum: stanza situata in fondo all'atrio, sul lato opposto all'ingresso principale della domus. Questa camera era riservata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.

Tabulae lusoriae: tavole di legno, con intarsi, o anche solo disegni di scacchiere utilizzate per numerosi giochi di strategia, a cui erano soliti giocare i soldati romani. Se ne sono ritrovate molte presso gli antichi luoghi pubblici.

Tarraconense: provincia nord-orientale della Hispania con capitale Tarraco; una legione era sempre di stanza nella remota Legio (Len) per proteggere le ricche miniere d'oro della zona.

Tempio di Castore e Polluce: uno dei templi pi antichi della citt di Roma, costruito intorno al 484 a.C. In diverse occasioni fu la sede del senato.

Tempio di Giove Libert: tempio eretto sull'Aventino da Sempronio Gracco nel 238 a.C.

Tempio di Giove Capitolino: Probabilmente il tempio pi importante di Roma. Era dedicato a Giove e alle dee Giunone e Minerva, la triade tradizionale del pantheon romano. Con diverse file di sei colonne corinzie di marmo e il soffitto d'oro, si stagliava imponente sul colle Capitolino. In questo tempio si concludevano le grandi parate trionfali.

Tepidarium: sala delle terme romane con una piscina di acqua tiepida.

Terra sigillata: ceramica cesellata di ottima qualit con cui erano fatte le stoviglie dei ricchi.

Tertia vigilia: la terza delle quattro parti in cui era divisa la notte nell'antica Roma

Tessera: tavoletta sulla quale si prendeva nota dei quattro turni di guardia notturna in un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare le tesserae alle pattuglie incaricate di supervisionare i posti di guardia. Se qualcuno non lo faceva, per essersi assentato, addormentato o per qualsiasi altro motivo, era condannato a morte. Le tesserae erano usate anche in circostanze molto diverse nella vita civile, per esempio come equivalente dei biglietti per assistere a uno spettacolo teatrale. I cittadini si recavano a teatro con la loro tessera, sulla quale era indicato il posto che avrebbero dovuto occupare.

Testaceus: nome della discarica di Roma in cui venivano gettate, tra gli altri rifiuti, anche le anfore usate per trasportare olio o vino provenienti dalle province. In epoca imperiale i detriti accumulati erano cos tanti che la discarica si trasform in una vera e propria collina, che continu ad aumentare in altezza fino alla caduta dell'Impero. Oggi la zona d il nome a un rione di Roma, il Testaccio.

Toga picta: toga con bordi in oro indossata da console, legatus o imperatore romani durante un trionfo insieme alla tunica palmata.

Toga praetexta: toga bianca ornata di rosso che si faceva indossare a un bambino durante una cerimonia festiva nella quale si distribuivano dolci e monete. Questa era la prima toga indossata da un bambino e rimaneva il suo indumento ufficiale fino all'adolescenza, quando veniva sostituita dalla toga virilis. Era anche la toga indossata dagli alti magistrati e dai sacerdoti.

Toga virilis: toga virile o toga pura, che sostituiva la toga praetexta dell'infanzia. Veniva indossata dai giovani durante le Liberalia, feste organizzate per la loro entrata nel mondo adulto e che culminava con la deductio in forum.

Tonsor: barbiere.

Torques: collana o monile consegnato come onorificenza militare.

Trabea: indumento tipico degli auguri; consisteva in una toga rifinita di rosso e porpora.

Traiana Fortis: Forte Traiana, soprannome dato alla legione II creata da Traiano per le campagne militari in Dacia.

Traianus: cognomen della famiglia ispanica di colui che sarebbe diventato l'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Triclinium, triclinia: singolare e plurale del sostantivo che indica i divani su cui mangiavano i Romani, soprattutto per la cena. In genere ne erano presenti tre, ma potevano esserne aggiunti altri, a seconda del numero dei commensali.

Triplex acies: disposizione d'attacco tipica delle legioni romane. Le dieci coorti si distribuivano come su una scacchiera, in modo che quattro occupassero una posizione avanzata, altre tre si trovassero nel mezzo e le ultime tre, formate dai legionari pi esperti, in riserva.

Trireme (in latino triremis): nave militare. Il nome fa riferimento ai tre ordini di remi che, disposti su ciascun fianco, facevano muovere la nave.

Tristia: opera poetica scritta da Ovidio durante il suo esilio sul Mar Nero. Il poeta si lamenta del fatto di essere caduto in disgrazia agli occhi dell'imperatore Augusto.

Triumphe!: grido di gioia che il popolo romano ripeteva durante la sfilata trionfale di un generale o imperatore. Equivale a vittoria!.

Triumphus: imponente e maestosa parata che un generale vittorioso effettuava per le strade di Roma. Per meritare tale onore, la vittoria doveva essere conseguita durante il mandato come console o proconsole di un esercito. In epoca imperiale, soltanto a un Cesare poteva essere concesso l'onore di un triumphus.

Triumviri: legionari che rappresentavano la polizia di Roma o delle citt conquistate. Pattugliavano le citt durante la notte e mantenevano l'ordine pubblico.

Trochlea: puleggia semplice che si utilizzava come gru per sollevare grossi pesi durante la realizzazione di opere pubbliche.

Tubicines: i trombettieri delle legioni, incaricati di avvisare le truppe di qualsiasi ordine e spostamento.

Tubilustrium: antica festa che si teneva prima di una campagna militare romana che iniziava con la primavera e il bel tempo; durante tale festa si ripulivano simbolicamente tutte le trombe, a significare che si era pronti per la guerra.

Tullianum: prigione sotterranea, umida e maleodorante della Roma antica, scavata nei sotterranei della citt durante la leggendaria epoca di Anco Marzio. Le condizioni erano terribili e praticamente nessuno riusciva a uscirne vivo.

Tunica: sottoveste lunga che gli uomini e le donne portavano sotto la toga o la stola.

Tunica palmata: tunica decorata di rosso indossata da consoli, legati o imperatori romani durante un trionfo.

Tunica recta: tunica di lana bianca che la sposa indossava alle nozze.

Turma, turmae: singolare e plurale del termine che designa un piccolo distaccamento di cavalleria composto da tre decurie, ovvero trenta cavalieri.

Tutulus: acconciatura a forma di cono, comune tra le donne romane e le sacerdotesse.

Ulpia Victrix: Ulpia vincitrice; soprannome dato alla legione XXX creata da Traiano in occasione delle campagne in Dacia.

Umbo, umbones: singolare e plurale del sostantivo che indica l'elemento centrale, sporgente, dello scudo di un legionario o di un pretoriano, di solito di metallo, usato come ariete per scagliarsi contro un nemico o un ostacolo.

Unctuarium: sala dove ci si ungeva con diversi oli prima di entrare nelle terme.

Valetudinarium: ospedale militare in un accampamento legionario.

Velabrum: quartiere tra il Forum Boarium e il colle Capitolino. Prima della costruzione della Cloaca Massima era un'area paludosa.

Velarium: tendone che si poteva stendere sull'Anfiteatro Flavio per riparare il pubblico dal sole. Per le manovre di posizionamento si faceva ricorso ai marinai della flotta imperiale del Miseno.

Venatio: battuta di caccia.

Venationes: spettacoli di caccia e inseguimenti di fiere organizzati negli anfiteatri o nei circhi dell'antica Roma.

Vestale (dal latino vestalis): sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. All'inizio erano soltanto quattro, ma in seguito il loro numero fu portato a sei e poi a sette. Erano scelte quando avevano tra i sei e i dieci anni e uno dei prerequisiti era che i genitori fossero ancora vivi. Il periodo di sacerdozio durava trent'anni, durante i quali dovevano rimanere vergini e custodire il fuoco sacro della citt: al termine del loro servizio, se lo desideravano, potevano contrarre matrimonio. Se venivano meno ai voti erano condannate a essere sepolte vive. Se, invece, li rispettavano godevano di grande prestigio sociale, al punto da poter graziare una persona condannata a morte. Risiedevano in una grande casa vicino al tempio di Vesta. Tra i loro compiti c'era anche quello di preparare la mola salsa, una farina di farro e sale usata in molti sacrifici. All'epoca di Domiziano furono giustiziate diverse vestali, tra cui la Virgo Vestalis Maxima, la pi anziana del collegio. Dopo l'esecuzione, due legioni subirono pesanti sconfitte: fu preso come un segno di dissenso da parte degli dei romani.

Vestigatores: assistenti durante una battuta di caccia; potevano aiutare i pressores a spaventare le prede perch uscissero dalle proprie tane o a sistemare le trappole.

Vexillatio, vexillationes: singolare e plurale del sostantivo che indica un distaccamento di soldati inviato in aiuto in una zona dell'Impero diversa da quella in cui era stanziato, nel corso di una campagna militare.

Via Appia: strada romana che partendo dalla Porta Capena a Roma arrivava fino a Brindisi.

Via Labicana: strada romana che univa Roma a Capua.

Via Lata: strada che partiva da Roma e confluiva nella Via Flaminia.

Via Latina: strada romana che aveva origine dalla Via Appia e si dirigeva verso l'interno del Lazio, in direzione sud-est.

Via Nomentana: strada che da Roma procedeva verso nord fino a Nomentum (Mentana).

Via Nova: strada parallela alla Via Sacra vicina al tempio di Giove.

Via Principalis: strada principale di un accampamento romano che passava davanti al praetorium.

Via Sacra: strada che attraversava il Foro di Roma.

Via Salaria: partiva dalla Porta Salaria, nelle Mura serviane, in direzione del mar Adriatico.

Via Tusculana: strada che da Roma raggiungeva Tusculum.

Via Triumphalis: una grande strada dell'antica Roma che andava fino a Veio. Deve il suo nome al trionfo di Furio Camillo nel V secolo a.C.

Victoria pyrricha: vittoria di Pirro, ovvero la vittoria ottenuta dal re Pirro durante la guerra contro i Romani nella penisola italica nel III secolo a.C. Il re greco ottenne varie vittorie, pur tuttavia alla fine i Romani lo obbligarono a ritirarsi. Da qui deriva l'espressione che indica il conseguimento di una vittoria, per esempio nello sport, i cui benefici saranno in realt scarsi.

Victrix Gemina: appellativo della legione VI al comando di Giulio Cesare in Egitto e che poi combatt sotto Augusto nella battaglia di Azio.

Vicus Iugarius: strada che collegava il Forum Holitorium al Foro, costeggiando il lato orientale del colle capitolino.

Vicus Patricius: strada a nord di Roma che conduceva dal Foro fino alle Mura serviane.

Vicus Sandalarius: quartiere o strada della corporazione dei calzolai (che producevano sandali). Si trovava tra l'Anfiteatro Flavio e la Suburra.

Vicus Tuscus: strada che dal Forum Boarium raggiungeva il Foro principale della citt e che, per gran parte, si snodava parallelamente alla Cloaca Massima.

Vir eminentissimus: formula di rispetto con cui un soldato di grado inferiore doveva rivolgersi al prefetto del pretorio.

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GLOSSARIO DEI TERMINI IN LINGUA DACICA

La lingua dacica, geto-dacica o addirittura tracia -  difficile stabilire una eventuale differenza tra le tre -  un idioma scomparso, e ancor pi dimenticato, delle lingue classiche. Del latino o del greco antico, invece, pur essendo lingue ormai cadute completamente in disuso - con qualche piccola eccezione (lo Stato del Vaticano, per esempio) - conosciamo a fondo la grammatica e il vocabolario perch per secoli sono state lingue con cui  stata tramandata la cultura. Per fortuna di queste due lingue possediamo innumerevoli testi e abbiamo dubbi soltanto su termini arcaici. Nel caso della lingua dacica, la sua estinzione non  dovuta soltanto al fatto di non essere pi usata, ma anche alla totale assenza di documenti scritti. Pertanto, l'unico modo di individuare termini plausibilmente derivanti dal dacico  rintracciare parole del tutto simili alle lingue attualmente parlate nella regione che un tempo costituiva la Dacia. I filologi sono riusciti a identificare un sostrato di circa quattrocento parole di possibile origine dacica nel rumeno, nell'ungherese, nell'albanese, nel bulgaro e nel serbocroato.

In un tentativo di ricreare la complessit della cultura dacica, ho utilizzato nel romanzo alcuni di questi termini, per lo pi attraverso le parole di Decebalo e di qualche nobile dacico. Nella narrazione i vocaboli sono tradotti, ma questo piccolo glossario si propone di fornire qualche ulteriore spiegazione di carattere filologico a coloro che sono interessati a conoscere l'origine delle parole che vengono utilizzate dai personaggi di Decebalo, di Dochia e di alcuni nobili durante il romanzo.

Balaur:  il sostantivo rumeno per orbettino (anguis fragilis), una lucertola apode (senza zampe) comune in Europa e nell'Asia orientale. Nelle leggende e nei racconti, il termine significa anche Monstru care ntruchipeaza raul, imaginat ca un arpe uria cu unul sau mai multe capete, adesea naripat1, un mostro che incarna il male, immaginato come un enorme serpente a una o pi teste, spesso anche alato, una sorta di drago. Anche in rumeno pu indicare il nome popolare della costellazione del drago. Oggi, in albanese esiste il termine boll (che indica un serpente) e in serbocroato il vocabolo blavor, con significati similari.

Boare: in rumeno Adiere placuta de vnt, piacevole brezza di vento; in albanese esiste il termine bre, che significa vento. Potrebbe esistere un'etimologia alternativa che fa derivare la parola dal latino boreas, vento del Nord.

Copil: bambino. Nella lingua arumena2 esiste il termine cochil(u); in serbocroato kpile e in bulgaro kpele, ma in senso dispregiativo, con il significato di bastardo.

Darima, darama: (darma, darma): Distruggere, massacrare. Oggi possiamo trovare il termine evoluto nella lingua arumena, darmu; in albanese si usa ancora il verbo dermoj con il significato di tagliare a pezzi o gettare via.

Dava (dava): citt, fortezza. Forse, per estensione, si usava anche per riferirsi a un luogo sacro o a un santuario. Con questo secondo significato  stato utilizzato in questo romanzo. Inoltre, il nome di molte citt daciche possiede il suffisso -dava, per esempio la fortezza di Buridava, che controllava il passo della Torre Rossa (si veda la mappa della Dacia).  possibile che derivi dal protoindoeuropeo *dhewa, che significa approvazione.

D(i)egis: il significato di molti dei nomi propri dacichi ci  sconosciuto (esiste perfino una polemica sul significato del nome Decebalo), ma in questo caso il termine pare voler dire ardere, probabilmente in quanto derivato dall'antico indi dahati, che significa appunto che arde. La vita di Diegis nel romanzo fa onore a tale etimologia.

Geras: misericordioso, buono. In russo lo troviamo come horoshi, che significa buono, e in lituano  mantenuto il termine geras con il medesimo significato. Questa e altre parole daciche che si possono trovare nel lituano rivelano sorprendenti corrispondenze tra le due lingue. Esiste oggi una linea investigativa che analizza le connessioni tra l'antico geto-dacico e le attuali lingue baltiche.

Mos (mo?): anziano. Esiste per il termine moa?a con il significato di levatrice in lingua romena, e il vocabolo albanese mosh che significa et.

Prunc: bambino o neonato. Si differenzia da copil che ha un significato pi generale. In serbocroato esiste oggi il termine prut che vuol dire bastoncino, stecca.

Pururea: sempre o per sempre. Possiede un'altra variante, pururi.

Scrum: cenere. In rumeno: Materie neagra sau cenu?a gri, care ramne dupa arderea completa a unui corp, ovvero materia nera o cenere grigia che deriva dalla combustione completa di un corpo. Esistono termini simili anche in albanese, come shkrum o shkrumb, che, curiosamente, hanno mantenuto lo stesso significato del termine dacico.

Ci sono altri termini impiegati per descrivere parte della cultura dacica, come il nome di alcune delle sue divinit - Bendis o Zalmoxis - o di diverse armi. Tuttavia, sia i nomi degli dei sia quelli delle armi non sono necessariamente di origine dacica, ma potrebbero semplicemente esserci stati tramandati cos dagli storici greci o latini. Nel romanzo si citano Zalmoxis, il dio supremo dei Daci, e Bendis, la dea tracia della caccia che probabilmente era adorata anche dai Daci. In varie occasioni si menziona anche l'uso delle sicae, corte spade simili a pugnali, o delle falces, spade lunghe dalla lama ricurva. In entrambi i casi, i termini sono di derivazione latina perch la descrizione di queste armi  giunta a noi attraverso testimonianze storiografiche latine.

1. Questa e le altre definizioni in rumeno sono tratte dal dizionario on line http://dexonline.ro/.

2. Lingua parlata da circa 250.000 persone nella zona dei Balcani.

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ALBERO GENEALOGICO DELLA DINASTIA ULPIO-ELIA O ANTONINA

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MAPPE

Assedio di Sarmizegetusa (fase I): prima dell'assedio

Assedio di Sarmizegetusa (fase II): circumvallatio

Assedio di Sarmizegetusa (fase III): irruzione dei Romani nella citt

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Ringraziamenti

Grazie a mia moglie e a mia figlia per tutto quello che mi donano ogni giorno e perch fanno s che ogni cosa valga la pena.

Grazie ai miei genitori, a tutta la mia famiglia e ai miei amici. Un grazie particolare a Javier per essere stato il primo lettore di Circo Massimo e L'ira di Traiano.

Grazie a Purificacin Plaza, per la sua pazienza, professionalit e attenzione nel ruolo di editor. I suoi consigli sono sempre saggi.

Grazie a moltissime persone che hanno generosamente condiviso la loro infinita conoscenza, aiutandomi a rendere l'ambientazione di Circo Massimo e di L'ira di Traiano la pi fedele possibile a quella del mondo classico.

In particolare, ringrazio Alejandro Valio (docente di Diritto romano dell'Universit di Valencia), Julia Grau (docente di Latino e Greco del IES Luis Vives di Valencia), Jess Bermdez (docente di Latino dell'Universit Jaume I), Rubn Montas (docente di Greco classico dell'Universit Jaume I), Ana Elisa Gil (traduttrice giurata di romeno) e Antonio Piero (docente di Filologia greca ed esperto di Filologia biblica trilingue dell'Universit Complutense di Madrid). Se Circo Massimo e L'ira di Traiano sono ben riusciti, lo si deve a queste persone, mentre degli eventuali errori  responsabile soltanto l'autore del romanzo.

Grazie anche alla biblioteca dell'Universit Jaume I per il suo servizio di prestito interbibliotecario.

Grazie all'Agencia Literaria Carmen Balcells, in particolare a Ramn Conesa e a Gloria Gutirrez per il loro costante appoggio.

Ringrazio tutto il gruppo editoriale Planeta, inclusi gli illustratori e i grafici.

Grazie a tutti i lettori della Spagna e dell'America Latina perch con i loro messaggi di posta elettronica, Facebook o Twitter, mi hanno trasmesso l'energia necessaria per continuare a scrivere: sono un enorme stimolo, in ogni momento.

E grazie a Traiano e al suo mondo, spesso caotico eppure speranzoso. Grazie anche a Mario Prisco, a Pompeo Collega, a Carpoforo e a tutti gli altri personaggi spregevoli, perch, anche se la vita sarebbe infinitamente migliore senza la loro perversa malvagit, la letteratura, al contrario, risulterebbe estremamente noiosa.
...
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...
FINE.